Camillo di Christian RoccaOil for Onu

Milano. Il Senato americano possiede nuovi documenti che proverebbero la corruzione di Benon Sevan, il braccio destro di Kofi Annan che, per conto del segretario generale, ha gestito Oil for food, il programma umanitario delle Nazioni Unite per comprare cibo e medicine alla popolazione civile irachena attraverso la vendita controllata del petrolio. Sevan avrebbe incassato personalmente un milione e duecentomila dollari dal regime di Saddam Hussein. Una decina di giorni fa, la Commissione indipendente dell’Onu guidata dall’ex presidente della Federal Reserve, Paul Volcker, si era limitata a imputare un "conflitto di interessi" al dirigente delle Nazioni Unite, pur riservandosi ulteriori passi avanti in un rapporto successivo. La Commissione d’inchiesta aveva fornito soltanto la prova di un interessamento di Sevan nell’assegnazione di qualche milione di barili di petrolio a una società amica, la Amep, di proprietà di un cugino dell’ex segretario generale Boutros Boutros-Ghali. La Commissione Volcker non ha ipotizzato la corruzione di Sevan ma gli ha contestato un bonifico da 160 mila dollari ricevuto da un’anziana zia cipriota morta accidentalmente nel 2004, cadendo nel vano ascensore del suo condominio.
Lo schema contestato da Volcker a Sevan è identico a quello che il Sole-24 Ore ha raccontato a proposito di Roberto Formigoni, con l’aggravante che Benon Sevan era il capo del programma di aiuti. Ieri però è arrivata la notizia della presunta corruzione di Sevan. La sottocommissione del Senato, una delle sei inchieste federali su Oil for food, ha svelato che alcuni documenti trovati a Baghdad citano Sevan come il beneficiario diretto dei soldi. Norm Coleman, il combattivo senatore del Minnesota che presiede la sottocommissione, ieri mattina ha detto che il braccio destro di Annan potrebbe aver violato la legge penale americana e così ha chiesto al segretario generale di togliere l’immunità diplomatica al suo ex collaboratore in modo da poterlo ascoltare in un’audizione al Senato. Benon Sevan ha sempre negato ogni addebito.

Il "meccanismo" messo in moto dall’Onu
Gli investigatori del Senato hanno anche parlato di altri documenti che coinvolgono il figlio di Kofi Annan, Kojo, il cui ruolo nella vicenda sarà oggetto del prossimo rapporto della Commissione Volcker. Negli anni del programma Oil for food, Kojo Annan ha ricevuto uno stipendio mensile dalla società svizzera Cotecna Inspection che, dal 1998 al 2003, avrebbe dovuto monitorare per conto dell’Onu il corretto funzionamento di parte del programma Oil for food. Dalle relazioni dei revisori dei conti delle Nazioni Unite si è scoperto che la Cotecna vinse l’asta soltanto perché la sua offerta era la meno onerosa, ma, pochi giorni dopo aver vinto l’appalto, la società propose un aumento del costo del servizio. L’Onu, anziché fare un altro bando, concesse l’aumento. Un comportamento "non appropriato" è stato definito dai revisori dei conti. Nel novembre del 1999, la Cotecna ha chiesto e ottenuto un ulteriore aumento dall’Onu, fino ad arrivare "esattamente alla cifra offerta da Intertrek Testing, la società che aveva fatto la seconda offerta più bassa". Un anno dopo aver vinto l’appalto esclusivamente per aver offerto meno dei concorrenti, "non c’erano più motivi validi" perché la società che pagava il figlio del segretario generale continuasse il contratto con l’Onu. La Commissione Volcker dovrà accertare se il trattamento di favore riservato alla Cotecna abbia avuto a che fare con i versamenti a Kojo Annan.
Ieri al Senato sono stati distribuiti dei documenti da cui si evince che un paio di mesi prima dell’assegnazione del contratto, Kojo Annan ha scritto all’amministratore esecutivo della Cotecna di "aver messo in moto un meccanismo" che avrebbe avuto effetti di "natura globale" e che avrebbe "aiutato a sviluppare nuovi contatti nel futuro". Né Kojo Annan né il responsabile della Cotecna hanno saputo spiegare l’esatto significato di quelle parole. Entrambi negano ogni accusa. La sottocommissione ha anche fornito le prove della corruzione di un ispettore portoghese della Saybolt International, la società olandese che ha vinto il contratto Onu per monitorare la compravendita del petrolio iracheno. Armando Carlos Oliveira avrebbe preso 105.819 dollari dal regime di Baghdad per chiudere un occhio sulla vendita di nove milioni di dollari di petrolio fuori dal programma Oil for food.
In attesa del secondo rapporto Volcker e di altre novità, il dibattito americano sull’Oil for food vede da una parte i conservatori ultra critici delle Nazioni Unite e dall’altra l’intellighenzia liberal che, pur condannando l’inefficienza del programma, prova a minimizzare il ruolo di Annan e l’entità dello scandalo. Il settimanale neoliberal The New Republic ha pubblicato due lunghi articoli contrapposti. Claudia Rosett, per mesi solitaria fustigatrice dello scandalo, ha ribadito la tesi del "più grande scandalo umanitario di tutti i tempi", mentre l’inviato del New York Times Magazine, James Traub, ha spiegato che le responsabilità maggiori non ricadono su Kofi Annan ma sul Consiglio di Sicurezza, quindi anche su Stati Uniti e Gran Bretagna. Questa sembra essere anche la tesi di Paul Volcker. Non c’è accordo, tra l’altro, sulla cifra dello scandalo. Nelle pieghe dei contratti supervisionati dall’Onu sono volati via 21 miliardi di dollari, con la sottovalutazione del petrolio, la sopravvalutazione degli aiuti, le mazzette al regime e le violazioni dell’embargo. Altre stime sono più prudenti, perché separano le mazzette dalle violazioni dell’embargo e quindi valutano le irregolarità dell’Oil for food tra i 2 e i 10 miliardi di dollari. Durante gli anni del programma però Saddam ha più che raddoppiato (da 3,9 a 9,7 miliardi) le esportazioni illegali di petrolio.

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