Camillo di Christian RoccaE-mail, bugie e manovre intorno al caso Bolton

Washington. "Prima vediamo come andrà a finire la vicenda Bolton". Nei circoli che contano della capitale americana non c’è domanda che non riceva costantemente questa identica risposta. Non c’è questione che non venga subordinata all’esito della procedura di conferma di John Bolton alla carica di ambasciatore alle Nazioni Unite. Non c’è analista che non segnali un particolare sfuggito, che non racconti un retroscena inedito o che non immagini scenari politici.
Il Foglio, per esempio, ha avuto modo di leggere le e-mail interne che secondo il New York Times di martedì dimostrerebbero il comportamento scorretto di Bolton nei confronti di Christian Westerman, quell’analista di intelligence del Dipartimento di Stato che sostiene di essere stato minacciato da Bolton per non aver dato l’ok a una dichiarazione ufficiale sulle armi biologiche a disposizione di Cuba. Eppure ce n’è anche un’altra, non riportata dal giornale di New York, che lo scagiona totalmente e che conferma la versione secondo cui Westerman anziché eseguire gli ordini abbia ostacolato di nascosto le decisioni prese dall’allora sottosegretario. Il 12 febbraio 2002, Thomas Fingar, il numero due dell’ufficio di intelligence del Dipartimento di Stato, ha scritto infatti un messaggio a Bolton scusandosi più volte per quanto aveva fatto Westerman: "Non succederà più", è stata una "scelta completamente inappropriata" e così via. Sempre su Westerman, in un’altra e-mail scritta da un altro funzionario si legge: "Secondo me, ha violato le procedure sia del Dipartimento di Stato sia dei servizi di informazione".
Ma al di là di questi dettagli o di altri pittoreschi particolari forniti da un’altra accusatrice, l’ex leader di Dallas del gruppo "mamme contro Bush", quello di Bolton è un punto cruciale per l’Amministrazione Bush che si sta molto lentamente riorganizzando per affrontare i secondi quattro anni di mandato. Non tanto per il ruolo che Bolton andrà a occupare al Palazzo di Vetro, anzi quasi per nulla. Piuttosto perché intorno alla sua nomina si è aperto uno scontro sotterraneo e anche interno al partito repubblicano che riguarda l’intero impianto della politica estera della Casa Bianca. Tutto avviene sotto traccia. Formalmente nessuno ha il coraggio di criticare Bush sul punto grazie al quale ha vinto le elezioni dello scorso anno. I democratici non se lo possono permettere, a maggior ragione ora che cominciano a vedersi i primi risultati di quella politica, in medio oriente e altrove. Il pretesto, quindi, è il carattere difficile di Bolton e la sua fedeltà "senza se e senza ma" al presidente, ma l’obiettivo resta la politica di Bush.
Una fonte vicina alla Casa Bianca ha raccontato al Foglio di aver parlato con Bolton martedì mattina, e di averlo trovato ottimista sull’esito della vicenda, nonostante il Senato si sia preso altre due settimane di tempo prima di votare o no la conferma. Bolton dalla sua ha i precendenti: nella storia del Senato è successo soltanto nove volte che una nomina sia stata respinta. I democratici in realtà non avrebbero i numeri per impedirla, ma quattro repubblicani hanno espresso dubbi su di lui, specie dopo aver ricevuto l’incoraggiamento dei due principali avversari di Bolton al Dipartimento di Stato: Colin Powell e il suo ex vice Richard Armitage, cioè i due sconfitti e non riconfermati della prima Amministrazione Bush.
La mossa di Powell ha destato scalpore a Washington, ma ha provocato la decisa reazione di Bush, di Dick Cheney e di Condi Rice. Karl Rove sta coordinando le operazioni di recupero dei quattro repubblicani dissenzienti. Chuck Hagel è il più legato a Powell, ma è consapevole che se votasse contro potrebbe già mettere nel cassetto il sogno di candidarsi alla presidenza. I dubbi della senatrice dell’Alaska e del collega dell’Ohio pare siano rientrati, mentre resta ancora imprevedibile l’atteggiamento di George Voinovich dell’Ohio. Rove sta provando a convincere anche alcuni democratici, come Mary Landrieu della Louisiana, che potrebbero avere problemi di rielezione se nei loro Stati conservatori fossero etichettati come coloro che hanno impedito a Bush di inviare un americano tosto e duro dentro le corrotte Nazioni Unite.

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