
Solo nelle ultime settimane, Roma ha annunciato l’intenzione di bandire i cibi ultra-processati dalle mense scolastiche comunali, prima grande città italiana a farlo. Milano ha ampliato la sua rete di hub di quartiere per il recupero delle eccedenze, arrivando a ridistribuire oltre 1.000 tonnellate di cibo a migliaia di famiglie vulnerabili. È nata una nuova alleanza tra le città italiane impegnate nello sviluppo di strategie alimentari integrate, con l’obiettivo di tutelare i produttori locali e garantire cibi di qualità.
Eppure, spesso, quando parliamo di Food Policy, il rischio è immaginare un piano dedicato esclusivamente all’alimentazione. In realtà l’idea che c’è dietro questa politica del nutrimento è molto più ambiziosa: una politica del cibo non nasce infatti per occuparsi soltanto di mense, mercati o agricoltura urbana, ma anche per coordinare temi che tradizionalmente appartengono ad assessorati diversi: salute, ambiente, welfare, scuola, commercio, pianificazione territoriale e sviluppo economico.
Oggi l’Osservatorio Nazionale delle Politiche del Cibo è una piattaforma collaborativa che nasce per raccogliere, analizzare e mettere in rete le esperienze italiane di governance del sistema alimentare. È uno strumento pubblico, aperto e condiviso, pensato per offrire una visione d’insieme delle politiche locali del cibo, facilitare il confronto tra territori e alimentare strategie più efficaci e coordinate a livello nazionale ed europeo: ed è una bellissima dimostrazione pratica di come moltissimo si stia effettivamente facendo in questo settore. Basta? Ovviamente no, ma rispetto solo a pochi anni fa i passi avanti sono stati innumerevoli e molto significativi. Intanto, per la sinergia e la condivisione che questa rete ha creato. In passato le città agivano in autonomia, e spesso senza punti di riferimento efficaci. Il punto di svolta italiano arriva a Milano nel 2015, quando il Comune presenta la propria Food Policy parallelamente alla firma del Milan Urban Food Policy Pact, il patto internazionale che oggi riunisce oltre 330 città impegnate a costruire sistemi alimentari più sostenibili, inclusivi e resilienti. Il documento individua sei grandi aree di intervento: governance, equità sociale, diete sane, produzione, distribuzione e riduzione dello spreco. Più che un programma sul cibo, propone un diverso modo di amministrare la città. Da allora il modello si è diffuso, ma senza trasformarsi in uno schema rigido, ed è forse questo uno degli aspetti più interessanti. Le città italiane condividono un linguaggio comune, mentre scelgono priorità differenti in funzione della propria storia, della geografia e delle criticità locali.
Milano continua a rappresentare il modello più strutturato: la sua Food Policy si fonda su una regia amministrativa stabile e su obiettivi misurabili, come accesso al cibo, mense scolastiche, recupero delle eccedenze, educazione alimentare e sostenibilità ambientale. Tra le iniziative più note figurano gli Hub di Quartiere contro lo spreco alimentare e il lavoro sulle mense pubbliche, che servono ogni giorno decine di migliaia di pasti.
Roma ha invece scelto un’impostazione maggiormente partecipativa. Il fulcro è il Consiglio del Cibo, organismo che riunisce istituzioni, università, associazioni, imprese agricole e cittadini per costruire una governance condivisa. L’attenzione si concentra sul rapporto tra la capitale e il suo vasto territorio agricolo, sull’accesso al cibo e sul rafforzamento delle filiere locali.
Bologna inserisce la Food Policy all’interno delle strategie climatiche e ambientali. Qui il sistema alimentare viene considerato uno strumento della transizione ecologica, attraverso mense sostenibili, economia circolare, riduzione delle emissioni e valorizzazione dell’agricoltura periurbana.
Genova interpreta invece il tema partendo dalla propria conformazione territoriale. Porto, logistica, mercati e rapporto con l’entroterra diventano elementi centrali di una politica alimentare che punta a ricucire le connessioni tra città e aree interne, valorizzando al tempo stesso biodiversità e produzioni locali.
Anche Bari ha sviluppato un percorso specifico, nel quale acquistano peso la dieta mediterranea, l’inclusione sociale e il ruolo dell’agricoltura pugliese come patrimonio economico e culturale. Più che replicare il modello milanese, la città prova a costruire una politica alimentare coerente con il proprio contesto territoriale.
Le differenze dimostrano che non esiste una Food Policy ideale, come conferma anche uno studio dell’Università degli Studi di Milano, secondo cui le città che adottano politiche alimentari non convergono verso un unico modello, ma adattano strumenti e priorità alle proprie esigenze. In Europa prevalgono governance ed equità sociale; altrove emergono sicurezza alimentare, produzione o resilienza. Il denominatore comune è l’idea che il cibo possa diventare una chiave per leggere e governare la complessità urbana. Ed è probabilmente questo l’obiettivo che vale la pena perseguire nei prossimi anni. Le Food Policy stanno infatti suggerendo che il sistema del cibo possa diventare una piattaforma capace di collegare settori pubblici che per decenni hanno lavorato separatamente. Se questa ipotesi troverà conferma, il cibo smetterà di essere un tema di settore per trasformarsi in una delle infrastrutture indispensabili per costruire una città contemporanea.