Bolla ideologicaLa disinformazione prospera soprattutto tra quelli convinti di esserne immuni

L’indagine Ipsos Doxa fotografa un pubblico ancora interessato all’attualità ma sempre meno disposto a credere a giornali e televisioni. Il controllo individuale delle informazioni non scioglie il sospetto e spesso rafforza appartenenze ideologiche e camere dell’eco

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L’indagine Ipsos Doxa «Politica e comunicazione al tempo del fact-checking», commissionata dal Brand Journalism Festival e finalizzata a indagare molteplici aspetti dello stato della politica e dell’informazione in Italia, segnala dati particolarmente interessanti. Si parte col botto: ben il 64 per cento degli italiani dichiara che la propria fiducia nei media è diminuita negli ultimi cinque anni – tra i boomer si sale addirittura al 70 per cento.

La fotografia scattata da Ipsos Doxa delinea un Paese che continua a informarsi (il 60 per cento degli italiani dichiara di essere interessato alla politica), soprattutto attraverso i canali tradizionali (la televisione resta la fonte principale per seguire la politica, con il 60 per cento delle citazioni), ma che a quelle stesse fonti crede sempre meno, specchio della traballante e complessa relazione che intercorre tra cittadini e informazione, con tutti gli effetti che ne derivano per il modello democratico rappresentativo. 

Le generazioni più giovani, in particolare Gen Z e millennial, si informano sempre più spesso sui social e tramite i creator digitali. Emergono qui pure i podcast, con un pubblico più fedele composto da giovani e laureati. Ancora, il 37 per cento degli italiani si dichiara disinteressato alla politica, mentre il 41 per cento si definisce disinformato: circa il 55 per cento della popolazione può essere considerato «informato», dedicando almeno un’ora al giorno all’approfondimento delle notizie e dell’attualità politica.

Gli identikit del disimpegno si ricavano soprattutto tra donne, persone meno istruite, disoccupati e lavoratori meno qualificati, nonché tra chi vive una condizione di difficoltà economica o marginalità sociale, con una prevalenza geografica nelle periferie urbane e nelle aree rurali. Il disimpegno informativo si salda dunque con altre forme di esclusione, già note a chi analizza le componenti del voto e della partecipazione di casa nostra. Ciò è un fattore ovviamente preoccupante, poiché alimenta quello squilibrio nella partecipazione che separa chi diventa sempre più coinvolto da chi si allontana in modo crescente dalla politica. 

In uno scenario di fruizione e interesse comunque piuttosto ridotti, si giunge al cuore del report, almeno sul piano informativo in senso stretto, rappresentato dalla scala che misura la percezione della manipolazione informativa: su un valore da 1 (notizie complete e trasparenti) a 7 (notizie intenzionalmente distorte), la media della popolazione italiana si colloca a 4,8.

Poca la differenza tra chi si informa prevalentemente sul digitale (5,0) e chi predilige fonti analogiche (4,5), né tra elettori di destra (4,5) e di sinistra (5,0). Il sospetto verso l’informazione variamente intesa appare un sentimento trasversale, figlio di un legame strutturalmente sfiduciato. E quando si chiede il perché, la risposta degli italiani è netta: il 61 per cento attribuisce la distorsione a «motivi oggettivi» (espressione forte, che rischia di mostrare un nemmeno troppo velato complottismo militante), cioè alle pressioni dei gruppi di potere (31 per cento) e agli interessi economici degli editori (24 per cento), mentre solo il 32 per cento chiama in causa la faziosità o l’opportunismo dei singoli giornalisti. 

Il 76 per cento degli italiani dichiara poi di verificare, almeno in qualche occasione, l’attendibilità delle notizie. Si cercano conferme su altri canali (48 per cento); si approfondisce con un motore di ricerca (47 per cento); solamente il 24 per cento consulta spesso siti specializzati di fact-checking. La verifica delle notizie, in sostanza, resta un’attività individuale e informale, non ancora affidata a strumenti terzi e specializzati.

Una componente empirica davvero rilevante è che il 90 per cento degli italiani ritiene la disinformazione un problema per la società, ma solo il 68 per cento pensa di esservi personalmente esposto. Ossia, domina il bias che individua l’esistenza del problema, il quale, allo stesso tempo, riguarda però sempre qualcun altro. È soprattutto chi ha un alto livello di istruzione e di interesse politico a percepirsi come immune: proprio la categoria che la ricerca indica spesso come più esposta a sofisticate bolle notiziali-informative. 

Bolle che non appaiono come un fenomeno esclusivamente digitale e che vanno ben oltre i social: il 55 per cento degli italiani ammette che le persone con le quali parla più spesso hanno opinioni simili alle proprie, anche su temi politici; il 44 per cento si fida maggiormente di fonti che la pensano allo stesso modo, confermando il proprio orientamento.  Si tratta dell’ormai diffusissimo fenomeno delle echo chambers, le camere dell’eco, nelle quali si entra in contatto quasi esclusivamente con chi o con ciò che può confermare le nostre convinzioni. Il fenomeno è più radicato tra uomini ed elettori benestanti, ma riguarda cittadini di diversi colori politici, delineando perciò una polarizzazione bipartisan.

