Cartellino arancioneRocchi non era al servizio dell’Inter, ma subiva pressioni sui nomi degli arbitri

Le conversazioni raccolte dai magistrati non provano un sistema organizzato né un asservimento continuativo. Documentano però richieste, gradimenti, e veti sui direttori di gara che meritano una valutazione della giustizia sportiva ben diversa dai comunicati celebrativi diffusi dopo la decisione

Unsplash

Il fronte della giustizia in Italia è sempre caldo, e non soltanto quello della giustizia penale. Anche la giustizia sportiva fornisce un eloquente spaccato del Paese. Qualche giorno fa Linkiesta ha commentato la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura della Repubblica di Milano nei confronti dell’ex designatore arbitrale Gianluca Rocchi e dell’Inter ai sensi della legge 231/01. Contrariamente a quanto riferito da buona parte della stampa, le motivazioni, oggi disponibili, del provvedimento, a firma dei pm Paolo Ielo e Maurizio Ascione, gettano diverse ombre sulla vicenda, quantomeno sotto il profilo della correttezza sportiva, con particolare riferimento alla posizione della società nerazzurra.

Ricordiamo che oggetto dell’indagine erano tre partite della scorsa stagione (Bologna-Inter del 20 aprile 2025, il derby di Coppa Italia del 23 aprile 2025, Inter-Verona del 3 maggio 2025), nonché Torino-Inter del campionato successivo. Secondo l’ipotesi inizialmente formulata, Rocchi, in concorso con ignoti, si sarebbe adoperato per designare arbitri graditi alla società nerazzurra. Il materiale di prova è costituito soprattutto da intercettazioni.

Secondo il pm, le conversazioni di Rocchi sono contrassegnate da un elevato tasso di attendibilità e, in base ad esse, è possibile formulare tre classi di ipotesi per i vari reati ipotizzati di frode sportiva, rispettivamente contrassegnate da «un elevato grado di probabilità prossimo alla certezza, assenza di specifici elementi probatori, ragionevole certezza». Secondo la Procura di Milano, innanzitutto, «È ragionevolmente certo che Rocchi non fosse a disposizione dell’Inter e ciò si desume dalle “valutazioni pesanti e sprezzanti” di Rocchi sia nelle conversazioni con i collaboratori [Andrea] Colombo e [Riccardo] Pinzani, nonché il suo intendimento di prendere provvedimenti “contro quelle che riteneva pressioni a tutti gli effetti provenienti dall’Inter”».

Aggiunge altresì il pm che «appartengono alla categoria di ipotesi connotate da un elevato grado di probabilità anzitutto la circostanza che le indicazioni di gradimento di Colombo siano pervenute direttamente dall’Inter a Rocchi dovendo ritenersi inattendibile il contenuto delle dichiarazioni dell’indagato secondo cui esse venivano filtrate da Pinzani istituzionalmente delegato ai rapporti con i club». Dunque, osserva la Procura, il reato di frode sportiva non sussiste essenzialmente perché Rocchi non si è messo a disposizione dell’Inter, ma ha soltanto subito pressioni da parte di soggetti, alcuni interni alla stessa Federazione, per designare arbitri che il club riteneva accettabili.

Secondo i magistrati, però, pressioni nell’interesse della società vi furono e, anzi, «il contesto comunicativo da cui emergono le indicazioni di Colombo (per la partita Bologna-Inter poi conclusa con la vittoria dei felsinei) e soprattutto il tenore testuale delle conversazioni con Dino Tommasi (suo collaboratore ed ex arbitro)… inducono a ritenere come estremamente probabile che Rocchi riferisca il contenuto di conversazioni intrattenute direttamente con esponenti dell’Inter». Inviti e pressioni direttamente veicolati da rappresentanti della società o da inviati della stessa.

Tuttavia, secondo gli inquirenti, ciò non è sufficiente a ipotizzare un reato di frode sportiva, giacché «appartiene alla categoria delle ipotesi prive di riscontro probatorio la circostanza che le indicazioni di individuazione di Colombo provenienti dall’ambiente Inter fossero volte a turbare la regolarità della gara. Inoltre, sul piano logico, esistono ipotesi alternative a quelle d’accusa, tutt’altro che implausibili, quale quella di avere un direttore di gara assai qualificato in una partita importante di campionato». In sostanza, non è provato alcun accordo per alterare la gara, ma soltanto l’apprensiva richiesta dell’Inter di avere un «arbitro qualificato».

