Camillo di Christian RoccaIl contesto del mostro. Un nuovo libro razionalizza il male assoluto (e la specificità cambogiana) di Pol Pot

In fondo Pol Pot voleva solo far lavorare i cambogiani. E’ questa una delle tesi choc del libro di Philip Short, "Pol Pot – Anatomy of a Nightmare" (Henry Holt – 537 pagine, 30 dollari). Chi era Pol Pot? Il giornalista e saggista inglese, veterano del sudest asiatico, ha provato a dare una risposta sulla natura del dittatore comunista cambogiano in un formidabile e controverso libro appena uscito nel mondo anglosassone. E’ un saggio formidabile per la massa di informazioni e di dettagli e di storia e di interpretazione dell’incubo khmer rosso. Ma è un’opera controversa perché, a differenza di altre biografie su Pol Pot ("How Pol Pot came to power" di Ben Kiernan e "Brother Number One" di David P. Chandler), Philip Short non racconta la storia dalla parte delle vittime, le cui voci in questo libro sono quasi inesistenti, ma dalla prospettiva dei famigerati torturatori. Short tenta e riesce a razionalizzare l’orrore, a trovare una logica a quella follia. Gli assassinii di massa, le deportazioni, le sofferenze, la fame e la trasformazione della Cambogia in un gigantesco carcere a cielo aperto sono ovviamente condannate e giudicate nel modo più assoluto, ma è come se stessero in secondo piano, come se fossero la logica conseguenza di una storia, di una tradizione, di una religione, di una caratteristica antropologica del popolo cambogiano. Short con questo libro vuole dire che non esistono mostri, esistono solo contesti mostruosi. E la Cambogia è al centro di questo contesto mostruoso, un paese ancora oggi governato dagli eredi di Pol Pot. Un posto curioso, dove il responsabile del massacro di un quinto della popolazione ha continuato a vivere tranquillamente e anonimamente, così come era vissuto quando era al potere, in un villaggio della giungla simile a quello in cui era nato. Short ricostruisce il percorso di Pol Pot e spiega che il suo comunismo non era marxista-leninista, piuttosto era un egalitarismo influenzato dagli antichi fasti del regno di Angkor. "Se il nostro popolo ha saputo fare Angkor, è capace di qualsiasi cosa", diceva Pol Pot. L’obiettivo non era quello di emulare l’antico regno medievale, ma di superarlo.

