
Nel gennaio del 2011, da qualche parte tra la folla assiepata in piazza Tahrir, al Cairo, un uomo sollevò un cartello scritto a mano. C’era scritto: «Facebook: contro ogni ingiustizia». Probabilmente non pensava di stare prendendo posizione sulla politica tecnologica. Stava prendendo posizione contro Hosni Mubarak, il dittatore che, nel giro di poche settimane, sarebbe stato costretto a lasciare il potere, anche perché strumenti come Facebook avevano dato agli egiziani un modo per coordinarsi, organizzarsi e ritrovarsi mentre i media controllati dallo Stato cercavano di convincerli che fossero soli.
Quattordici anni dopo, quasi nello stesso giorno, il fondatore di Facebook – ancora oggi alla guida dell’azienda – sedeva in un posto d’onore durante la cerimonia d’insediamento di un presidente americano apertamente sprezzante nei confronti delle regole democratiche. Era seduto davanti agli stessi futuri membri del governo e accanto a quasi tutti i principali amministratori delegati delle Big Tech. La stessa piattaforma. Un rapporto con il potere completamente diverso.
Sarebbe facile guardare queste due immagini e concludere che l’ottimismo tecnologico dei primi anni di Internet fosse un’illusione, e che gli strumenti che immaginavamo avrebbero liberato le persone fossero destinati, fin dall’inizio, a essere catturati dai potenti.
Sarebbe facile. E sarebbe sbagliato. Ma non del tutto. Tra quelle due fotografie qualcosa è realmente cambiato, e fingere il contrario non ci aiuta a capire.
A cambiare non è stata tanto la tecnologia. Nel 2011 Facebook era già una piattaforma centralizzata, controllata da un’unica azienda. Ciò che è cambiato è che gli incentivi propri di quell’architettura centralizzata hanno avuto il tempo di dispiegare tutti i loro effetti.
I sistemi centralizzati creano inevitabilmente dei chokepoint. E, una volta che questi esistono, attirano chiunque abbia interesse a sfruttarli: le aziende, che cercano di estrarre sempre più valore dagli utenti; i governi, che cercano di ottenere obbedienza dalle aziende; i movimenti politici, che cercano di influenzare entrambi.
Nel 2011 Facebook non aveva ancora compreso quanto quei chokepoint sarebbero diventati redditizi, né quanto potere avrebbero conferito a chi fosse riuscito a dominarli. Nel 2025, invece, lo hanno capito tutti. È questo l’aspetto che sfugge alla maggior parte dei dibattiti sulla tecnologia e sulla democrazia. La domanda decisiva non è se una tecnologia sia, per sua natura, buona o cattiva, liberatoria o oppressiva. La domanda è se l’architettura su cui è costruita crei incentivi che concentrano il potere oppure lo distribuiscono.
L’architettura determina gli incentivi; gli incentivi determinano gli esiti. E una volta costruito un chokepoint, i tentativi di impossessarsene diventano incessanti, perché il valore di chi lo controlla continua a crescere.
Per capire perché questo cambiamento sia avvenuto – e perché, alla luce dei modelli di business che si sono affermati, fosse in larga misura inevitabile – bisogna prima comprendere l’economia dell’abbondanza digitale.
Gli incentivi dei nuovi intermediari
L’abbondanza digitale ha trasformato il significato stesso dell’intermediazione culturale. Nei primi anni di Internet l’idea dominante era che la rete avrebbe eliminato gli intermediari. Ma la promessa della disintermediazione non si è mai realizzata davvero. È successo qualcosa di diverso: gli intermediari non sono scomparsi, hanno semplicemente cambiato natura.
Prima di Internet gli intermediari erano le case discografiche, gli editori, gli studi cinematografici, le redazioni dei giornali. Erano dei guardiani: il loro lavoro consisteva nel respingere il novantanove per cento di ciò che ricevevano, affinché soltanto una piccola parte potesse raggiungere il pubblico.
Gli intermediari della rete hanno fatto l’opposto. Il loro modello consisteva nel lasciare passare quasi tutto. Non erano più guardiani, ma facilitatori. Attraverso di loro è transitata una quantità di musica, video, articoli, podcast e altri contenuti che i vecchi intermediari non avrebbero nemmeno potuto immaginare.
