
Al triplice fischio dell’arbitro la Francia ha esultato per l’ennesimo passaggio alle semifinali in una Coppa del Mondo. Sono cinque volte in otto edizioni compresa questa. Gli episodi precedenti hanno portato due vittorie e due sconfitte in finale, entrambe ai rigori. Le due vittorie sono arrivate a distanza di vent’anni, la prima nel 1998, l’altra nel 2018. In entrambi i casi, gli unici francesi incapaci di condividere l’entusiasmo collettivo sono stati proprio coloro che dicono di amare di più il Paese: i nazionalisti, i sostenitori di un sovranismo francese in ogni cosa.
Il Rassemblement National è in testa ai sondaggi in vista delle presidenziali del 2027 nonostante il caso giudiziario della sua leader Marine Le Pen. Eppure rappresenta quella parte di Francia che storicamente fatica a identificarsi con una nazionale multietnica e multiculturale. E la storia recente dei Bleus è strettamente legata all’evoluzione dell’estrema destra francese.
Jean-Marie Le Pen, padre di Marine e fondatore del Front National, è stato forse il più acceso oppositore interno della nazionale di calcio francese. Quella squadra, diceva negli anni Novanta, era formata da finti francesi: «È un po’ artificioso far entrare giocatori stranieri e battezzarli “Équipe de France”», disse nel 1996, durante l’estate degli Europei. «Hanno messo un algerino per compiacere gli arabi, un kanak che non sa nemmeno cantare l’inno nazionale, dei neri per accontentare gli antillani. Non c’è posto per nessuno di loro nella nazionale francese». Sono curiose le critiche sull’inno nazionale lette dall’Italia: per anni abbiamo scherzato sugli italianissimi calciatori azzurri incapaci di ricordare le parole dell’Inno di Mameli.
A Jean-Marie Le Pen non importava che tutti i convocati fossero nati in Francia, ad eccezione di Marcel Desailly, nato in Ghana, e che “La Marsigliese” non fosse sempre stata cantata dalle generazioni precedenti, neanche ai tempi di Michel Platini.
Ancora nel 2006, anno dei Mondiali in Germania, Le Pen disse che «la percentuale di giocatori di colore» nella squadra era «forse esagerata», accusando l’allenatore Raymond Domenech di essere influenzato «da scelte ideologiche». La sconfitta in finale contro l’Italia deve averlo accontentato. E i pochi anni bui che sono seguiti, all’inizio dello scorso decennio, gli hanno permesso di collegare un presunto scarso attaccamento alla maglia con un fantomatico fallimento dell’integrazione.
Il Front National sarebbe cambiato nel 2018 con il restyling portato da Marine Le Pen. Fino ad allora, la figlia di Jean-Marie, si era tenuta a distanza dallo sport: diceva di «non sapere assolutamente nulla di calcio» e di avere una preferenza per il rugby, non a caso uno sport praticato in maggioranza dalla popolazione bianca. «Con l’indebolimento dei partiti di governo francesi nel corso degli anni Dieci, Le Pen ha intravisto l’opportunità di conquistare il sostegno degli elettori tradizionali del centrodestra», ha scritto Sasha Issenberg in un articolo pubblicato su Politico. «[Le Pen] Ha insistito sul fatto che il suo partito “non è razzista”, ha espulso il padre dopo che questi aveva ripetuto dichiarazioni negazioniste sull’Olocausto e ha rilanciato il movimento con la denominazione più conciliante di Rassemblement National: era pronta ad abbandonare la rumorosa tradizione del padre di criticare i successi della nazionale».
La decisione di non attaccare una nazionale ancora più cosmopolita, in un certo senso anche più rappresentativa del Paese reale – diverso da quello urlato negli slogan della stessa Le Pen – si può spiegare con i risultati sportivi: molto semplicemente, per un partito è difficile mantenere una linea critica così forte di fronte a una nazionale vincente, a tratti dominante. Più che un ripensamento culturale, è stata una scelta politica. Attaccare la nazionale significava alienarsi una squadra ormai diventata patrimonio comune dei francesi.
Quando nel 2018 la Francia ha vinto i Mondiali, Le Pen ha dovuto cambiare bersaglio: tutto pur di non schierarsi con la squadra di Mbappé, Varane, Kanté, Pogba. L’unico da colpire era Emmanuel Macron, che l’aveva sconfitta alle elezioni e che, secondo lei, si preoccupava troppo di un torneo che «non farà sparire le preoccupazioni, non farà sparire i pericoli dell’insicurezza e del terrorismo, non farà sparire le difficoltà economiche».
