ArcitalianiDietro gli inconsapevoli Alfieri del putinismo c’è solo il vuoto

Il modo in cui parliamo dell’Ucraina dice molto di noi, e di come ci siamo ridotti, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

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Ci sarebbero molte cose da dire a proposito dell’intervento pronunciato ieri dal senatore del Pd Alessandro Alfieri nella commissione Esteri e Difesa in occasione dell’audizione dell’ambasciatore ucraino. Il punto di fondo del suo intervento, come ha notato Christian Rocca su Linkiesta, era sostanzialmente un reiterato invito alla capitolazione, tanto più sconcertante per il tempismo, nelle ore in cui a Kyjiv si contavano i morti dell’ultimo atroce bombardamento russo, e ancora più insopportabile per il tono mellifluo con cui l’invito era formulato, infarcito di continue dichiarazioni di solidarietà e comprensione per l’altissimo prezzo che gli ucraini stanno pagando.

Alla fine però tutto girava sempre attorno alla classica domanda, ripetuta cento volte, su cosa gli ucraini sarebbero disposti a cedere per mettere fine alla guerra, cioè sempre quel famoso pezzo di Donbas che i russi non sono riusciti a conquistare e che gli ucraini non possono cedere, come ha ricordato ieri su X Nona Mikhelidze, per due semplici motivi: perché lì vivono ancora duecentomila persone e perché da lì passa la struttura di fortificazioni che difende l’intero paese. Sorvolo su errori, sviste e svarioni dell’intervento di Alfieri su cui si sono già soffermati Rocca e Mikhelidze (gli interessati possono leggerli lì) e mi limito a segnalare la risibile domanda su quali garanzie di sicurezza gli ucraini avrebbero voluto in cambio delle suddette concessioni, con l’immancabile riferimento al famoso articolo 5 della Nato, nel momento in cui su tutti i giornali si sta discutendo del progressivo ritiro americano dalla Nato e dell’ipotesi che il prossimo vertice in Turchia ne segni la crisi definitiva.

E il bello è che il senatore Alfieri, dentro il Pd, apparterrebbe pure alla corrente riformista. D’altronde lo spettacolo da lui offerto non testimonia tanto il «cedimento strutturale» del partito di cui parla Rocca – nel senso che secondo me nel Pd non c’è più da tempo alcuna struttura, ma solo una mucillagine di posizioni politiche indistinte, e dunque non può esserci nemmeno un cedimento strutturale – quanto la progressiva desertificazione politica e morale di un’intera classe dirigente. Insomma, il modo in cui parliamo dell’Ucraina dice molto di noi, e di come ci siamo ridotti. In questo panorama desertificato, naturalmente, possono scatenarsi a piacimento tutte le peggiori forme di disinformazione, corruzione e manipolazione organizzate da potenze straniere. Ma se un ragionamento distorto come quello sui capricciosi ucraini che si ostinano a non volersi consegnare ai loro carnefici, senza pensare alle nostre campagne elettorali e alle nostre bollette, può attecchire tra politici, giornalisti e intellettuali di destra e di sinistra, molto più che in qualunque altro paese europeo, la ragione non sta nelle sofisticate arti della propaganda putiniana. Dietro gli inconsapevoli Alfieri del putinismo c’è solo il vuoto. O forse – mi viene da pensare nei momenti di sconforto, quando si affollano nella mia testa, come diceva Altan, opinioni che non condivido – semplicemente l’Italia.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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