
L’Unione europea ha scritto le regole più severe al mondo sull’intelligenza artificiale, ora deve applicarle a sé stessa. Ormai gli strumenti generativi sono già entrati nel lavoro parlamentare, compresa la preparazione di testi che possono diventare regolamenti e direttive da applicare nei ventisette Stati membri. Fra meno di due settimane entreranno in vigore gli obblighi di trasparenza previsti dall’articolo 50 dell’AI Act. I chatbot dovranno informare gli utenti che stanno interagendo con una macchina. I deepfake andranno segnalati e i contenuti generati dall’IA dovranno contenere una marcatura elettronica che ne consenta il riconoscimento. Anche i testi su questioni di interesse pubblico dovranno dichiarare l’intervento dell’IA quando vengono pubblicati senza un effettivo controllo umano. Gli eurodeputati, invece, non sono ancora tenuti a indicare se un modello li ha aiutati a scrivere un’interrogazione o un emendamento.
Il giornalista Max Griera su Politico sostiene che almeno 2.100 persone nel Parlamento europeo la usano ogni giorno, quasi il 20 per cento del personale. I presidenti di diverse commissioni parlamentari Ue hanno segnalato un aumento anomalo degli emendamenti da tradurre, insieme a formule riconducibili alla scrittura automatica e riferimenti inventati a norme inesistenti. Barry Andrews, presidente della commissione Sviluppo, ha confermato che alcuni deputati ricorrono già all’IA per interrogazioni, discorsi ed emendamenti.
Il Parlamento sta cercando di riportare questa attività sotto controllo con EPGenAI Hub, una piattaforma interna che potrebbe essere disponibile da settembre, funzionerà come unico punto di accesso agli strumenti autorizzati dal Parlamento. Gli utenti potranno scegliere tra modelli eseguiti nell’infrastruttura dell’istituzione e servizi più potenti ospitati all’esterno. Nel primo caso, richieste e documenti resteranno entro il perimetro informatico parlamentare. Fra i modelli locali figurano Llama di Meta e GPT-OSS di OpenAI, entrambi sviluppati da aziende statunitensi. L’unica tecnologia europea citata è Mistral Small, prodotta dalla francese Mistral AI.
Per le attività che richiedono prestazioni maggiori, la piattaforma consentirà di utilizzare ChatGPT e Claude Sonnet, anch’essi americani, attraverso collegamenti controllati. Caricare materiale parlamentare su un chatbot pubblico può esporre informazioni riservate. Affidargli la stesura di un emendamento apre un problema più profondo: capire chi abbia davvero formulato una scelta destinata a diventare legge. EPGenAI Hub può ridurre il rischio tecnico. Rimane da stabilire quando l’intervento della macchina debba essere reso visibile ai cittadini.
Per ora, le regole interne si fermano al personale amministrativo. Dal 2024 i dipendenti devono contrassegnare i documenti realizzati con l’assistenza dell’IA e hanno il divieto di inserire informazioni sensibili nei servizi pubblici. Per gli eurodeputati questi obblighi non valgono. Un’interrogazione può essere prodotta da un modello senza che la sua origine venga resa nota. Introdurre un vincolo richiederebbe probabilmente una modifica del regolamento parlamentare, con il coinvolgimento della commissione per gli Affari costituzionali.
La Commissione europea ha già costruito un sistema più strutturato. GPT@EC è disponibile al personale e può essere collegato ad altri strumenti interni. Le applicazioni vengono registrate e valutate in base al rischio. Un programma chiamato AI4DRPM esamina le proposte legislative, individua gli aspetti legati al digitale e prepara una prima analisi per i funzionari, che conservano la responsabilità del testo. Il piano della Commissione prevede inoltre di pubblicare nel 2026 una prima parte del codice di GPT@EC con licenza open source.
La distanza tra le regole applicate al mercato e quelle interne alle istituzioni diventerà più evidente dal 2 agosto. Le linee guida diffuse il 20 luglio chiedono ai fornitori di avvertire gli utenti quando stanno interagendo con una macchina. I contenuti generati o manipolati dovranno contenere marcature leggibili elettronicamente. Per i testi di interesse pubblico è prevista una dichiarazione quando manca un controllo umano effettivo. Nel lavoro degli eurodeputati una prescrizione equivalente ancora non esiste.
Nel frattempo, l’AI Act ha perso parte della rigidità con cui era stato approvato nel 2024. A maggio governi ed eurodeputati hanno concordato il rinvio di alcune disposizioni. Le norme per diversi sistemi ad alto rischio scatteranno nel dicembre 2027. Quelle riguardanti l’IA incorporata in prodotti già sottoposti a regolazione arriveranno nell’agosto successivo. La Commissione ha motivato la scelta con il ritardo degli standard tecnici. Ha pesato anche la pressione delle imprese, preoccupate dai costi e dall’incertezza interpretativa.
Sempre secondo Politico, i capi di Stato e di governo dei 27 Stati membri dell’Unione terranno il loro primo confronto interamente dedicato allo sviluppo e alla sicurezza dell’intelligenza artificiale, probabilmente durante uno dei prossimi summit del Consiglio europeo (15 ottobre, 13 novembre o 17 dicembre). Regolare una tecnologia prodotta altrove protegge il mercato europeo, ma lascia intatta la dipendenza dai fornitori stranieri. La Commissione prova a ridurla usando il peso economico del settore pubblico. L’Apply AI Strategy invita le amministrazioni a ricorrere all’IA quando offre un vantaggio concreto e a preferire soluzioni europee, se abbastanza competitive. Il settore pubblico è uno dei maggiori acquirenti di software e servizi cloud del continente: contratti pluriennali possono garantire alle imprese locali i ricavi e la scala necessari per migliorare i propri modelli. Bruxelles guarda con particolare interesse all’open source, che consente di controllare e adattare il codice senza restare legati a un solo produttore.
La Commissione non si ferma qui: con il Cloud and AI Development Act, presentato a giugno, Bruxelles vuole triplicare la capacità europea dei centri dati entro cinque o sette anni. La proposta assegna ai servizi cloud quattro livelli di garanzia. Contano il luogo in cui vengono conservati i dati e il paese dal quale l’azienda è controllata. Per le applicazioni più sensibili, la proprietà deve restare europea. Anche la catena del software deve essere protetta da interferenze straniere. Un quadro comune per gli appalti dovrebbe consentire alle amministrazioni di negoziare insieme.
La dipendenza riguarda anche i componenti fisici. Addestrare ed eseguire i modelli più avanzati richiede grandi quantità di chip, energia e capacità di calcolo. Nel rapporto pubblicato il 15 luglio, gli esperti consultati dall’AI Office descrivono i prossimi due anni come una finestra decisiva. La ricerca europea mantiene un buon livello, ma le imprese faticano a trovare capitali quando devono crescere. Il costo dell’elettricità restringe ulteriormente il margine.
Le AI Factories collegate ai supercomputer europei dovrebbero offrire una parte della capacità mancante. La rete comprende 19 strutture e 13 centri associati. Gli investimenti previsti tra il 2021 e il 2027 ammontano a 10 miliardi di euro. A giugno la Commissione ha affidato a un consorzio guidato dall’italiana Domyn lo sviluppo di un modello open source per le 24 lingue ufficiali dell’Unione. La copertura delle lingue meno diffuse potrebbe offrire alle imprese europee uno spazio trascurato dai sistemi addestrati soprattutto sull’inglese.