
La settimana scorsa, la Commissione europea ha pubblicato la proposta di riforma dell’Ets (il mercato delle quote di CO2). Come dimostrano le reazioni negative – sia da parte di chi ne chiedeva una seria revisione, sia da parte di chi invece lo considerava insufficiente – Bruxelles ha tentato di dare un colpo al cerchio e uno alla botte. In sostanza, ha reso il sistema più complicato, senza ridurne i costi né aumentandone l’efficacia.
Mentre gran parte della discussione si è concentrata sui tecnicismi, la notizia più importante è un’altra: accanto all’Ets, Ursula von der Leyen ha introdotto un nuovo obiettivo, per ora solo “indicativo”, relativo all’elettrificazione. Entro il 2040, il quarantasei per cento dei consumi energetici totali nell’Unione europea dovranno essere elettrificati (attualmente siamo attorno al 23 per cento). Che l’energia elettrica avrà un ruolo crescente nella nostra economia è pacifico; che questo favorirà l’efficienza e la decarbonizzazione, pure. Quello che è tutt’altro che pacifico è che l’elettrificazione debba costituire un target in sé. Il tasso di sostituzione delle tecnologie tradizionali in ambiti come i trasporti e gli usi domestici dipende da una pluralità di fattori, tra cui l’andamento dell’economia, la demografia, il progresso tecnico e le preferenze dei consumatori. Nessuno può sapere come sarà il mondo tra quindici anni (nel 2040) e oltre. E, soprattutto, nessuno può sapere se – alla luce degli sviluppi futuri – la combinazione più efficace per abbattere le emissioni di CO2 sarà effettivamente quella immaginata, cioè imposta, dalla Commissione.
Facciamo un breve riassunto: a un obiettivo strettamente ambientale (la riduzione delle emissioni del cinquantacinque per cento nel 2030, del novanta per cento nel 2040 e net zero nel 2050) se ne affiancano uno sulle rinnovabili (42,5 per cento dei consumi lordi di energia nel 2030), uno sull’efficienza (riduzione dei consumi dell’11,7 per cento al di sotto delle previsioni) e, adesso, uno sull’elettrificazione. In più, esistono vari sotto-target: la riduzione delle emissioni dai veicoli a motore, le prestazioni energetiche degli edifici, l’idrogeno, la riduzione dei rifiuti e via discorrendo. È anche questa proliferazione di obiettivi più o meno vincolanti (a cui sistematicamente segue un carosello di sussidi, tasse, obblighi e divieti) a far esplodere i costi della decarbonizzazione.
Il dibattito si è concentrato sull’Ets, che rappresenta l’elemento più visibile e quindi l’anello debole del Green Deal. Ma ne è anche la componente più efficiente, perché si limita a fissare un prezzo alle emissioni, lasciando che sia il mercato a trovare il modo di ridurne l’entità al minimo costo. Ogni ulteriore vincolo ha due conseguenze: da un lato, comporta assorbimenti di risorse potenzialmente sproporzionati rispetto al risultato (per esempio, il Superbonus e i sussidi ai trasporti ferroviari); dall’altro, la priorità a investimenti potenzialmente più costosi finisce per cannibalizzare i segnali di prezzo dell’Ets, rendendolo un balzello indigesto e percepito come ingiusto perché meramente aggiuntivo.
Non solo questo rende la decarbonizzazione più onerosa: la getta in pasto ai gruppi di interesse che fanno a gara ad aggiudicarsi l’incentivo o il regolamento che più li avvantaggia, e contribuisce alla delegittimazione delle finalità ambientali agli occhi di un’opinione pubblica sempre più stremata.