Camillo di Christian RoccaFesta (con giudizio) per l'amico Fassino

Evviva Piero Fassino. Non è la prima volta che il segretario dei Ds infrange la regola dei 20 anni, quel lasso di tempo solitamente necessario alla sinistra ex e post comunista per elaborare un’autocritica e riconoscere che gli avversari di un tempo, signora mia, avevano tanto ragione. In questo ultimissimo caso, pur con mille cautele, Fassino ha sdoganato George W. Bush e la sua politica di liberazione del medio oriente. Già all’ultimo congresso, Fassino aveva spiegato ai suoi compagni come i veri resistenti iracheni fossero gli otto milioni di elettori e non gli islamo-fascisti di Al Zarqawi né i nostalgici del dittatore che minacciavano di morte il popolo delle urne. Come spesso accade dalle parti diessine, la svolta di Fassino ha fatto molto discutere, ha fatto scrivere molti editoriali, ha scatenato proteste ma, di fatto, non ha cambiato di una virgola la politica estera della sinistra. Pochi giorni dopo, infatti, ha votato contro il finanziamento della missione italiana in Iraq, la stessa che aveva consentito ai veri resistenti di votare e che ora è impegnata ad addestrare le forze di sicurezza irachene. Certo, Fassino non è stato aiutato dal caso Sgrena e dall’uccisione a un check point americano di Nicola Calipari. La reazione a caldo di Fassino però fu pessima ("non mi risulta che il destino metta il dito su un grilletto di mitragliatore") anche se nei giorni successivi il segretario ha dimostrato grande equilibrio e molta ragionevolezza. Ora c’è questa nuova svolta pro neocon che è un’ottima cosa in sé, nonostante sia attenuata da prese di distanza convenzionali sull’intervento in Iraq cui è evidente non crede nemmeno Fassino. Dire, infatti, che "non mi pare fondato stabilire un nesso automatico tra la guerra in Iraq e la democrazia" è un controsenso se, poi, il ragionamento lo porta a riconoscere che "non c’è dubbio, tuttavia, che quando Bush dice ‘io mi batto perché nei paesi arabi ci siano libertà e democrazia’, questo sia un atteggiamento diverso da quello dei repubblicani americani che negli anni 80, con Kissinger ­ in nome del realismo politico ­ sostenevano le dittature militari fasciste in Sud America". Merito a Fassino, dunque, anche se continua a fare un po’ di confusione: l’appoggio alle dittature sudamericane, per quanto atroce, era un tragico contrappeso all’espansionismo sovietico e castrista, un tassello della guerra fredda contro il totalitarismo comunista nella cui sponda militava il Pci. Caduto il Muro, quelle dittature sono diventate subito democrazie, mentre le corrispettive dittature comuniste restano tuttora regimi autoritari, come riconosce Fassino polemizzando con il Maestro Abbado. Sono passati quasi 20 anni dalla fine della guerra fredda: forse per i Ds è arrivata l’ora di riconoscere l’errore commesso dal Pci e quindi riabilitare la spinta propulsiva del reaganismo.

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