Ma anche questi nuovi intermediari avevano bisogno di un modello economico. Le aziende che ebbero successo nei primi anni di Internet si trovarono rapidamente di fronte a quello che sembrava un problema fondamentale: se chiunque può produrre contenuti e tutti questi contenuti sono disponibili gratuitamente, come si guadagna?
Tradizionalmente l’economia si occupa dell’allocazione di risorse scarse. La tecnologia digitale ha mandato in crisi questo paradigma. All’improvviso le informazioni potevano essere copiate a un costo marginale praticamente nullo. E se ciò che offri è sostanzialmente gratuito, che cosa puoi vendere?
Google e Facebook trovarono la risposta che avrebbe definito i due decenni successivi. L’unica risorsa rimasta davvero scarsa era l’attenzione delle persone. Costruisci un’enorme macchina pubblicitaria. Vendi quell’attenzione agli inserzionisti. Più dati raccogli sugli utenti, più puoi indirizzare con precisione la pubblicità. E più la pubblicità è precisa, più puoi farla pagare.
Ma per costruire un sistema di raccolta dati di questo tipo era necessario assumere un controllo sempre maggiore sul flusso stesso delle informazioni.
Così le stesse piattaforme che avevano abbattuto i vecchi guardiani dell’informazione e permesso a miliardi di persone di partecipare alla vita culturale e politica hanno finito per costruire il più grande sistema di estrazione dell’attenzione mai esistito nella storia.
L’emancipazione degli utenti era reale. Ma aveva un prezzo. Quel modello di business richiedeva la centralizzazione. L’architettura che dava potere agli utenti era la stessa architettura che estraeva valore da loro. Per costruire l’una era inevitabile costruire anche l’altra.
Dall’«enshittification» alla «despotification»
Quella prima ondata di emancipazione degli utenti rese possibili fenomeni come la Primavera araba. Voci distribuite, che i vecchi guardiani dell’informazione avevano tenuto ai margini, riuscirono improvvisamente a trovarsi, organizzarsi e agire.
Ma l’abbondanza fa rumore. La stessa ondata di contenuti generati dagli utenti che permise alle voci represse di emergere produsse anche una gigantesca cacofonia: una massa di contenuti, molti dei quali irrilevanti, altri deliberatamente manipolatori.
A metà degli anni Duemila la critica più diffusa a Internet era diventata il cosiddetto information overload, il sovraccarico informativo. Avevamo accesso a tutto, ma non riuscivamo più a trovare nulla.
La soluzione che finì per imporsi fu la selezione algoritmica operata dalle piattaforme centralizzate. In teoria lo stesso problema avrebbe potuto essere risolto con i lettori RSS o con siti personali, ma ciò avrebbe richiesto agli utenti di costruire da soli i propri criteri di selezione.
Le piattaforme centralizzate offrirono una proposta molto più semplice: «Non preoccuparti. Decidiamo noi cosa mostrarti». La maggior parte delle persone accettò volentieri quello scambio. E, in quel momento, sembrava uno scambio ragionevole.
Ma quella scelta ha prodotto una serie di conseguenze che stiamo iniziando a comprendere soltanto oggi. La prima è ciò che lo scrittore Cory Doctorow ha definito, con un’espressione diventata celebre, enshittification, il progressivo deterioramento delle piattaforme digitali: «Prima sono buone con i loro utenti. Poi iniziano a maltrattare gli utenti per favorire i clienti commerciali. Infine maltrattano anche quei clienti per trattenere tutto il valore economico per sé».
Le aziende che hanno scelto di controllare in modo centralizzato l’esperienza degli utenti lo hanno fatto, inizialmente, perché stavano davvero migliorando i loro prodotti. Il sovraccarico informativo era un problema reale. Disporre di strumenti migliori per gestirlo rappresentava un vantaggio concreto. È anche per questo che così tante persone si sono riversate sulle piattaforme social centralizzate, affidandosi con entusiasmo ai loro algoritmi.