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L’ideologia khmer rossa non si fondava su testi sacri ("non seguiamo nessun libro", rivendicava orgogliosamente Pol Pot), ma si basava su cenni di radicalismo della Comune di Parigi, orecchiati da Pol Pot nel suo soggiorno in Francia, e soprattutto sulla mitologia dell’antica cultura khmer. Un’insalata putrida di Robespierre e Stalin mista a un ingrediente fondamentale, quello che ha fatto del partito comunista cambogiano l’esempio più estremo di tentativo di costruzione dell’uomo nuovo. Nessuno, né in Cina né in Vietnam né in Unione Sovietica né in Corea del nord, si è spinto così in là nel rimodellare le menti dei propri sudditi. Short spiega, pagina dopo pagina, che una spiegazione c’è, e che magari la si deve a una funambolica lettura del buddismo (il libro di Short non è consigliato ai buddisti d’occidente, i quali hanno imparato nei centri new age che il buddismo è una religione nonviolenta). Secondo Short, per esempio, l’ossessione degli khmer rossi per l’abolizione della proprietà privata trova una radice nella religione, così come la brutalità delle atrocità commesse dai polpottiani ha una forte connessione con la visione buddista dell’inferno. A questo si aggiunga, scrive Short, che Pol Pot è nato nella giungla ed è cresciuto con i racconti e le storie fantastiche di stregoni e di maghi. Pol Pot è un prodotto tipicamente cambogiano, originale, "un’esplosione di identità khmer", un percorso verso l’orrore che porta alla conoscenza di sé, come in "Cuore di Tenebra" di Joseph Conrad. Gli ideali della rivoluzione francese, le pratiche della Cina maoista e i metodi stalinisti hanno certamente avuto una parte nell’incubo cambogiano, ma la specificità della rivoluzione di Pol Pot sta nelle sue salde radici khmer.
Qualcuno potrebbe pensare che annacquare il comunismo di Pol Pot con le influenze locali sia un modo per assolvere o attenuare le colpe del socialismo rivoluzionario. Eppure non è così. Anche Jean-Louis Margolin, per esempio, nel "Libro nero del comunismo", sposa la tesi di una continuità mostruosa nella storia cambogiana. L’odio di Pol Pot per le città, per esempio, ha radici antiche. Spiega Short che nell’antico e tradizionale pensiero khmer, "la fondamentale dicotomia non è tra bene e male, come nelle società giudaico-cristiane, ma tra srok e brai, tra villaggio e foresta".
Ma non basta. Short trova semplicistica la tesi che Pol Pot abbia potuto fare quello che ha fatto a causa della guerra imperialista americana in Vietnam e agli errori dei francesi in Indocina. Eppure non la nega, anzi: "L’equazione ‘nessuna guerra in Vietnam, nessun regime khmer rosso’ ­ ha scritto Short ­ è semplicistica, ma riflette un’innegabile verità". L’occidente, e l’America in particolare, scrive Short, condivide una responsabilità chiara per quanto è successo in Cambogia, un piccolo paese il cui destino è stato sacrificato e barattato dagli americani e dai cinesi in funzione antisovietica.
I crimini commessi dagli khmer rossi sono resi da Short meno mostruosi, meno sadici, meno aberranti, proprio perché cerca di spiegarne la base razionale e che cosa li ha scatenati. Nella postfazione, l’autore spiega che quei delitti non costituiscono genocidio, ma soltanto "crimini contro l’umanità". Gli Khmer rossi non hanno preso il potere per sterminare un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. La loro cospirazione, scrive Short probabilmente non rendendosi conto della contraddizione, era quello di ridurre in schiavitù un popolo. Non una parte, non un solo gruppo, ma l’intero popolo cambogiano.
Pol Pot, dunque, non è il male assoluto, qui non è ritratto come la storiografia moderna racconta Hitler o Stalin, non è ­ come ha scritto il New York Times ­ il bin Laden di quei tempi, sebbene bin Laden sia molto più visibile di quanto lo sia stato Pol Pot. Sia chiaro, Short non giustifica le atrocità degli khmer rouge, semplicemente le contestualizza, le spiega, prova a trovare una razionalità non nell’ideologia ma nel contesto, nell’ignoranza, nelle condizioni di vita, nella cultura, nella tradizione e nella storia. Ma si può contestualizzare Pol Pot?
Il 17 aprile prossimo è il trentennale della conquista di Phnom Penh. Quel giorno di primavera del 1975 cominciò "l’anno zero" della nuova Cambogia comunarda di Pol Pot. Tre anni, otto mesi e venti giorni dopo, lo Stato schiavista è caduto. Ma non del tutto. Certo non è più radicale, certo si è moderato, certo si è aperto. Ma, scrive Short, è ancora "marcio". Soprattutto c’è continuità. Il principe Norodom Sihanouk, per esempio, l’altro straordinario protagonista della storia cambogiana. Negli ultimi 40 anni, Sihanouk è stato capo dello Stato, poi ha abdicato, poi è diventato primo ministro, poi è stato fatto fuori con un golpe, poi è diventato capo della resistenza al regime filo vietnamita, poi si è alleato con Pol Pot, poi è stato eletto presidente della repubblica post Pol Pot. Oggi è di nuovo il Re.
Short racconta le atrocità che ancora oggi vengono commesse impunemente in Cambogia, in particolare l’usanza delle donne ricche di sfregiare con acido nitrico il volto delle giovani amanti dei loro mariti. C’è un filo che lega le scene violente raffigurate nel tempio di Angkor, i massacri polpottiani e i volti sfigurati delle sedicenni di oggi, spiega Short.
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"Chi è Pol Pot?". Il giornalista William T. Vollman lo chiese nel 1996 a un disertore khmer rosso. "Non lo so ­ gli rispose attraverso un interprete ­ Pol Pot è soltanto un sinonimo di Khmer rosso. Forse non è una persona. Ma se è una persona, Pol Pot ha un’uniforme nera, un cappello di stoffa rossa sul capo e scarpe di gomma. Ma non l’ho mai visto".
Il vero nome di Pol Pot è un altro. E’ nato con il nome di Saloth Sâr nel 1925, in un villaggio vicino Kompong Thom, a un centinaio di chilometri a nord di Phnom Penh (vedi estratto del libro qui sotto). Negli anni della giovinezza si è fatto chiamare Pouk, "materasso", perché il suo ruolo è sempre stato quello di ammorbidire i conflitti e le tensioni. Negli anni della guerra civile, prima di prendere il potere, Sâr convocò i leader del suo gruppo e comunicò: "Oggi ci cambiamo i nomi. Io non sarò più Pouk. D’ora in poi mi chiamerò Pol". In un secondo momento aggiunse Pot a Pol, seguendo la tradizione di aggiungere al nome un monosillabo eufonico. Pol Pot non ha mai spiegato perché scelse quel nome, ma è probabile che fosse un riferimento ai Pol, gli schiavi del re nonché gli ultimi discendenti di una tribù indigena, i nobili selvaggi di Rousseau.
Il sorriso dolce e gentile è la cosa che tutti coloro che lo hanno incontrato ricordano di Pol Pot. Philip Short racconta che cosa i suoi sottoposti dicevano di quel sorriso: "La sua faccia era sempre affabile. Molte persone la interpretavano male. Lui sorrideva con quel sorriso sereno, loro venivano portati via e uccisi". William Vollman, del New York Times, è meno disposto di Short a trovare una spiegazione a quelle atrocità commesse col sorriso in bocca, ma anche lui nota la serenità di quel sorriso, "oh, quel sorriso", probabilmente l’unica cosa che conosciamo realmente di Pol Pot. Scrive Short che, fino alla morte, Pol Pot è rimasto "quell’uomo sorridente, amabile e cortese che, studente a Parigi, era ricordato per il suo senso dell’umorismo e per essere di gran compagnia; quell’uomo che da comunista era tenuto in considerazione per la sua abilità di mettere insieme tendenze e persone diverse".

