Appunti per il presenteGlucksmann, e la strada francese per rifare la sinistra italiana

A Parigi prende forma un progetto politico che rifiuta tanto il macronismo quanto il populismo di Mélenchon. Place publique è un laboratorio per ripensare il mondo progressista europeo, compreso quello di casa nostra, dopo trent’anni di smarrimento

Raphael Glucksmann Place Publique
Flickr

Dalla caduta del Muro di Berlino la sinistra europea è alla ricerca di una ragion d’essere che fatica a trovare. Vi fu il blairismo – o, se si preferisce, il clintonismo – e da allora una lunga oscillazione tra reazioni a quella stagione e tentativi, più o meno tardivi, di reinventarla. In quasi tutte le democrazie europee la domanda su dove debba andare la sinistra resta aperta. Oggi, soprattutto nel Sud Europa, questa domanda si accompagna alla radicalizzazione di una parte rilevante di quel campo politico.

In Italia e in Francia, Paesi cugini che – il primo negli anni Novanta, il secondo nell’ultimo decennio – hanno visto andare in pezzi il sistema partitico tradizionale, la tensione tra vocazione riformista e desiderio di “ritrovare” una sinistra più “di sinistra” è costante. Produce frammentazione e ha come colonna sonora la perdita dell’elettorato popolare, scivolato in misura significativa verso la destra radicale.

In Francia, a un anno dalle presidenziali, la sinistra non sembra avere molte possibilità di tornare all’Eliseo. Si presenta divisa. I piccoli partiti – comunisti, verdi, gli stessi socialisti, un tempo colonna del sistema – sono ridotti a percentuali modeste. Solo due poli, La France insoumise (LFI) e Place publique (PP), lontanissimi tra loro e incarnati dai rispettivi leader, Jean-Luc Mélenchon e Raphaël Glucksmann, hanno oggi la capacità di proporre figure quasi presidenziabili. Sono due mondi alternativi. Quello di Mélenchon è un populismo di sinistra, che individua il nemico nelle élite europee e pro-occidentali, mentre costruisce il “popolo” attraverso un lessico che, sotto il segno del meticciato, incorpora sempre più spesso appartenenze ascrittive. Non è il nazionalismo etnico della destra radicale, ma ne riproduce, in forma rovesciata, la tentazione identitaria.

Glucksmann, ormai proiettato nell’agone presidenziale anche se non ancora formalmente candidato, da anni cerca invece di delineare una nuova sinistra. Anche per questo la contrapposizione francese parla all’Italia, dove il principale partito della sinistra si muove in modo erratico. Il progetto di Glucksmann – che ha assunto un rilievo ancora maggiore dopo le municipali del marzo 2026, quando ha rifiutato ogni percorso comune con LFI, a differenza di quanto accadde alle legislative del 2022 e del 2024 – si colloca nel campo di una sinistra sociale, liberale, europeista e anti-Mélenchon. Non si tratta, beninteso, di una grande forza organizzata; Place publique resta un movimento fragile. Ma attorno a Glucksmann si è formato l’unico polo politico-mediatico capace, a sinistra, di contendere a LFI l’egemonia simbolica.

Questa sinistra emerge chiaramente dal suo ultimo libro, “Nous avons encore envie” (“Abbiamo ancora voglia”), dove accanto all’inevitabile – per chi ambisca all’Eliseo – richiamo all’orgoglio della “civiltà” francese, vi sono spunti utili per chi voglia ripensare la sinistra oggi in Europa. Dunque anche in Italia. Innanzitutto non c’è lo stanco tentativo di ripercorrere la Terza Via. Anzi: il titolo di un capitolo rovescia lo slogan coniato nel 1992 dallo spin doctor di Bill Clinton, James Carville, «It’s the economy, stupid!», rivendicando con «C’est la politique, imbécile» la centralità della politica come impresa per cambiare lo status quo. Non, dunque, il semplice adeguamento a uno schema economico e tecnocratico considerato come dato, cifra di Emmanuel Macron.

Questa centralità richiede un recupero di forza ed efficacia da parte dello Stato: non per promettere tutto a tutti, ma per intervenire su un numero limitato di “cantieri” e fare davvero la differenza. La ragione per cui Glucksmann invoca il ritorno di una politica capace di cambiare le cose poggia anche sul suo sguardo non demonizzante verso lo scivolamento a destra dell’elettorato popolare. Egli coglie la delusione per una politica giudicata impotente, che spinge tanti a rivolgersi a chi si presenta come l’uomo – o la donna – forte. Per parlare a questi elettori prefigura un nuovo patto repubblicano: sfugge al feticcio del “merito”, che nel discorso della Terza Via aveva rischiato di farsi ideologia, e ripropone il tema di una maggiore eguaglianza e giustizia sociale e fiscale, senza rovesciamenti palingenetici, promesse irrealizzabili o ricette disastrose.

Al tempo stesso, Glucksmann colloca la sua sinistra nell’alveo di un pensiero laico, liberale e pienamente europeista. La sua sinistra repubblicana non ha nulla a che fare con le derive anti-occidentali che attraversano tanta sinistra al di qua e al di là dell’Oceano, né con un linguaggio dei diritti ridotto a competizione identitaria. Questa sinistra tiene insieme una visione pragmatica, ma non meno ambiziosa, di politiche capaci di colmare l’impotenza dello Stato di fronte ai bisogni sociali, e la piena assunzione di un nuovo “sovranismo europeo”: fondato sui valori dell’Occidente liberale, sulla consapevolezza del tradimento americano in corso, della sfida di autocrazie aggressive – dalla Russia alla Cina – e della necessità di una nuova autonomia energetica, economica e tecnologica.

Non è dato sapere se in Francia i tempi siano già maturi per una sinistra di questo tipo, capace di misurarsi con la realtà e non con i suoi fantasmi. Certo è che una strada è stata intrapresa. Raphaël Glucksmann e Place publique non hanno ancora la consistenza di una grande forza politica, ma indicano uno spazio: quello di una sinistra sociale senza essere populista, repubblicana senza essere nazionalista, europeista senza essere tecnocratica, occidentale senza rinunciare alla critica delle ingiustizie. È questo che dovrebbe far riflettere anche la sinistra italiana, che nel suo maggiore partito continua troppo spesso a inseguire il populismo nei contenuti e nelle alleanze, e pare incapace di compiere scelte di civiltà nette, all’altezza delle sfide contemporanee.

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 02/26 – “Inciviltà delle macchine”, ordinabile qui.

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