
L’intervista di Elly Schlein al direttore del Foglio, quindi a un interlocutore fieramente filo Ucraina, avrebbe dovuto rassicurare i tanti interlocutori d’area liberal non particolarmente entusiasti dalla direzione intrapresa della coalizione di centrosinistra sulla questione della guerra russa in Europa.
Schlein ha detto chiaramente al Foglio che il Pd sta con l’Ucraina e che continuerà a sostenere gli ucraini con «tutti i mezzi necessari». Perfetto, se solo Schlein si fosse fermata a queste poche e precise parole.
Invece, Schlein ha ulteriormente approfondito la sua linea, a cominciare dal riconoscimento politico delle diverse posizioni nell’alleanza di centrosinistra sull’Ucraina. Non sono questioni bagatellari, perché il principale alleato di Schlein, i Cinquestelle, è appiattito sulle posizioni di Mosca, mentre l’altro, Avs, ha sempre votato contro gli aiuti all’Ucraina ed è contrario all’idea che l’Europa si metta nel condizioni di difendersi dalla minaccia russa.
La differenza politica sull’Ucraina e sull’Europa tra gli alleati di centrosinistra non è esattamente quella che lei e Conte potrebbero avere sul colore delle tende da cambiare a Palazzo Chigi in caso di vittoria alle prossime elezioni.
Schlein dice che a settembre inizieranno insieme a discutere del programma e che troveranno un «terreno comune». Auguri. Ma quale potrà mai essere il «terreno comune» tra sostenere le ragioni di Kyjiv e quelle di Mosca? E quale potrà mai essere una posizione condivisa tra chi sostiene la difesa europea e chi bercia che la minaccia russa è stata creata ad arte dall’Europa guerrafondaia?
Nel programma del Campo Largo, che non a caso viene chiamato Campo Lavrov, ci sarà il riarmo europeo o ci sarà un altro invito all’Armata rossa a sfilare per le strade italiane, che peraltro è stato un «terreno comune» già trovato da Cinquestelle e Pd quell’altra volta che sono stati alleati di governo?
Schlein, infine, sembra abbia preso in prestito la posizione di Matteo Renzi, invero debole e smentita dai fatti, secondo cui il problema è che l’Europa ha fatto diplomaticamente poco per costringere Putin a negoziare una pace giusta. E, quindi, continua Schlein, riprendendo sempre la posizione di Renzi, sarebbe fondamentale oggi nominare un inviato europeo incaricato a trattare con Mosca (il nome di Angela Merkel, principale facilitatrice di Putin in Europa, per fortuna non è stato fatto).
Che l’Europa non abbia fatto niente per convincere Putin a trattare, e che basterebbe un inviato speciale dell’Unione a Mosca per far ritirare l’esercito invasore dall’Ucraina e fargli smettere di lanciare missili e droni sui civili inermi, è una proposta miserabile e menzognera basata su una post verità che confina con le fake news.
Ripeterla oggi, dopo quattro anni e mezzo di guerra (e dopo dodici anni dall’occupazione militare della Crimea), è soltanto un grande inganno retorico che serve a giustificare una posizione politica ambigua e certamente non solidale con l’Ucraina e con l’Europa, anche perché finisce per sposare la più putrida propaganda dei trombettieri del Cremlino.
Quindi se l’intervista di Schlein al Foglio serviva a rassicurare il mondo liberal democratico e socialista europeo sul sostegno del Campo largo all’Ue e ai partigiani ucraini che resistono alla barbarie e che, difendendo sé stessi, difendono anche l’Europa, il colpo mediatico ha fatto cilecca perché nessun europeista e nessun soggetto politico consapevole della battaglia antifascista che si combatte in Ucraina può ritenersi rasserenato dalle parole della segretaria del Pd che, peraltro, non sappiamo se a settembre riuscirà a convincere Cinquestelle e Avs a trovare un fantomatico «terreno comune».
Certo, Schlein avrebbe potuto fare molto peggio, per esempio avrebbe potuto sviare sul sostegno all’Ucraina e magari anche abbracciare le posizioni imbarazzanti degli alleati, che in fondo non sono così distanti da quelle del suo circolo intellettuale e politico.
Non l’ha fatto, e le va dato atto di non averlo fatto, ma avrebbe anche potuto fare di meglio, per esempio annunciare, come le abbiano consigliato tempo fa, un suo viaggio in Ucraina, ma non ha fatto nemmeno questo.
Se la sua posizione più avanzata in difesa della sicurezza europea è questa, una posizione che dovrà poi comunque trovare un «terreno comune» con la propaganda putiniana di moda tra gli alleati, allora si capisce bene perché Pina Picierno sia uscita dal gruppo, perché Carlo Calenda non abbia nessuna intenzione di entrare nel Campo Lavrov, e perché il malessere dei riformisti sia sempre più evidente.
Schlein ha detto di voler sostenere l’Ucraina con tutti i «mezzi necessari»: uno dei «mezzi necessari» per sostenere l’Ucraina, forse il più importante e primario, è quello di non allearsi con chi sostiene le fregnacce di Mosca e con chi si batte perché l’Ucraina e l’Europa si arrendano.