Sul fronte del voto, l’analisi complessiva conferma una tendenza già nota, individuandola come ancora più netta: una quota consistente – circa il 12 per cento – decide negli ultimissimi giorni o il giorno stesso chi votare, fenomeno più marcato tra giovani ed elettori dei partiti minori. Le campagne elettorali, insomma, contano ancora e contano soprattutto nei segmenti più fluidi e meno fidelizzati del corpo elettorale. Scomponendo le ragioni del voto per generazione, la fotografia più netta riguarda proprio i più giovani. La Gen Z è la generazione meno motivata dall’appartenenza di lungo periodo – solo il 22 per cento vota «il partito a cui si sente più vicino in generale», contro il 36 per cento della Gen X e il 33 per cento dei boomer – ma è anche quella più mossa dal voto «difensivo». 

Il 17 per cento dichiara infatti di votare «per evitare che vinca un altro partito o coalizione», quasi il doppio della media delle altre generazioni. Cifre che raccontano un elettorato giovane meno ideologico, ma spesso mosso nella scelta dalla paura dell’alternativa, più che dall’adesione positiva. Il bisogno di cambiamento, che ci si aspetterebbe più marcato tra i più giovani, è invece il driver che pesa di più tra i millennial (22 per cento, contro il 14 per cento della Gen Z e l’11 per cento della Gen X), la generazione che è entrata nella vita adulta durante la crisi del debito e le stagioni dei governi tecnici e di unità nazionale e che sembra portarsi dietro la domanda di rottura e di cambio di passo più intensa.

Nel confronto per area politica, il richiamo del leader è quasi un tratto distintivo del voto sovranista. Il 36 per cento degli elettori di quest’area indica «mi piace il leader o la leader» tra le ragioni principali, contro appena il 4 per cento degli elettori del Partito Democratico – dato che certifica, numeri alla mano, la natura più identitaria che personale del voto per un centrosinistra di governo. Specularmente, il Pd è il partito il cui elettorato si sente più «affiliato» in senso classico: il 43 per cento vota «il partito a cui si sente più vicino in generale», la percentuale più alta tra tutte le aree politiche. 

La sinistra radicale, invece, mostra il profilo più ideologico e insieme più critico. Il 43 per cento degli elettori vota perché quel partito «rappresenta meglio le idee della gente come me», ma il 36 per cento lo sceglie anche come «meno peggio» tra le opzioni disponibili. Il Movimento 5 Stelle è il partito in cui pesa di più il bisogno di cambiamento (22 per cento), segno di un elettorato di area che si tiene insieme più per opposizione al «sistema» che per condivisione di un progetto positivo e nel quale resta scarsa la volontà di ricercare risposte precise e fattuali.

La sezione forse più originale del report riguarda proprio il brand journalism, cioè i contenuti informativi prodotti direttamente da aziende e marchi. Il quadro mostra che il 68 per cento degli italiani non ne ha mai sentito parlare o non sa cosa sia, mentre solo il 30 per cento dichiara di fidarsene almeno abbastanza. Il 56 per cento è d’accordo con l’affermazione secondo cui un contenuto informativo promosso da un brand «non ha nulla di diverso dalla pubblicità». 

La fiducia risale quando il brand journalism si occupa di innovazione tecnologica (il 52 per cento lo ritiene affidabile) o di campagne ambientali (44 per cento), mentre crolla sensibilmente quando prova ad affacciarsi sul dibattito politico generale (27 per cento). Il messaggio per le aziende e gli uffici di comunicazione è piuttosto diretto: il pubblico è disposto a concedere credito ai brand su terreni tecnici e specifici, non sui temi che restano di competenza – quantomeno percepita – del giornalismo. Infine, solo il 21 per cento degli italiani sarebbe disposto a pagare per accedere a contenuti informativi di qualunque tipo; il 48 per cento ritiene che l’informazione debba essere gratuita e accessibile. Un dato preoccupante per la sostenibilità dell’industria editoriale, laddove la disponibilità a pagare per l’informazione, anche quando se ne riconosce il valore, resta residuale. 

Interpellati su cosa potrebbe rendere più credibile una fonte, sia essa una testata o un’azienda, gli italiani indicano con chiarezza due priorità: la trasparenza sulle fonti (31 per cento) e quella sui finanziamenti (18 per cento). Prima ancora del sostegno a battaglie specifiche, dei toni e della qualità della scrittura, si chiede di sapere da dove vengano determinate informazioni e chi le paghi. In conclusione, il pubblico italiano si pone nei confronti del sistema mediatico-informativo con un livello di sospetto strutturale che richiede una chiarificazione delle fonti e una trasparenza procedurale, nella richiesta di individuabili basi di credibilità. 

Nel frattempo, il Paese continua, nonostante tutto, a interessarsi di politica, in modo però sempre più ideologico-identitario, all’interno di bolle tribali caratterizzate da una comunicazione a senso unico e da scarsa fiducia verso gli organi di informazione. Se il sistema informativo deve ripensare strumenti che possano fungere da fonti di fiducia, offrendo ragioni necessarie e sufficienti affinché le persone tornino a sostenerne l’autorevolezza, la ricerca continua di conferme è il vuoto narcisistico del nostro tempo, che l’indagine mette a nudo e trasforma in patologia democratica. Un doppio problema dal quale ripartire nella sfida comune della rigenerazione del rapporto tra cittadinanza e informazione, che è poi difesa della tenuta democratica nazionale.

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