Una casa inospitaleTrump, Infantino, e tutto il peggio dei Mondiali

Dalle restrizioni all’ingresso negli Stati Uniti alle temperature estreme, fino alla trasformazione del torneo in un prodotto premium inaccessibile per molti tifosi. La Fifa voleva organizzare una grande festa nel cuore delle democrazie occidentali, invece sta creando divisioni e scontento

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Omar Abdulkadir Artan era arrivato a Miami con un visto valido e una convocazione ufficiale della Fifa. A quarantadue anni, dopo avere arbitrato la Coppa d’Africa e le qualificazioni mondiali, stava per diventare il primo somalo a dirigere una partita dei Mondiali 2026. La Confederazione africana lo aveva appena nominato miglior arbitro dell’anno. A pochi giorni dall’inizio del torneo, gli Stati Uniti gli hanno impedito di entrare nel Paese. Nella ricostruzione di Reuters, Artan è atterrato a Miami con un aereo da Istanbul lo scorso fine settimana, gli agenti della Customs and Border Protection lo hanno sottoposto a controlli lunghissimi e certosini, poi lo hanno respinto. L’agenzia non ha spiegato pubblicamente le ragioni della decisione. Il governo somalo ha tentato una mediazione con Washington e la Fifa, ma non c’è stato verso. Il presidente della federazione internazionale, Gianni Infantino ha detto di non avere un ruolo nei processi di immigrazione dei Paesi ospitanti e di essere stato informato che lo status dell’arbitro non sarà modificato: «Un caso sfortunato e spiacevole», ha detto, come per lavarsene le mani nel modo più vigliacco possibile.

La vicenda di Artan contiene molte delle contraddizioni che accompagnano la Coppa del Mondo del 2026 tra Stati Uniti, Canada e Messico. Un torneo che la Fifa presenta come il più grande e inclusivo della sua storia inizia con un arbitro bloccato alla frontiera. L’organizzazione che si fregia dello slogan “Football Unites the World” scopre di non poter garantire l’ingresso nel Paese ospitante nemmeno a una persona che, in un modo o nell’altro, lavora per lei. Da questo punto di vista, era andato meglio nelle edizioni dei Mondiali giocate alla corte di regimi autoritari come la Russia o il Qatar. Ma gli Stati Uniti di Donald Trump sono anche questo.

Negli ultimi mesi, alcune organizzazioni per i diritti umani hanno pubblicato guide rivolte a tifosi, giornalisti e visitatori diretti negli Stati Uniti. Amnesty International raccomanda di mettere in sicurezza i dispositivi elettronici, eliminare informazioni sensibili dai telefoni e preparare un piano di emergenza in caso di fermo o detenzione. Human Rights First suggerisce addirittura di scaricare un’applicazione per avvisare familiari e conoscenti qualora si finisca in custodia delle autorità. Il Committee to Protect Journalists ha preparato materiale specifico per i reporter che seguiranno il torneo.

In tutti questi documenti non si parla di come raggiungere uno stadio, non ci sono guide per le città, gli alberghi, i punti di ristoro. Ci sono solo istruzioni su come affrontare controlli di frontiera, ispezioni dei dispositivi elettronici e possibili problemi con le autorità migratorie.

La cappa securitaria degli Stati Uniti – di cui ha parlato con cura di ogni dettaglio l’Equipe, con una straordinaria copertina – sta avvolgendo anche i giocatori. Il calciatore iracheno Aymen Hussein è stato trattenuto per sette ore in aeroporto. Gli è stato controllato il telefono e sono stati fatti controlli molto approfonditi in cerca di non si sa cosa. Accanto a lui, un fotografo che accompagnava la nazionale non ha ottenuto l’autorizzazione a entrare. Raccontando l’episodio, il Council on Foreign Relations ha scritto che per evitare problemi di questo tipo molti tifosi, prevalentemente africani e mediorientali, stavano valutando di seguire le partite in Canada o in Messico. Negli scorsi giorni anche il calciatore svizzero Breel Embolo e il marocchino Zakaria El Ouahdi hanno avuto problemi con i controlli, ma alla fine gli è stato concesso di entrare nel Paese.

Gli Stati Uniti continuano ad accogliere milioni di visitatori ogni anno e il Mondiale attirerà una massa enorme di persone. Ma non si può ignorare la sensazione che si prova osservando queste scene una accanto all’altra.

