
Come al solito, nessuno sembra notare la minima contraddizione nel fatto che a chiedere le preferenze siano gli stessi che invocano patti anti-inciucio, leggi anti-trasformisti e vincolo di mandato, che fotografano le schede o escogitano altri trucchi allo scopo di violare la segretezza del voto, che lanciano crociate contro i franchi tiratori e vorrebbero imporre sempre il voto palese, come Giorgia Meloni che ieri pomeriggio invitava tutti a «metterci la faccia», chiudendo il suo appello con uno slogan che è la sintesi perfetta di questi tempi impazziti: «Sì alle preferenze. No al voto segreto». Più passa il tempo, più mi convinco che in Italia la democrazia morirà di frasi fatte, gridate da persone ormai disabituate ad ascoltare quello che dicono, al punto da poter sostenere contemporaneamente due posizioni diametralmente opposte senza nemmeno rendersene conto.
Da un lato, infatti, si invocano le preferenze contro «il parlamento di nominati», contro la vergogna delle liste bloccate, contro l’occupazione delle istituzioni da parte di un esercito di lacchè capaci solo di obbedire ai capipartito; dall’altro si grida allo scandalo ogniqualvolta i parlamentari si permettono di votare diversamente da come ordinato dai suddetti capipartito, li si chiama traditori e si invocano norme o sotterfugi per impedire che lo scandalo si ripeta, a cominciare dalla limitazione (o dall’aggiramento) del voto segreto. Ma l’intero discorso pubblico sulle riforme istituzionali e sulla legge elettorale – che in realtà è un modo surrettizio per cambiare gli equilibri costituzionali, introducendo una sorta di presidenzialismo di fatto – è infestato da simili contraddizioni da oltre trent’anni.
La sconfitta di Meloni è solo l’ultima dimostrazione, l’ennesima, della debolezza politica e culturale delle classi dirigenti cresciute nel culto del maggioritario e del bipolarismo, ripetendo ogni giorno tutto il contraddittorio rosario degli slogan su cui è stata fondata la cosiddetta Seconda Repubblica. Ancora una volta, la maggioranza di turno tenta di cambiare le regole del gioco per assicurarsi la vittoria alle successive elezioni: siccome il centrosinistra è più forte nei collegi ma ha difficoltà a indicare un leader, nella nuova legge elettorale si tolgono in collegi e si impone l’indicazione del leader della coalizione. Ma soprattutto si prevede uno spropositato premio di maggioranza per la coalizione più votata, così da alterare definitivamente gli equilibri costituzionali, assegnando al vincitore la possibilità di fare cappotto, nominare tutte le autorità e le istituzioni di garanzia, e prendersi pure il presidente della Repubblica, senza dover discutere con nessuno.
Dopodiché, per cercare di confondere le acque, Meloni allestisce la ridicola farsa dell’emendamento di maggioranza sulle preferenze (che peraltro le prevedeva in dosi omeopatiche, praticamente nulle), nel maldestro tentativo di attribuire alle opposizioni la colpa di non aver voluto cambiare la legge fatta da lei. Ma dal momento in cui alla Camera, secondo una stima prudente, alla maggioranza sono mancati una trentina di voti, è chiaro che non si tratta di franchi tiratori, ma di una spaccatura politica, che ha un significato semplicissimo. Meloni ha scelto ancora una volta la strada della forzatura e ha perso. Quanto al suo successivo post su Facebook in cui si vanta di aver tentato di reintrodurre le preferenze dopo trent’anni di liste bloccate – bloccate da lei e dagli altri partiti della sua maggioranza, con leggi elettorali fatte e votate da loro, a cominciare dalla famigerata «legge porcata» del 2006, fino all’attuale – si tratta di un gioco delle tre carte talmente spudorato da non meritare altre parole.
Leggi anche l’articolo di Mario Lavia su questo tema.
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