Il problema dei sistemi centralizzati è che creano una tentazione quasi irresistibile: quella di esercitare controllo e sfruttare la propria posizione.
Gli utenti che inizialmente ne hanno tratto beneficio finiscono per sentirsi intrappolati. Possono andarsene, certo, ma farlo significa abbandonare la propria comunità, i propri contatti, le proprie reti sociali.
L’assenza di una via d’uscita semplice genera lock-in, una dipendenza dalla piattaforma. Ed è proprio questa dipendenza a rendere possibile l’enshittification.
Ma gli stessi chokepoint che permettono alle aziende di estrarre valore consentono anche ai governi di estrarre potere. Chiunque voglia esercitare controllo cerca leve lungo tutta l’infrastruttura della rete. E i sistemi centralizzati tendono a concentrarle.
Chiamiamo questo fenomeno despotification. È l’equivalente politico dell’enshittification: gli stessi chokepoint vengono usati per ottenere obbedienza dalle piattaforme e, in ultima analisi, per influenzare ciò che le persone possono dire, leggere e ascoltare.
Per chi detiene il potere, la tentazione di intervenire su questi meccanismi diventa quasi irresistibile. Può assumere forme molto diverse. X può decidere di penalizzare i post che rimandano a siti esterni. Amazon può scegliere quali prodotti mostrare tra i risultati sponsorizzati. Instagram può stabilire quali contenuti meritino una notifica. Substack può decidere quali newsletter suggerire ai lettori.
Ognuna di queste scelte può essere modificata in modo da aumentare il tempo trascorso sulla piattaforma, il coinvolgimento degli utenti e i ricavi. Non necessariamente nell’interesse di chi utilizza quei servizi.
Naturalmente esistono sempre motivazioni che possono giustificare queste decisioni. Gli incentivi sono semplicemente troppo forti. Per gli amministratori delegati si tratta di sostenere le valutazioni delle proprie aziende o di rispondere alle pressioni dell’opinione pubblica riguardo ai contenuti consentiti – o vietati – sulle piattaforme.
I governi, dal canto loro, ricorrono a qualunque argomento possa risultare efficace, anche quando le diverse giustificazioni finiscono per contraddirsi. C’è chi vuole controllare queste piattaforme per combattere la disinformazione. Chi sostiene di volerle controllare per difendere la libertà di espressione. E quasi tutti, prima o poi, invocano la necessità di «proteggere i bambini» o di tutelare la «sicurezza nazionale».
Ma, al di là delle motivazioni dichiarate, il vero obiettivo è sempre lo stesso: conquistare il controllo di un chokepoint da cui è possibile influenzare quali conversazioni possano svolgersi, quali vengano incoraggiate e quali invece rese invisibili.
La decentralizzazione può riportare Internet ai suoi ideali democratici
Non deve necessariamente andare così. La promessa originaria del web era abbattere i vecchi guardiani dell’informazione e creare un sistema in cui un numero molto maggiore di persone potesse partecipare alla conversazione pubblica.
Sotto molti aspetti ci è riuscito. Ha sostituito i tradizionali intermediari dei media con nuovi strumenti nati su Internet, capaci di facilitare la partecipazione. Ma, nel corso degli ultimi quindici anni, molte piattaforme hanno progressivamente assunto il ruolo di fornitori centralizzati. Ed è proprio questa posizione che le rende così attraenti per chi cerca controllo economico o politico.
Non esiste alcuna ragione per cui non si possa costruire una nuova generazione di servizi capace di recuperare quella promessa originaria: un Internet aperto, decentralizzato, che restituisca potere agli utenti invece di concentrarlo nelle mani di nuovi guardiani.
Qualche esempio esiste già. Nel 2019 pubblicai un saggio intitolato “Protocols, Not Platforms”, in cui sostenevo che un’architettura più decentralizzata avrebbe potuto spostare il potere verso i margini della rete, allontanandolo da quei chokepoint che rendono così appetibile sia l’estrazione di valore da parte delle aziende sia la cattura politica.
