Commendator PeskovLe onorificenze mai revocate ai gerarchi di Putin sono un’onta per l’Italia

Il portavoce del Cremlino e altri diciannove esponenti del regime russo continuano a fregiarsi dei titoli di cavaliere e di commendatore della Repubblica. Dietro la scelta di non revocare gli attestati di benemerenza ad alcuni mascalzoni matricolati c’è un gigantesco problema politico

AP/LaPresse

«Il capo di Stato maggiore [Valery] Gerasimov ha riferito al comandante in capo supremo, durante il consueto briefing mattutino odierno, gli esiti del massiccio attacco di rappresaglia russo contro Kiev e altre aree popolate». Così, la mattina del 2 luglio il commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, Dmitry Peskov, ha annunciato urbi et orbi la soddisfazione del Cremlino per i risultati – trenta morti e oltre cento feriti – del più violento attacco sulla capitale ucraina dal 24 febbraio 2022. 

Eppure, non risulta che l’altro ieri, come nei millecinquecentottantanove giorni precedenti, tra Palazzo Chigi e la Farnesina sia venuto in mente a qualcuno di urtare la suscettibilità del portavoce di Vladimir Putin, revocandogli l’onorificenza per indegnità e con lui ad altri diciannove mascalzoni della nomenclatura russa, tra i quali l’ambasciatore in Italia, Aleksej Paramonov, che continuano a fregiarsene. 

La negligenza nella ripulitura dei cavalierati e commendatorati, largamente conferiti per agevolare la public diplomacy putiniana, dimostra l’inconfessata continuità dei rapporti italo-russi con la stagione prebellica. Rapporti che l’aggressione all’Ucraina del 2014 non ha minimamente intaccato e l’invasione su vasta scala del 2022 ha semplicemente congelato, in attesa che un qualunque accordo di pace, ovviamente condizionato al sacrificio dell’integrità territoriale ucraina, ne legittimi lo scongelamento. 

Giulio Manfredi per l’associazione Europa Radicale tiene da anni la minuziosa e tristissima contabilità di tutte queste medaglie all’onore russo e al disonore italiano e due anni fa, con Igor Boni e Silvja Manzi, ricordava infatti proprio su Linkiesta che «dei ben trentatré rappresentanti del cerchio magico di Putin con una o più onorificenze della Repubblica italiana conferite tra il 2014 – invasione del Donbas e annessione della Crimea – e il 2022 – inizio della cosiddetta operazione speciale – ben ventitré sono state elargite dopo l’arrivo di Luigi Di Maio alla Farnesina (5 settembre 2019)».

Insomma, l’invasione del Donbas e l’annessione della Crimea non avevano fatto né caldo, né freddo al transpartito domestico pro putiniano; poi neppure il tentativo di rovesciamento della democrazia ucraina, con una guerra che è già durata più della I Guerra Mondiale e che potrebbe ragguagliare la durata della Seconda, ha persuaso i Kissinger della terra dei cachi che chiudere questa pagina di macelleria come un increscioso equivoco geopolitico con la Russia sarà impossibile e quindi è inutile e anche patetico continuare a garantire un’incondizionata disponibilità allo scurdammoce ‘o passato. 

È la latenza del desiderio per il ritorno allo status quo ante a spiegare perché, dopo la revoca da parte del governo Draghi delle onorificenze a quattordici dei gerarchi maggiori del Cremlino – tra cui Mikhail Mishustin (primo ministro della Federazione russa) e Denis Manturov (ministro dell’Industria e del commercio) – con l’insediamento del Governo Meloni nessuno ha più messo in discussione le benemerenze dei diciannove farabutti residui. 

Inoltre, non c’è dubbio che ad agevolare una linea morbida con la Russia concorrano, oltre alla stolidità ideologica e alla stupidità politica, anche i kompromat accumulati nella cassaforte dei ricatti del Cremlino, dopo un quarto di secolo di amicizia sincera o mercenaria con il caro Vladimir di quasi tutta la classe dirigente italiana.

Che poi la situazione sia tutt’altro che rosea lo dimostra anche il fatto che questa ipocrisia corriva non abbia suscitato alcuno scandalo neppure dentro l’opposizione di sinistra, che ha i suoi filo-ucraini finti accanto ai suoi filo- russi veri, esattamente come la destra, e dunque anche in questo non la contrasta, ma la rispecchia. 

Così – ennesimo paradosso – non c’è politicamente quasi nessuno a denunciare il macroscopico problema politico che sta alla base della scelta di non revocare gli attestati di benemerenza a una ventina di delinquenti matricolati.

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