Lunedì scorso l’economista Stefan Szymanski (autore di “Soccernomics”) e il giornalista Ashish Malhotra hanno pubblicato sull’Economist un articolo con un titolo volutamente provocatorio: “Potrebbero essere gli ultimi Mondiali”. Perché nel corso del Novecento i Mondiali di calcio si sono evoluti e trasformati insieme alla globalizzazione: le frontiere si aprivano, i voli diventavano più economici, il commercio internazionale si espandeva, internet accorciava le distanze e abbatteva barriere. Il torneo di calcio più importante di tutti sembrava il riflesso di quel processo. Oggi queste condizioni sembrano sgretolarsi. «È la prima edizione ospitata da un Paese impegnato in un conflitto con una nazione partecipante», notano Szymanski e Malhotra – per i meno attenti: non parlano del Messico né del Canada. E ancora: «È la prima edizione in cui cittadini di alcuni Paesi qualificati sono soggetti a restrizioni di viaggio imposte dal Paese organizzatore. La prima in cui il leader della nazione ospitante ha minacciato apertamente uno dei co-organizzatori e accarezzato l’idea di annettere l’altro».

Il dirigente sportivo francese Jules Rimet, ideatore dei Mondiali, sognava un torneo capace di avvicinare i popoli. Novantasei anni dopo, siamo qui a raccontare di arbitri e giocatori bloccati in aeroporto. E non saranno sfuggite le immagini di giocatori e staff del Senegal sottoposti a controlli invasivi e interminabili all’aeroporto di San Antonio – le trovate qui sotto – e lo stesso è accaduto alla nazionale uzbeka, trattata alla stregua di una banda di criminali.

La scorsa estate, durante la semifinale del Mondiale per Club, Enzo Fernández si è accasciato sul prato del MetLife Stadium, nel New Jersey. Sperava di non svenire. Il centrocampista argentino del Chelsea ha raccontato al Guardian di avere avuto le vertigini e a un certo punto si è dovuto sdraiare sull’erba: «Il caldo era incredibile, mi girava la testa».

Il Mondiale per Club è stata un’anteprima di quello che probabilmente vedremo nelle prossime settimane, un’anticipazione di un problema che la Fifa sembra aver sottovalutato per anni. Questi Mondiali si svolgeranno in zone che a giugno e luglio possono trasformarsi in un territori inospitali dal punto di vista climatico. Le temperature saranno costantemente sopra i trenta gradi, ma ciò che preoccupa gli scienziati è un parametro meno noto chiamato temperatura di bulbo umido (Wgbt), cioè la temperatura più bassa che una massa d’aria può raggiungere per effetto dell’evaporazione dell’acqua – a differenza della temperatura tradizionale, tiene conto anche dell’umidità, della radiazione solare e del vento. È una misura molto più vicina a ciò che il corpo umano percepisce davvero.

In un lunghissimo articolo interattivo, il Financial Times ha analizzato i dati climatici delle città ospitanti e ha scoperto che alcune delle sedi principali del torneo, tra cui Miami, Dallas, Houston e Atlanta, superano regolarmente le soglie considerate rischiose dagli specialisti. Houston, per esempio, ha registrato valori superiori ai trenta gradi di bulbo umido in quasi tre quarti delle giornate di giugno e luglio dell’ultimo decennio. Dallas ci è arrivata in circa metà dei casi.

Molte nazionali stanno modificando la preparazione atletica per affrontare condizioni climatiche più simili a quelle di una spedizione nella giugla tropicale che a un torneo di calcio. L’Inghilterra, ad esempio, ha coinvolto specialisti che lavorano con atleti olimpici di altre discipline più abituate a lavorare in situazioni di caldo estremo.

Il calcio, come molti altri sport outdoor, ha molto presto a ignorare il meteo, derubricato a variabile secondaria. Pioggia, neve, vento, caldo. Si gioca sempre. Adesso potrebbe non essere più possibile. Un gruppo di ricercatori del network World Weather Attribution ha stimato che circa un quarto delle partite dei Mondiali 2026 potrebbe disputarsi con temperature di bulbo umido superiori ai livelli di sicurezza per la salute.

È un tema che riguarda i calciatori, ma anche i tifosi, costretti in spazi ridotti, nelle fan zone, in coda ai tornelli, sui mezzi di trasporto. «Quando la temperatura di bulbo umido supera i 26 gradi, le prestazioni sportive possono peggiorare. Sopra i 28 gradi aumenta il rischio di patologie da calore», ha spiegato al Financial Times Chris Mullington, consulente dell’Imperial College Healthcare NHS Trust. E se i calciatori dispongono di monitoraggio costante e pause per l’idratazione, i tifosi no.