Da allora sono nati diversi esperimenti. Protocolli decentralizzati come ActivityPub, Nostr e Farcaster hanno costruito comunità di sviluppatori e dato vita ad applicazioni interessanti.
C’è poi l’AT Protocol, nato direttamente come risposta a quel saggio, e Bluesky – di cui faccio parte del consiglio di amministrazione – che ha già superato i quarantaquattro milioni di utenti registrati. Ma, ancora più importante, il protocollo sottostante sta ispirando una più ampia reinvenzione decentralizzata del funzionamento stesso del web.
Paradossalmente, Bluesky è forse l’aspetto meno interessante dell’intero ecosistema. La vera innovazione sta in ciò che centinaia di sviluppatori stanno costruendo sopra quell’infrastruttura.
A differenza di Google o Facebook, questi nuovi sistemi sono progettati per rimanere strutturalmente aperti. L’obiettivo è conservare tutto ciò che di positivo aveva il web aperto – la capacità di dare potere agli utenti e favorire la partecipazione – eliminando però quei chokepoint che rendono così facile sia l’enshittification sia la despotification.
In un sistema di questo tipo anche gli incentivi cambiano radicalmente. Se gli utenti mantengono il controllo dei propri dati e possono scegliere liberamente quali strumenti utilizzare per gestirli, allora ogni tentativo di concentrare nuovamente il potere in un punto centralizzato diventa controproducente.
La possibilità di uscire facilmente da un fornitore per passare a un altro – o persino a una soluzione autogestita – limita fortemente gli incentivi ad abusare della propria posizione dominante.
Ogni passo verso l’enshittification rende infatti più probabile che gli utenti premano semplicemente un pulsante e abbandonino quel servizio, senza perdere contenuti, dati o relazioni.
Danny O’Brien, senior fellow della Filecoin Foundation, sostiene che la decentralizzazione non dovrebbe mai essere il fine ultimo. È soltanto uno strumento. Il vero obiettivo è la libertà cognitiva: la possibilità di pensare, riflettere e sviluppare le proprie idee senza che questi processi vengano sorvegliati, manipolati o controllati da chi possiede l’infrastruttura.
Il web delle origini ha effettivamente decentralizzato una parte della nostra libertà cognitiva, permettendo a molte più persone di parlare, associarsi e farsi ascoltare. Ha creato opportunità straordinarie. Ma anche problemi enormi.
E proprio le soluzioni adottate per affrontarli hanno posto le basi del mondo più «enshittificato» e «despotificato» in cui viviamo oggi, un mondo in cui poteri economici e politici competono per controllare i punti nevralgici della rete e piegarli ai propri interessi.
Gli strumenti realmente decentralizzati fanno esattamente il contrario. Distribuiscono il potere fino ai margini del sistema. Gli utenti controllano i propri dati e decidono quali intermediari possano operarvi sopra. Ed è proprio questa architettura a rappresentare il miglior antidoto sia all’enshittification sia alla despotification.
Perché ogni tentativo di imboccare quella strada finisce semplicemente per spingere gli utenti ad attraversare una soglia d’uscita volutamente molto bassa, portando con sé dati, contenuti e comunità.
Costruire un futuro decentralizzato
Nulla di tutto questo accadrà automaticamente. Le forze che puntano a concentrare il controllo hanno già pronti i loro argomenti: i sistemi centralizzati sarebbero più sicuri, più responsabili e più efficaci nel contrastare gli abusi.
Stiamo già vedendo questa logica tradursi in proposte di legge presentate in nome della «protezione dei minori» o della «sicurezza nazionale»: norme che, nella pratica, finirebbero per concentrare ancora di più il controllo, rendendo sia l’enshittification sia la despotification più probabili, non meno.
La decentralizzazione, proprio come la democrazia, è qualcosa per cui bisogna battersi. Se non c’è uno sforzo deliberato, la traiettoria naturale porta verso la centralizzazione. Perché la centralizzazione è comoda. E, nel breve periodo, la comodità vince quasi sempre.
Per questo le alternative decentralizzate devono essere davvero migliori, non semplicemente più pure dal punto di vista filosofico.