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Il mistero di quest’uomo sbucato dalla giungla ha sempre affascinato prima i giornalisti e ora gli storici. A differenza dei grandi leader comunisti della sua epoca, servi del proprio culto della personalità, Pol Pot era quasi invisibile. Sebbene fosse il capo assoluto del partito, e quindi di quella parvenza di Stato collegato, la catena di comando era autonoma, sbriciolata in circoscrizioni regionali, in comunità di base. Il potere centrale, cioè Pol Pot, dava le indicazioni generali, mentre l’applicazione, profondamente diversa da regione a regione, era lasciata ai leader di partito in ogni singola comunità. Non c’erano automi votati alla distruzione, spiega Short. C’era idealismo e macelleria, orrore ed esaltazione, compassione e brutalità. Chi commetteva i crimini più atroci cercava di mantenere la calma e di mostrare il sorriso: "Cerchiamo di essere gentili ­ diceva uno di loro ­ così è più facile".

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Le parti più drammatiche del libro di Short sono quelle sull’infanzia di Pol Pot, sulla sua formazione parigina e sulla lotta clandestina. Più opache e distaccate le pagine sugli anni del regime, dove Pol Pot quasi scompare per lasciar posto alle sue asettiche direttive e ai documenti di partito. Il Washington Post ha gioco facile nel ricordare che, con l’eccezione della deportazione di tre milioni di persone dalla capitale, il libro quasi non dice una parola sulle mostruose esecuzioni del regime: "Si tratta di un’anatomia dell’incubo Khmer rosso, senza il grido di dolore dei suoi sopravvissuti". Ma anche sul racconto dell’evacuazione forzata di Phnom Penh c’è da dire qualcosa. Secondo Short, i ventimila morti causati dalla deportazione in campagna sono stati certamente moltissimi, ma non un evento eccezionale se si considera che si trattava della fine di una guerra civile. Eppure quei morti non erano soldati, non erano guerriglieri, erano normali cittadini uccisi perché avevano un diploma o perché portavano gli occhiali. La maggioranza parte, poi, è stata trasformata in nullità. Nell’anno zero di Pol Pot, la Cambogia è diventata il paese immaginato da George Orwell in "1984", libro che né Pol Pot né i suoi uomini hanno mai letto. I cambogiani sono stati divisi in due categorie, entrambe costrette a vivere in campagna e in cooperativa e costrette all’azzeramento della personalità: il popolo di base, cioè i contadini, e il popolo nuovo, i superstiti dell’evacuazione urbana. Questi ultimi avevano meno diritti e, esplicitamente, parole di Pol Pot, dovevano essere "trattati come nemici".

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Il comunismo di Pol Pot era influenzato dal buddismo, spiega Short. Per Marx il proletariato industriale rappresentava il progresso, mentre i contadini erano l’arretratezza. Nella visione marxista i contadini avrebbero dovuto trasformare il proprio ruolo economico. Il comunismo di Pol Pot, invece, prese a prestito dal buddismo il concetto di "consapevolezza". Così per proletarizzare i contadini era sufficiente una "consapevolezza proletaria". Pol Pot ha sostituito il Dhamma, cioè la dottrina buddista e la via che conduce al nirvana, con l’Angkar, l’organizzazione, il partito.
Si è molto discusso sulla brutalità delle decisioni di Pol Pot, sulla pratica di "non fare prigionieri". Short scrive che anche questo viene dall’antica cultura khmer, secondo cui l’uomo non è in grado di redimersi.
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Nelle fosse comuni sono finite un milione e cinquecentomila persone (altre stime parlano di 1,7 milioni), uccise direttamente dal regime oppure indirettamente dalla fame, dalla malattia, dagli stenti.

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Pol Pot è morto nel 1998 in un villaggio della Cambogia. Aveva 73 anni nel 1998. Il suo ex sodale Hun Sen è l’attuale primo ministro.
Christian Rocca

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