La Fifa aveva annunciato nuove misure per proteggere tifosi e giocatori, come pause obbligatorie per bere, tende refrigerate, stazioni per l’acqua, ventilatori e nebulizzatori. Ma pochi giorni fa ha aggiornato il regolamento per gli spettatori vietando l’ingresso delle borracce riutilizzabili negli stadi. Formalmente, ha parlato di ragioni di sicurezza, per evitare lanci di oggetti dagli spalti. In realtà l’obiettivo è vendere solo acqua e bevande degli sponsor del torneo. Come prevedibile, ci sono state molte proteste da parte di tifosi e associazioni di categoria.

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Per anni la Fifa guidata dal presidente Gianni Infantino ha inseguito i mercati più ricchi del pianeta. La Russia, il Qatar, oggi gli Stati Uniti e tra otto anni toccherà all’Arabia Saudita. La geografia del calcio si sovrappone a quella del denaro, con la promessa di investimenti, sponsor e ricavi sempre più alti. Anche a costo di andare contro i suoi stessi tifosi, visti come un mare indistinto da cui drenare liquidità. Lo stiamo vedendo soprattutto con i costi dei biglietti. Secondo Ticketdata, all’inizio di giugno il prezzo medio d’ingresso per una partita dei Mondiali sfiorava i seicento dollari. Cifre inaccessibili per i tifosi provenienti da molti dei Paesi coinvolti nel torneo.

Per la prima volta, ai Mondiali in Stati Uniti, Messico e Canada è stato adottato in modo esteso il dynamic pricing, un sistema usato principalmente dalle compagnie aeree e dalle piattaforme alberghiere: i prezzi oscillano in base alla domanda. Fra ottobre e aprile, ha calcolato The Athletic, la federazione ha aumentato i prezzi di quasi novanta delle centoquattro partite in programma. L’aumento medio è stato del trentaquattro per cento. Per la prima volta il Mondiale sembra essere stato pensato come un grande evento premium, un prodotto di lusso. Lex Pryor su The Ringer ha scritto: «Definire il lancio dell’evento uno shitshow non rende pienamente l’idea». Perché oltre ai biglietti per le partite c’è tutto il contorno. Sono stati registrati aumenti superiori al trecento per cento per alcune strutture alberghiere nelle città ospitanti degli Stati Uniti. I parcheggi ufficiali vicino agli stadi hanno raggiunto prezzi che in diversi casi superano i duecentocinquanta dollari. Al MetLife Stadium del New Jersey si è arrivati a trecento; a Los Angeles duecentocinquanta; ad Atlanta duecentoventicinque. E i trasporti hanno seguito la stessa logica.

Gianni Infantino sembra applicare al calcio il vecchio mantra della Silicon Valley di inizio secolo «move fast, break things», immaginando il calcio come un’industria destinata a una crescita infinita, con risorse inesauribili, in cui alzare sempre la posta porterà più audience, più contenuti, più ricchezza. È quello che il giornalista britannico Rory Smith aveva definito, ormai un anno fa, la visione del calcio «non come sport ma come prodotto».

Questa logica la vediamo applicata all’intero progetto Fifa, dall’allargamento dei Mondiali a quarantotto squadre a una Coppa del Mondo per club di cui non si sentiva il bisogno. Ogni anno spuntano nuove competizioni, partite aggiuntive, quindi nuovi pacchetti commerciali e diritti di trasmissione da vendere al miglior offerente. Allargare il calcio per spremere più ricchezza. Anche ingolfando i calendari, mettendo a repentaglio la salute dei giocatori, violando diritti, tutto pur di ingigantire il content.

I risultati finora sono modesti. Perché proprio mentre la Fifa cercava di trasformare i Mondiali nel più grande spettacolo commerciale della storia dello sport qualcosa ha iniziato a incrinarsi. A metà maggio i prezzi di rivendita di alcuni biglietti sono scesi sotto quelli ufficiali, proprio in virtù dei prezzi dinamici. E l’associazione americana degli albergatori ha segnalato una domanda inferiore alle aspettative in molte città ospitanti. Perché deve esserci una soglia – di prezzo, o di decenza – oltre la quale il consumatore non è più disposto a comprare il prodotto calcistico.

Forse non è neanche il problema più grande della Fifa, in questo momento. O meglio, potrebbe essere solo una parte del problema. Perché possiamo essere sicuri che Donald Trump prima o poi lascerà la Casa Bianca e Gianni Infantino un giorno non sarà più presidente della Fifa. Ma le criticità emerse alla vigilia di questi Mondiali sembrano più profonde dei protagonisti che le hanno causate. Riguardano la libertà di movimento delle persone, il rapporto tra capitalismo e sorveglianza, la sostenibilità economica degli eventi globali e perfino la possibilità di continuare a giocare a calcio in alcune parti del mondo durante l’estate. Il sogno di Jules Rimet di avvicinare Paesi e culture diverse non è scomparso, ma forse non è mai stato così sbiadito.

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