
La Central Intelligence Agency vuole smettere di essere una macchina burocratica e diventare un’organizzazione capace di muoversi alla velocità della tecnologia. Il messaggio lanciato da John Ratcliffe, direttore dell’agenzia, durante l’Aws Summit di Washington è chiaro: nella nuova competizione strategica con Cina e Russia, il rischio più grande è non innovare abbastanza rapidamente.
«Non possiamo permetterci di aspettare un approccio privo di rischi quando si parla di tecnologie emergenti. Non esiste», ha detto Ratcliffe. La nuova linea di Langley sarà quindi quella dei «rischi intelligenti»: sperimentare, correggere gli errori e integrare rapidamente nuovi strumenti nelle operazioni dell’intelligence.
Al centro della trasformazione c’è l’intelligenza artificiale. Secondo il direttore dell’agenzia, i modelli di frontiera dell’intelligenza artificiale hanno capacità tali che «non sarebbe sbagliato definirli simili ad armi nucleari digitali». Una definizione volutamente forte, che fotografa il modo in cui Washington guarda oggi alla competizione tecnologica: non più soltanto una sfida industriale, ma un confronto sulla sicurezza nazionale.
La convinzione del direttore è che chi riuscirà a sfruttare meglio queste tecnologie avrà un vantaggio strategico. Langley teme soprattutto che gli avversari possano sottrarre o manipolare le innovazioni americane per utilizzarle contro gli Stati Uniti. Per questo Ratcliffe ha annunciato una profonda riorganizzazione interna. Il Directorate of Digital Innovation è stato trasformato nel Directorate of Mission Systems, con il compito di rafforzare infrastrutture digitali, cybersecurity e gestione dei dati. Le capacità offensive nel dominio cyber sono state invece concentrate nel Center for Cyber Intelligence, elevato a mission center autonomo. Una divisione che il direttore riassume con una metafora militare: la Cia deve avere una «spada» e uno «scudo». Da una parte la capacità di proteggere le infrastrutture digitali americane, dall’altra quella di colpire e disturbare gli avversari nel cyberspazio.
La trasformazione riguarda anche il rapporto con l’industria privata, e basterebbe la sede del suo intervento – la conferenza di Aws, da tempo fornitore dell’agenzia – per raccontare. Ratcliffe ha ammesso che in passato la Cia non è sempre stata un partner semplice per le aziende tecnologiche. Ora l’obiettivo è ridurre drasticamente i tempi di acquisizione: da processi che potevano richiedere circa tre anni a procedure completabili in sei mesi. È nato così un nuovo Office of Corporate Partnerships, pensato come punto di accesso per le aziende interessate a collaborare con l’intelligence americana. Tra gli interlocutori citati da Ratcliffe ci sono SpaceX, Amazon, Google e Dell.
La rivoluzione, però, non significa sostituire l’intuizione umana con gli algoritmi. Il direttore della Cia ha insistito sul fatto che le decisioni finali dovranno restare nelle mani degli operatori: «La buona intelligence richiederà sempre buon giudizio, e solo le persone possono decidere quale sia la strada giusta».
Ma il profilo dell’agente del futuro è destinato a cambiare. Sempre più funzionari dovranno sentirsi a proprio agio tanto nella gestione di fonti umane quanto nell’uso del codice e degli strumenti digitali.
La sfida di Langley è quindi culturale prima ancora che tecnologica: trasformare un’agenzia nata nella Guerra fredda in un’organizzazione capace di competere nell’era dell’intelligenza artificiale. La nuova frontiera dell’intelligence non è soltanto raccogliere informazioni, ma riuscire a elaborarle e utilizzarle più velocemente degli avversari.