Flamingo roadKushner, Ivanka, e la rivolta che mette a nudo le contraddizioni dell’Albania

È la ”Rivoluzione dei Fenicotteri”: da un mese in decine di migliaia protestano contro i resort che il genero e la figlia di Trump vorrebbero realizzare in due aree protette, ma in discussione è il futuro del Paese e di Edi Rama, il premier amico di Meloni

Uno degli ultimi cortei di protesta a Tirana / Ap

Giorgia Meloni lo sa, gli sconquassi più grossi sono quelli che non hai visto arrivare. Il suo caro amico Edi Rama, per esempio, non ha visto arrivare quella che adesso tutti chiamano la Rivoluzione dei Fenicotteri. È cominciata quasi per caso, il 30 maggio. Gli abitanti di Zvërnec, un villaggio di milletrecento persone a nord di Valona, protestavano insieme ad alcuni ambientalisti per la recinzione comparsa su quattrocento ettari di area costiera incontaminata, quando delle guardie private hanno preso a menare di brutto. Incuranti del fatto che non ci vuole poi tanto a postare un video sui social. 

Le immagini delle violenze – su tutte, quelle di un manifestante trascinato via per decine di metri – sono rimbalzate da uno smartphone all’altro, hanno acceso l’Albania e da un mese esatto, tutte le sere, migliaia di persone si ritrovano a Tirana in piazza Skanderbeg e si avviano verso il palazzo del governo, sventolando bandiere nazionali e cartelli sempre meno improvvisati, sui quali i fenicotteri sono gli assoluti protagonisti. 

C’è che Zvërnec si ritrova all’interno dell’area protetta del delta del Vjosa, considerato da molti l’ultimo fiume selvaggio dell’Europa, un’oasi di biodiversità in cui si possono trovare foche monaca, tartarughe caretta-caretta che qui vengono a deporre le uova, duecento specie di uccelli migratori e, appunto, gli eleganti fenicotteri rosa. Qui, all’improvviso, sono comparse le ruspe della Zvernec South Adriatic Development e hanno cominciato a spianare terreno e sradicare alberi. La Zvernec South Adriatic Development dopo aver ottenuto due permessi di costruzione e firmato accordi di sviluppo su oltre due milioni e mezzo di metri quadrati, progetta di costruire un resort di superlusso, ma è solo il terminale di una rete di società di comodo che risalendo la filiera farebbero capo alla Affinity Partners di Jared Kushner e Ivanka Trump. 

Nel frattempo a Jared e Ivanka si sarebbero aggiunti due fratelli miliardari quatarioti, un discusso imprenditore israeliano, un altrettanto discusso faccendiere albanese, una delle più importanti famiglie del Paese delle Aquile con interessi variegati, dall’immobiliare alla gestione dell’aeroporto di Tirana, e altri soggetti dalle vicende più o meno accidentate. 

Il progetto di Kushner e della figlia del presidente degli Stati Uniti, d’altra parte, non è uno scherzo: prevede un investimento da 1,4 miliardi di dollari (secondo altre fonti si arriverebbe a quattro miliardi), e si estende a un altro luogo incontaminato, l’isola di Sazan che fronteggia  il lungo litorale di Zvërnec. Anzi, è qui che dovrebbe sorgere la struttura più esclusiva. A rivelarlo già due anni fa era stata la stessa Ivanka. 

«Sto lavorando con mio marito, abbiamo questa meravigliosa isola di 1.400 acri nel Mediterraneo e coinvolgiamo i migliori architetti, i migliori marchi… sarà fantastico» aveva detto nel podcast di Lex Fridman, l’informatico amante del jiu jitsu che allenò Elon Musk e Mark Zuckerberg per la loro mai disputata sfida di arti marziali. Un luogo fuori dal tempo che Marzio G. Mian descrive così, memore di un suo reportage per Vanity Fair: «Sazan sembra uscita dalla fantasia di Steven Spielberg, un reperto sopravvissuto all’epoca giurassica, ma dove prende benissimo il cellulare. Ci si trova davanti a vallate coperte di felci, plumbago, rosmarino, ginestre, alloro, tutto di dimensioni giganti, come stare dentro una macchia mediterranea generata con l’AI. La vista dalle scogliere a strapiombo sul mare nel tramonto è da vertigine». 