Le piattaforme centralizzate hanno vinto la partita precedente perché hanno eliminato gli attriti. Non chiedevano agli utenti di gestire file di configurazione o di capire come funzionasse la rete. Dicevano semplicemente: «Clicca qui e funziona». E la maggior parte delle persone ha accettato quell’offerta.
Qualunque alternativa decentralizzata che costringa gli utenti a comportarsi come amministratori di sistema è destinata a perdere, esattamente come hanno perso la precedente generazione di protocolli aperti.
La differenza, oggi, è che siamo più vicini che mai alla possibilità di costruire sistemi decentralizzati capaci di essere allo stesso tempo più semplici da usare e più capaci di restituire potere agli utenti.
Sistemi in cui l’esperienza d’uso possa competere con quella delle grandi piattaforme centralizzate e in cui i benefici democratici siano incorporati nell’architettura stessa, anziché aggiunti successivamente come correttivi. L’obiettivo è costruire sistemi in cui queste due dimensioni procedano nella stessa direzione. È questa la vera posta in gioco del lavoro che oggi si sta facendo sui protocolli decentralizzati. Un’architettura diversa.
Un’architettura in cui i chokepoint che hanno reso inevitabili l’enshittification e la despotification semplicemente non esistono. E in cui la partecipazione democratica non rappresenta un effetto collaterale di una buona tecnologia, ma la sua ragion d’essere.
La prossima Internet
Lo schema descritto fin qui si sta ripresentando proprio adesso, in tempo reale, con quella che con ogni probabilità sarà la tecnologia destinata a definire il prossimo decennio. L’intelligenza artificiale.
Le aziende oggi all’avanguardia – OpenAI, Anthropic e Google, con xAI, Meta e Mistral subito dietro – hanno tutti gli incentivi per seguire lo stesso copione già scritto dalla precedente generazione di giganti di Internet (e, in alcuni casi, si tratta addirittura delle stesse aziende): costruire qualcosa di utile, attirare utenti, creare dipendenza dalla piattaforma e infine sfruttare i chokepoint.
La curva dell’enshittification non dipende dalla tecnologia sottostante. Vale per qualunque tecnologia. Ma le stesse condizioni che rendono possibili i protocolli social decentralizzati valgono anche per l’intelligenza artificiale.
I modelli stanno diventando sempre più intercambiabili. Chi utilizza agenti di intelligenza artificiale sta iniziando a scoprire che il modello è soltanto una piccola parte dell’equazione. Il vero valore risiede nei propri dati, nel proprio contesto e nella conoscenza accumulata nel tempo: tutte risorse che possono essere conservate in file e database controllati direttamente dagli utenti.
Nel frattempo, i modelli open weight stanno migliorando rapidamente. Un modello che può essere eseguito sull’hardware posseduto dall’utente, per sua natura, sfugge al controllo centralizzato.
E ogni passo verso una maggiore centralizzazione dell’intelligenza artificiale rende, di conseguenza, più attraente l’alternativa decentralizzata.
La scelta che abbiamo davanti è la stessa che abbiamo sempre avuto. Solo che oggi la posta in gioco è più alta e il tempo a disposizione è molto meno.
Vogliamo permettere che la prossima generazione di strumenti venga costruita attorno a nuovi chokepoint? Oppure vogliamo pretendere un’architettura che distribuisca il potere invece di concentrarlo?
La prima generazione di Internet ha dato voce a miliardi di persone che prima non ne avevano. La seconda ha scambiato quella emancipazione con la comodità. Ma quella comodità ha creato chokepoint che, col tempo, si sono trasformati in strumenti di dominio.
La terza generazione – quella dei social decentralizzati e dell’intelligenza artificiale – potrebbe riuscire a offrire entrambe le cose: emancipazione e semplicità d’uso.
Ma questo risultato non arriverà da solo. Richiede di considerare la decentralizzazione non come una preferenza tecnica, ma come l’architettura di cui la democrazia ha realmente bisogno. E richiede di difenderla con la stessa determinazione con cui difenderemmo qualsiasi altra istituzione democratica minacciata. L’alternativa è già sotto i nostri occhi. Due fotografie. Separate da quattordici anni.