Camillo di Christian RoccaLa prossima nomina di Bush potrebbe essere Cheney 2008

Milano. Mancano 1.319 giorni alle elezioni presidenziali americane del novembre 2008, ma a Washington si parla già del successore di George W. Bush ed è partita una campagna d’opinione per convincere Dick Cheney a candidarsi. Ufficialmente, e per la prima volta da 80 anni, alle prossime elezioni non parteciperanno né il presidente né il vicepresidente: se Bush, infatti, non potrà riprovarci a causa del limite costituzionale dei due mandati, il vicepresidente Dick Cheney ha escluso categoricamente di scendere in campo direttamente.
Cheney lo ha ribadito domenica mattina in un’intervista televisiva su Fox News: non mi candiderò alla Casa Bianca, il mio rapporto con Bush funziona proprio perché non ho ambizioni personali, se non quelle del presidente. Cheney si riferisce al fatto che negli ultimi due anni del secondo mandato, i vice cominciano a distaccarsi dal presidente perché presi dalla campagna elettorale. La West Wing della Casa Bianca si spacca in due tronconi: da una parte i fedeli a un presidente che da lì a poco diventa un ex, e dall’altra gli uomini del vice che pensano soltanto alle primarie in Iowa e in New Hampshire.
Cheney rivendica di voler servire Bush fino all’ultimo minuto e non ha mai avanzato problemi di salute o di vecchiaia quali impedimenti alla candidatura. In passato ha subito quattro operazioni al cuore, ma da tempo pare non soffrire più alcun malanno. Non è un giovanotto, ma nemmeno vecchissimo: nel 2009 avrà 68 anni, uno in meno di quanti ne aveva Ronald Reagan quando fu eletto per la prima volta. Il principale candidato repubblicano, John McCain, per dirne un’altra, nel 2009 avrà 73 anni. Posto che non c’entrano né l’età né la salute, sono cominciati a uscire articoli pro Cheney 2008. Il primo a scriverne è stato Fred Barnes, il vicedirettore del Weekly Standard, un analista con buoni agganci nell’Amministrazione. Barnes è convinto che con ogni probabilità nel 2008 i temi della politica estera, della guerra al terrorismo, della sicurezza nazionale e della democrazia nel mondo islamico saranno ancora al centro del dibattito, quindi nessuno meglio di chi ha contribuito a formulare la politica della Casa Bianca può succedere a Bush. Cheney, dunque. La stessa cosa hanno scritto il neocon Tod Lindberg, direttore di Policy Review, e l’editorialista di The National Review, Lawrence Kudlow.
I critici di Cheney sostengono che il vicepresidente manchi di carisma, ma nessuno può negare che abbondi di gravitas, cioè di personalità, di sostanza e di competenza: anzi Cheney è universalmente riconosciuto come il vicepresidente più influente della storia degli Stati Uniti, al punto che d’ora in poi è probabile che la scelta del vice non cadrà sul politico più promettente per il futuro, piuttosto sul politico saggio e avveduto che si concentrerà esclusivamente sul successo dell’Amministrazione di cui fa parte. Cheney, però, continua a dire di no, ma Barnes, Lindberg e Kudlow individuano una strada per uscire da questa impasse e questa strada passa per Bush. E’ molto probabile che il presidente voglia un successore che conservi e continui la sua politica piuttosto che uno che rinneghi le sue scelte. Bush padre ottenne la candidatura proprio per raccogliere l’eredità di Reagan, tanto che l’investitura avvenne con un celebre discorso in cui Reagan elencava i successi della sua presidenza facendoli seguire da un ricorrente "and George was there" ("e George era lì"). Bush senior poi fece l’opposto, ma Bush junior sa che con Cheney alla Casa Bianca la sua eredità non potrà essere dilapidata. Soltanto un’altra persona potrà garantirgli questa cosa: Condoleezza Rice. A Washington infatti circola un’altra indiscrezione: se Cheney proprio non vorrà candidarsi, tra un anno potrebbe dimettersi. Al suo posto arriverebbe Condi Rice, in prima fila per le elezioni del 2008.

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