Mian era riuscito a ottenere il permesso di visitarla dal ministero della Difesa albanese che ne era il proprietario in ragione del passato da base militare dell’isola. Ed è qui che le prime domande cominciano a non avere risposta: com’è stato possibile che un’area protetta e un’isola off limits, entrambe di proprietà dello Stato, siano passate in mano privata senza colpo ferire?

Ancora più nebuloso è il racconto di Ivanka, stavolta nel podcast di David Senra, su come lei e il marito avessero scoperto Sazan. Nel 2021, durante una crociera a bordo dello yacht di Nat Rothschild si tuffarono in acqua e raggiunsero l’isola, inerpicandosi «a piedi nudi fino in cima». Due incoscienti patentati, se così fosse, visto che Sazan è disseminata di ordigni inesplosi e proiettili di artiglieria. L’isola, piazzata all’imbocco del canale d’Otranto, deve la sua purezza all’importanza strategica che ha ricoperto. Durante il fascismo, per tutto il Ventennio, si chiamò Saseno e fu una base italiana, poi arrivarono i sovietici con dodici sommergibili, con l’inasprirsi dell’isolamento imposto all’Albania dalla paranoia di Enver Hoxha divenne una vera e propria fortezza in mezzo al mare (ancora Mian ha stimato la presenza di tremilaseicento bunker), infine le esercitazioni a colpi di cannonate della Nato.

Nei fatti, a dicembre del 2024 poco dopo il secondo insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca (ben dopo la fatidica nuotata e anche dopo il Fridman Podcast), il governo di Edi Rama diede l’ok al progetto immobiliare, e a Kushner lo status di “investitore strategico”: una sorta di corsia preferenziale nell’ottenimento delle autorizzazioni necessarie, grazie a una modifica alla legge per la tutela dell’ambiente che ha permesso di costruire resort anche nelle aree protette. Guarda caso, anch’essa del 2024. 

Ovvio che il sessantunenne Rama, ex nazionale di basket, ex sindaco di Tirana e pittore di buon talento, sia finito nell’occhio del ciclone. Il primo ministro ha difeso il proprio operato, convinto che il turismo di lusso è un’imperdibile occasione di sviluppo per un Paese che vanta quattrocentocinquanta chilometri di coste in buona parte ancora vergini, e che attrarre capitali stranieri sia un ulteriore passo verso l’ingresso nella Ue. «L’Albania non dovrebbe temere un progetto straordinario come questo» ha provato a spiegare Rama, ma il modo in cui inizialmente ha rifiutato il dialogo ha finito per mettergli contro molti di coloro che meno di un anno fa gli aveva rinnovato la fiducia per la quarta volta consecutiva. 

Il premier per placare le proteste il 12 giugno è apparso alla tv nazionale, ma quando la conduttrice ha allargato il discorso al perché dopo tredici anni al potere il suo governo non fosse ancora riuscito a garantire servizi idrici ed elettrici affidabili, ha perso le staffe e ha chiuso il collegamento. Poi, quando la piazza ha cominciato a chiedere con insistenza le sue dimissioni, ha rincarato la dose con un’intervista rilasciata a muso duro: «La gente dice che sono io il capo di tutto questo. Io dico loro di andare a quel paese. Semplice».

Evidente che le proteste per Zvërnec e Sazan si siano saldate con qualcosa di più profondo: l’insofferenza per l’arroganza del potere, la spinta a un rinnovamento radicale chiesta dalle giovani generazioni, le condizioni di vita in un Paese dove ancora nel 2024 (secondo l’istituto di statistica nazionale) il quaranta per cento degli albanesi rischiava di vivere in povertà, il salario lordo mensile è di 1084 dollari e in dodici anni i residenti si sono ridotti di 420 mila unità. Spia di un’emigrazione che somiglia a una vera e propria diaspora: la popolazione conta meno di due milioni e mezzo di individui.

