L’uomo di TeheranGli iraniani scelgono Khalil al-Hayya e si riprendono il controllo di Hamas

L’elezione del nuovo capo dell’ufficio politico segna la vittoria della linea sempre più oltranzista del movimento palestinese. Si ridimensiona il ruolo di Turchia e Qatar, fallisce il progetto Trump, e cresce il rischio di una nuova escalation regionale

Hamas Khalil al-Hayya
Wikimedia Commons

Hamas ha deciso di lanciare una nuova fase dei combattimenti. Questo è il significato di fondo della decisione di eleggere Khalil al-Hayya a capo del suo ufficio politico. Secondo questa ricostruzione, l’ordine di interrompere la direzione collegiale del movimento, che era funzionale a una fase di stallo dopo l’uccisione da parte degli israeliani di Ismail Haniyeh due anni fa, sarebbe venuto direttamente dai pasdaran iraniani, che avrebbero imposto il loro uomo di fiducia.

Ancora una volta la Turchia e il Qatar, che sostengono di poter condizionare Hamas, hanno dovuto prendere atto di non essere determinanti. E il loro candidato, Khaled Meshaal, si è dovuto ritirare in buon ordine. È questa l’ennesima occasione in cui il gioco pericoloso e spregiudicato dei padrini dei Fratelli Musulmani – Recep Tayyip Erdoğan e lo sceicco Al Thani – che ospitano in Turchia e Qatar la direzione di Hamas, sembra uscire ridimensionato. Dal 2015 in poi la maggioranza dei dirigenti di Hamas sceglie sempre di schierarsi con i pasdaran e di seguire il jihadismo iraniano, mettendo in minoranza il partito della trattativa interno al movimento.

Ancora una volta, la strategia di fiancheggiamento “esterno” del jihadismo per usarlo ai propri fini di potenza, condotta da Ankara e Doha, si rivela inefficace perché il comando effettivo del movimento jihadista rimane saldamente nelle mani di Teheran. E questi hanno deciso ora di mettere in campo tutte le forze superstiti dell’Asse della Resistenza per combattere il Satana americano. Non è infatti un caso che l’elezione di Khalil al-Hayya sia contemporanea alla minaccia degli Houthi di chiudere lo stretto di Bab el-Mandeb.

L’elezione a leader di Khalil al-Hayya, il più oltranzista dirigente di Hamas da decenni, sempre in sintonia con Yahya Sinwar, significa non solo che non si verificherà nessun disarmo delle milizie che continuano a dettare la loro legge mafiosa su Gaza, ma che è anzi probabile una ripresa dei combattimenti su larga scala nella Striscia. Ovviamente, nessuna interlocuzione col futuro governo israeliano, che con tutta probabilità non solo non sarà più di estrema destra e guidato da Benjamin Netanyahu, ma sarà un esecutivo con una forte componente liberale e di sinistra, assolutamente intenzionato a riprendere i rapporti con i Paesi arabi nella logica degli Accordi di Abramo.

Resta il mistero di una lunga serie di amministrazioni americane, da Bill Clinton in poi, che continuano a tollerare il fiancheggiamento e il finanziamento di Hamas da parte di Erdoğan e dello sceicco Al Thani, che però non sembrano riuscire a condizionare la dirigenza di Hamas, neanche quando questo condizionamento sarebbe indispensabile a un presidente come Donald Trump, che con questa ennesima svolta jihadista di Hamas vede sfumare tutti i suoi piani su Gaza.

A meno che non si arrivi nei prossimi giorni a uno showdown militare tra America e Iran, e che la più che probabile sconfitta dell’ala oltranzista dei pasdaran non porti finalmente con sé nella rovina anche i macellai di Hamas.

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