Quanto al secondo episodio contestato, definito come una vera e propria «interferenza ad excludendum», relativo alla designazione di Daniele Doveri nelle partite finali che riguardavano l’Inter (poi giunta seconda alle spalle del Napoli), le conclusioni dei procuratori sono ancora più gravi. Anche qui, le fonti di prova sono costituite dalle intercettazioni di Rocchi con i suoi collaboratori Andrea Gervasoni, Pinzani e con Andrea Butti, addetto alla redazione del calendario della Serie A, che gli chiede di escludere Doveri perché porta una «sfiga mondiale» (il livello dei grandi dirigenti e manager sportivi è questo, come si desume anche dalle condizioni del calcio italiano). Ebbene, riporta la richiesta della Procura che, di fronte a una tale pesante contestazione, «il secondo (Rocchi) si giustifica dicendo di avere messo Doveri su quella gara (Coppa Italia) per evitare che l’arbitro potesse poi dirigere l’Inter nel restante scorcio di campionato».

Non è finita: «Il 21 maggio 2025 viene captata un’interlocuzione tra Rocchi e il collaboratore Maurizio Mariani al centro della quale vi è il problematico rapporto tra Inter e strutture arbitrali (Rocchi: “me li hanno bruciati tutti”) e l’impossibilità di mandare Doveri a dirigere la squadra a causa del rapporto critico esistente tra l’arbitro e la squadra che determinano pesanti recriminazioni da parte dell’Inter (Rocchi: “mi rompono il c…”)».

In un’altra violenta intercettazione, Rocchi e Pinzani (addetto della Can ai rapporti coi club) inveiscono duramente contro le pretese dell’Inter, che eufemisticamente si «meriterebbe il peggio». Di fronte a queste risultanze, osservano i pm che «un dato appare certo: l’esclusione di ogni forma di asservimento continuativo di Rocchi, come si ricava dalle intercettazioni in cui è apostrofato come un “killer” da Butti, anche se Rocchi, contrariamente alle sue dichiarazioni in interrogatorio, “riceveva indicazioni che lui definiva rotture di coglioni anche direttamente, tramite terze persone contattate da [Giuseppe] Marotta (presidente nerazzurro)”». Si chiede il pm, alla fine, se vi sia «una prova solida tale da attingere il principio dell’oltre ogni ragionevole dubbio».

Ebbene, «una prova piena di tale natura non esiste in atti, dove sono provate talune interferenze con diverso grado di intensità volte ad indicare o escludere gli arbitri per le singole competizioni. Le interferenze in esame ed il fatto che in taluni ipotesi abbiano sortito il risultato delle designazioni volute è certamente un elemento indiziario, ma non tale da costituire prova utile all’esercizio dell’azione penale».

Ciò premesso e nonostante alcuni comunicati trionfalistici e prematuri sulle richieste della Procura, l’ultima parola spetta al giudice delle indagini preliminari che, in teoria, potrebbe ordinare ulteriori indagini (anche se, come rileva la stessa Procura, non sono mai state disposte le copie forensi delle chat nei telefonini e nei computer) oppure ordinare al pm di avviare l’azione penale contro gli indagati, richiedendone il rinvio a giudizio.

Il provvedimento dei pm non è una sentenza: è soltanto l’opinione di una parte che, in alcuni casi, ha formulato giudizi anche gravi nei confronti di soggetti che non risultano indagati o non hanno avuto modo di fornire, nel contraddittorio, la propria versione dei fatti. Forse un qualche approfondimento sarebbe stato opportuno.

Ma resta soprattutto un altro delicatissimo fronte, ed è quello della giustizia sportiva. Se è vero che pressioni furono esercitate nei termini espressi nelle intercettazioni di Rocchi, e anche escludendo l’esistenza di un sistema come quello configurato in Calciopoli, pare comunque difficile escludere la violazione dei principi di correttezza e lealtà previsti dall’art. 4 del Codice di giustizia sportiva, che impone ai soggetti dell’ordinamento federale di «comportarsi secondo i principi di lealtà, correttezza e probità non solo in ambito agonistico, ma in ogni relazione comunque riferibile all’attività sportiva». Per ogni appassionato resta tuttavia l’amarezza di constatare il livello della classe dirigente calcistica, che spiega benissimo il momento tragico del calcio italiano. Se questi sono i vertici, preoccupati dalla «sfiga mondiale», figuratevi il resto.

X