Issenberg spiega che questa nuova strategia fa parte di un più ampio spostamento del risentimento dell’estrema destra dalle questioni razziali ed etniche a quelle di classe e di status sociale: «Le Pen ha iniziato a parlare degli atleti francesi più famosi nello stesso modo in cui suo padre un tempo liquidava le élite parigine distaccate – “robot tecnocratici, laureati dell’École Nationale d’Administration e bohémien borghesi” – piuttosto che come immigrati ingrati che rappresentavano le periferie irrequiete del Paese».
La destra più populista ha cercato quindi nuovo carburante per il suo odio nella ricchezza e nello status dei calciatori. Due anni fa diversi giocatori della nazionale avevano espresso le loro preoccupazioni dopo il successo elettorale del Rassemblement National in molte elezioni regionali. Il capitano Kylian Mbappé aveva definito il risultato catastrofico e avvertito che «gli estremismi stanno bussando alle porte del potere». A quel punto era già sceso in campo Jordan Bardella, che poteva ribattere: «Quando hai la fortuna di avere uno stipendio altissimo, di essere multimilionario, di poter viaggiare su un jet privato, mi dà un po’ fastidio vedere questi personaggi dello sport dare lezioni a persone che faticano ad arrivare a fine mese».
Negli ultimi anni sono stati gli stessi giocatori della nazionale a prendere posizione contro l’estrema destra. Nessuno più di Kylian Mbappé, che in un’intervista a Vanity Fair ha spiegato di sapere «quali conseguenze può avere per il mio Paese quando questo tipo di persone prendono il potere». Oggi, come detto, il Rassemblement National continua a guidare i sondaggi indipendentemente da chi sarà il suo candidato alle presidenziali del prossimo anno, e il capitano dei Bleus è diventato uno dei loro critici più espliciti.
Mbappé ha padre camerunese e madre di origine algerina, è cresciuto nella banlieue parigina di Bondy. Incarna quella Francia multietnica che il Rassemblement National (e prima il Front National) ha sempre guardato con sospetto. Oggi è probabilmente il personaggio pubblico più popolare del Paese, un simbolo nazionale ben oltre il calcio. Qualche giorno fa, durante una conferenza stampa, un giornalista cercava di attirare la sua attenzione: «Sono alla tua sinistra, all’estrema sinistra». Mbappé ha sorriso: «Meno male che non eri dall’altro lato».
In realtà i Bleus dialogano con la politica da molto prima di Mbappé – ne aveva scritto Alexis Delcambre in un lungo articolo su Le Monde due anni fa. Alle dichiarazioni di Jean-Marie Le Pen negli anni Novanta risposero Bernard Lama, Lilian Thuram e Didier Deschamps, gli alfieri di quella nazionale Black-Blanc-Beur (Nero-Bianco-Arabo) che avrebbe vinto i Mondiali nel ’98 esaltando la multietnicità del gruppo. Dopo la finale, decisa da una doppietta di Zinédine Zidane contro il Brasile (3-0 sul tabellino), sugli Champs-Élysées si accesero delle lettere luminose: “Zidane, presidente!”. Una conseguenza imprevista e imprevedibile per un Paese che in quel momento stava scoprendo la forza dell’integrazione. In un ricordo pubblicato sul magazine spagnolo Panenka, in un numero speciale dedicato proprio a Zidane, il giornalista francese Thibaud Leplat scrive: «Ricordo di aver visto bandiere dell’Algeria accanto al tricolore francese sventolare sugli Champs-Élysées. Ricordo l’euforia di quella moltitudine amabile e colorata. Se in quei giorni dell’estate 1998 l’utopia multiculturale durò più di una notte, fu grazie a Zizou».
Zidane era stato un leader silenzioso fino a quel momento, più a suo agio a far parlare il campo. Ma con il sorprendente accesso di Le Pen al ballottaggio delle presidenziali del 2002, anche lui decise di schierarsi con fermezza: «Bisogna dire alla gente di votare e pensare alle conseguenze di scegliere un partito che non corrisponde ai valori della Francia». È passato quasi un quarto di secolo. La nazionale è diventata sempre più consapevole del proprio ruolo pubblico: oggi è diventata uno dei simboli più riconoscibili della Francia multiculturale.
Da trent’anni l’estrema destra cerca di convincere i francesi che la nazionale non rappresenti la Francia. In realtà la storia è andata in direzione opposta. Piaccia o no, la squadra oggi guidata da Mbappé, Olise e Upamecano accanto a Rabiot, Cherki e Maignan, è uno dei pochi riflessi fedeli della République, volto di una Francia molto più plurale di quella immaginata da Jean-Marie Le Pen e da sua figlia.