Contro correntiPrima di sfidare Meloni, Elly Schlein deve conquistare davvero il Pd

Una parte della vecchia guardia del partito teme che Elly non sia all’altezza, e che li voglia fare fuori, quindi promette a Conte «ti faremo vincere» alle primarie

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Elly Schlein lo sa benissimo: è in casa sua che si studiano le modalità per bloccarne l’ascesa. Un copione antico. Le serpi in seno. La vecchia guardia, che pure la sostenne alle primarie, in questi tre anni non si è sentita molto a suo agio con una segretaria che ha ascoltato esclusivamente il suo giro stretto. Non è stata una rottamatrice con il coltello tra i denti alla Matteo Renzi, ma neppure ha coccolato gli «elefanti» del partito e i loro seguaci. Il patto che, alla vigilia delle primarie contro Stefano Bonaccini, i «vecchi» davano per scontato era più o meno questo: «Cara Elly, tu vinci e noi ti diamo la linea, mantenendo la golden share del partito». Invece lei ha promosso altri.

Ora è evidente che, se Schlein dovesse superare giochi e giochetti conquistando la candidatura a presidente del Consiglio e, soprattutto, se dovesse vincere contro Giorgia Meloni, per i «vecchi» sarebbe la fine delle loro onorate carriere, l’uscita di scena, la fine di un ciclo politico durato oltre trent’anni. E allora perché perché non tagliarle la strada? Tanto più che, a microfoni spenti, in misura diversa tutta la vecchia guardia esprime molti dubbi, per usare un’espressione gentile, sulle capacità di Elly di battere la presidente del Consiglio e soprattutto di governare il Paese.

Tra loro c’è chi ha consigliato Giuseppe Conte di evitare polemiche con Schlein, tanto una parte del Partito democratico alle primarie voterà per lui. «Ti faremo vincere» è la frase captata per caso a un pranzo di poche settimane fa tra l’avvocato del popolo e un importante parlamentare Pd.

In questo disegno, al Quirinale potrebbe andare proprio uno dei vecchi leoni. Ma, a parte le indiscrezioni, si va registrando una crescente perplessità anche nella generazione immediatamente più giovane di quella dei big di un tempo, complice anche il nervosismo per le mancate garanzie sulle candidature. Così, per esempio, c’è tutto un fermento romano che aspetta di vedere come vanno le cose, ma certo non è disposto a morire per Schlein.

Esplicito, invece, il dissenso dei riformisti pronti a presentare un nome – resta quello di Giorgio Gori – per le primarie, per fare pesare i voti di quest’ultimo a favore della segretaria al secondo turno, mentre gli amministratori, per il momento, si tengono fuori dalla contesa nazionale, avendo, tra l’altro, bei problemi specifici da affrontare (vedi il caso Matteo Lepore, i nervosismi in Puglia, i guai giudiziari in Campania).

Settembre sarà il mese della verità. Per il Pd e, soprattutto, per Schlein. Sarà allora che si capirà se la segretaria avrà definitivamente conquistato il suo partito o se una parte dell’establishment dem avrà deciso di fermare la sua corsa prima ancora che arrivi alla sfida con Meloni. E Conte assiste ai miasmi che salgono dal Nazareno sorridendo. Se casca, casca in piedi.

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