Camillo di Christian RoccaCondi Rice, il volto gentile di Bush prova a convincere anche gli asiatici

Milano. Il volto gentile del bushismo, Condoleezza Rice, ha iniziato il suo terzo viaggio da quando è alla guida della diplomazia americana (in un mese, precisano solerti al Dipartimento di Stato, ha visitato 12 paesi, percorso 53.161 chilometri e trascorso in aereo 67 ore e 34 minuti). Fino al 21 marzo sarà in Asia a discutere di guerra al terrorismo, di Corea del Nord e dei turbolenti rapporti tra Pechino e Taiwan. Prima tappa in India e Pakistan, poi Afghanistan, Giappone, Corea del Sud e, infine, in Cina. Un tour più insidioso di quello recente in Europa, dove il compito di Condi è stato quello di ribadire con grazia l’impegno americano per la democrazia in medio oriente. E’ difficile che il viaggio in Asia possa avere lo stesso clamoroso impatto del suo breve tour in medio oriente. Con le pressioni sulla Siria, il sostegno ai libanesi e, soprattutto, con la cancellazione della visita programmata in Egitto, Rice ha galvanizzato i movimenti democratici della regione e costretto il dittatore egiziano Hosni Mubarak a concedere prima le elezioni multipartitiche e poi a rilasciare il candidato dell’opposizione Ajman Nour.
Lo stile Rice sta trasformando il Dipartimento di Stato. Condi può contare su un rapporto con il presidente che i predecessori non hanno mai avuto. Nessuno meglio di lei interpreta il pensiero della Casa Bianca, un privilegio che le permette di agire con una fiducia e una convinzione maggiore di qualsiasi altro membro dell’Amministrazione. All’estero, poi, è ascoltatissima perché i capi di Stato che la incontrano sanno perfettamente che se Rice dice una cosa, questa riflette il pensiero del presidente.
La grana più grossa del viaggio asiatico è la questione della Corea del Nord e il coinvolgimento delle altre potenze regionali nei colloqui per convincere il regime comunista di Pyongyang a fermare la corsa al nucleare. Alla vigilia del viaggio è tornata a galla la vicenda di Taiwan. La Cina ha approvato una legge con cui minaccia di intervenire militarmente contro la provincia democratica, qualora Taiwan continuasse a ritardare l’avvio dei colloqui per la riunificazione con la madre patria. La politica ufficiale americana è chiara, dice al Foglio Gary Schmitt, il direttore del Project for a New American Century (Pnac), il centro studi che in questi anni più di ogni altro ha elaborato analisi su Cina e Taiwan, ed è questa: soluzione pacifica della questione "una Cina, due sistemi". "Il problema ­ spiega Schmitt ­ è che questa politica non si adatta più alla realtà sul terreno. Intanto Taiwan non rivendica più il ruolo di legittimo governo cinese, ormai la sua popolazione si sente taiwanese e, infine, rifiuta un futuro come quello di Hong Kong. Nel frattempo, i leader cinesi hanno sostituito l’ideologia comunista con quel tipo di nazionalismo miope che non fa altro che aumentare la tensione". Ci sono altre questioni nei dossier della Rice, alle prese peraltro con la volontà europea di togliere l’embargo alla vendita delle armi alla Cina. Secondo Washington, Pechino continua a violare i criteri che giustificarono l’imposizione del divieto: la grave situazione dei diritti umani, certi comportamenti simili a quelli delle "nazioni canaglia", lo scarso impegno nei colloqui con la Corea del Nord (sufficiente a tenerli in piedi, ma non di più) e il rapporto con l’Iran. Gli Stati Uniti hanno già imposto sanzioni contro otto aziende cinesi accusate di aver venduto tecnologia nucleare a Teheran. "Eppure ­ conclude Schmitt ­ non credo che l’Amministrazione possa cambiare approccio. Continuerà a perseguire una politica che non si basa sulla realtà, ma sulla speranza che la Cina possa cambiare".

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