Le biografie dei compagni di viaggio di Kushner hanno contribuito ad alimentare i dubbi. L’agenzia statale anticorruzione (nata per aderire ai parametri richiesti dall’agognato ingresso nella Ue) ha avviato un’inchiesta e la stessa Bruxelles si è fatta sentire con una nota ufficiale.

La protesta a Tirana va avanti dal 30 maggio tutte le sere / Ap

Come ricostruito da una straordinaria inchiesta di Balkan Insight buona parte dei terreni nell’oasi di Zvërnec fanno capo ad Artur Shehu e al suo ex avvocato Pellumb Petritaj. Il primo è un uomo d’affari che risiede negli Stati Uniti ed è coinvolto «in numerosi procedimenti giudiziari riguardanti proprietà incluse nel progetto». Petritaj, invece, è stato condannato in primo grado per la falsificazione dei documenti che attribuivano la proprietà di alcuni di quei terreni allo stesso Shehu: ha fatto ricorso e nega gli addebiti. Altri due appezzamenti appartengono rispettivamente alla figlia di Petritaj e alla famiglia di Alaudin Malaj, ex presidente della Corte d’Appello di Tirana. «Nel 2013 – riporta Balkan Insight -, Malaj si pronunciò in una causa civile assegnando alla famiglia Shehu 156 ettari nella zona, ribaltando una decisione di un tribunale di grado inferiore. In seguito fece parte del collegio giudicante che archiviò le accuse di falsificazione contro Petritaj. Entrambe le decisioni furono ribaltate dalla Corte Suprema e rinviate a un nuovo processo».

La proprietà più estesa coinvolta nel progetto è quella di una società controllata da Redi Struga, in realtà intermediario dei miliardari qatarioti Ramez e Mohamad Al-Khayyat. Infine, un ruolo nell’affare sembra ricoprire anche Musa Kastrati, figlio di uno dei principali imprenditori albanesi, e vicino di casa dei Kushner a Indian Creek, il “Billionaire bunker” vicino a Miami dove ha acquistato una villa da otto milioni di dollari. Lo stesso Musa nel marzo del 2024 aveva dichiarato al New York Times che la sua azienda avrebbe avuto un ruolo nei piani immobiliari dell’amico Jared. 

Miami, la rabbia popolare e una certa foga giustizialista, hanno reso facile associare alla vicenda anche i rapporti di Rama con Israele, attraverso la sua amicizia con Ron Yefet, imprenditore molto attivo nell’industria della difesa di Tirana, viste le origini di Hushner (e i suoi rapporti privilegiati con Benjamin Netanyahu) e quelle di Nat Rothschild. Ricordate? Il proprietario del panfilo da cui Ivanka avrebbe scoperto l’isola incantata. 

Anche Yefet vive nell’isola per ricconi a sud di Miami ed è il figlio dell’ex responsabile della sicurezza di El Al, ai cui funerali nel 2022 era presente Rama. Della cosa ha finito per occuparsi persino Haaretz e il premier albanese ha affermato che le manifestazioni di questi giorni sono «intrise di antisemitismo», definendo come «assolutamente false» simili ricostruzioni.

Questo solo per rendere conto del coacervo di situazioni, rivendicazioni, complottismi che animano una protesta che agli occhi degli osservatori più accreditati resta comunque apartitica, senza leader forti e lontana dalla vecchia opposizione, quella del controverso Sali Berisha. Una “rivoluzione” pacifica, gioiosa, difficile da gestire persino per un istrione della politica come il premier socialista, con i suoi slogan semplici, irridenti (“L’Albania non è in vendita”, “Quando gli studenti si ribellano, lo Stato trema”), che nascono online e da lì tornano tra i duecentomila manifestanti: tanti erano nell’ultimo corteo a Tirana. Una meme-mania l’ha liquidata Rama. Come quello generato con l’IA, in cui lui è un fenicottero rosa che si guarda intorno impaurito.

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