Camillo di Christian RoccaDivisi da Dio, uniti dalla Costituzione – Lo Stato dell'America/5

L’editorialista del New York Times, David Brooks, ha proposto una cosa semplice semplice a George W. Bush: gentile presidente, ora che dovrà scegliere uno, forse due, probabilmente tre, nuovi giudici della Corte suprema, non si perda in chiacchiere se “scegliere una donna”, “scegliere un ispanico”, “scegliere un conservatore” o cose di questo genere. I giudici della Corte suprema sono troppo importanti per nominarli con gli stessi criteri di piacioneria con cui si assumono le star dei programmi televisivi. Sono i filosofi del nostro tempo, non solo i custodi della Costituzione. Così Brooks ha proposto a Bush di nominare un genio. Sì, un genio. Un giurista straordinario che sia in grado di influenzare le prossime generazioni di studenti americani. Il nome suggerito è quello di Michael McConnell, dal 2001 giudice federale alla Corte d’Appello del X circuito.
Michael McConnell è un tipo difficile da etichettare. E’ unanimemente riconosciuto come il principale luminare americano sui temi della libertà religiosa, quel diritto inalienabile scolpito nel primo emendamento della Costituzione del 1789. Le opinioni e gli studi di McConnell sono interessanti perché emblematici del rapporto tra Stato e Chiesa, tra politica e religione in America. Non c’è bisogno di ricorrere ad Alexis Tocqueville per ribadire il punto di vista laico sulla necessità della religione nelle democrazie e in particolare dell’importanza che essa ricopre negli Stati Uniti. E’ sufficiente leggere il primo, non a caso il primo, emendamento della Costituzione, quello che apre il Bill of Rights con queste parole: “Il Congresso non potrà porre in essere leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione o per proibirne il libero culto, o per limitarne la libertà di parola o di stampa o il diritto dei cittadini di riunirsi in forma pacifica e d’inoltrare petizioni al governo per la riparazione di ingiustizie”.
Al contrario di quanto si sostiene oggi, l’obiettivo dei Padri fondatori non era quello di tenere Dio fuori dalla politica, piuttosto quello di evitare che la politica interferisse con la religione. Cioè esattamente l’opposto della tesi oggi di moda: quell’articolo vieta l’istituzione di una religione di Stato, ma obbliga lo Stato a non limitare il diritto dei cittadini a professare la propria religione. McConnell è il principale sostenitore di questa tesi e del significato originale della Costituzione. Applicato in un mondo complesso dove spesso è difficile distinguere un’attività pubblica da una religiosa, questo vuol dire una cosa sola: lo Stato non deve essere “separato” dalle chiese, piuttosto deve essere “neutrale”. Se la politica impone la separazione tra Stato e Chiesa, tra governo e religione, finisce per creare una società che discrimima i credenti e limita il diritto di cittadinanza di chi è religioso. Tesi confermata in un bel libro appena pubblicato a Noah Feldman dal titolo “Divided by God  – America’s Church – State problem and what we should do about it”.
Michael McConnell non è un conservatore legato al partito repubblicano. Sulla prestigiosa Chicago Law Review ha criticato i cinque giudici supremi che impedirono il riconteggio dei voti alle elezioni presidenziali della Florida del 2000, cioè non ha condiviso la decisione che proclamò Bush quale 43esimo presidente degli Stati Uniti. Nel 1998 scrisse una lettera aperta al Congresso di Washington contro la procedura di impeachment avviata nei confronti di Bill Clinton, perché “l’inviolabilità delle elezioni è il principio costituzionale più importante che abbiamo”. E’ contrario alla sentenza Roe contro Wade che nel 1973 trasformò l’aborto in diritto costituzionale della donna, ma è anche contrario alla preghiera nelle scuole pubbliche e prima delle partite di football. Su altri temi, come sulla libertà di parola, considera incostituzionale le leggi che criminalizzano l’atto di bruciare la bandiera. Allo stesso modo, McConnell considera una violazione costituzionale la norma che impedisce agli insegnanti di mettere sulla scrivania una copia della Bibbia durante la lezione oppure di leggerla a bassa voce mentre gli studenti stanno facendo un compito in classe. Oppure quelle norme che finanziano attività pubbliche purché non siano confessionali. Per McConnell si tratta di discriminazione. Stessa contrarietà nei confronti della decisione della Corte suprema di impedire l’esposizione di un presepe su una proprietà pubblica e contemporaneamente di consentire, nello stesso luogo, l’esposizione della casa di Babbo Natale. In quell’occasione McConnell scrisse che la Corte era riuscita a raggiungere il peggiore dei risultati possibili: “Sarebbe stato meglio vietare al governo ogni simbolo religioso, piuttosto che consentirlo soltanto se ornato di festoni con i simboli del materialismo americano”.
Su questi temi McConnell si è scontrato spesso con il giudice supremo Antonin Scalia, il più autorevole giurista conservatore d’America. Per i suoi sostenitori questa è la prova che McConnell è uno spirito libero. Ma per i detrattori è la conferma che è ancora più radicale di Scalia e lo dimostrerebbero le sue battaglie giuridiche per esonerare le organizzazioni confessionali dal pagamento delle tasse sulla vendita di oggetti religiosi e dal rispettare le leggi sindacali sul lavoro. Per McConnell sono tutte limitazioni all’esercizio della religione, quindi vietate dalla Costituzione. McConnell è molto più che rispettato dalla comunità giuridica americana, al punto che oltre 700 accademici scrissero un appello per convincere il Senato a confermare la sua nomina alla Corte d’Appello federale. Prima di quell’incarico, deciso da George Bush all’inizio del 2001, McConnell ha insegnato e svolto la professione di avvocato durante la quale ha sostenuto sempre la più estrema e libertaria interpretazione del primo emendamento. McConnell non fa distinzione tra religioni: ha difeso i diritti dei mormoni, degli Hare Krishna, dei Testimoni di Geova, dei club della Bibbia, della conferenza episcopale cattolica, degli avventisti del settimo giorno e anche di sette new age. Nel caso “Chiesa di Lukumi Babalu Aye contro la città di Hialeah” ha difeso i diritti degli aderenti alla setta animista afrocubana dei Saneria contro l’ordinanza di una cittadina della Florida che vietava le loro pratiche di sacrifici sugli animali. Epico è stato lo scontro con Scalia sul diritto della Chiesa Native American di poter usare il peyote, il fungo allucinogeno vietato dalle leggi antidroga.

“Un muro di separazione”
McConnell sostiene che la religione sia un problema reale nelle democrazie moderne, perché i credenti hanno una doppia fedeltà, a Dio e allo Stato, e talvolta questa doppia fedeltà confligge. Ecco perché Thomas Jefferson sosteneva la necessità di “un muro di separazione tra Stato e Chiesa”. Secondo McConnell, la tesi dei “separazionisti laici” è però pericolosa per la libertà religiosa, perché porta necessariamente alla discriminazione della religione e alla punizione di chi vuole esercitare il proprio diritto costituzionale. Per quale motivo, per esempio, gli edifici pubblici possono essere usati da chiunque ne faccia richiesta, ma non da organizzazioni religiose? “Ogni qualvolta il punto di vista laico è permesso – sostiene McConnell – deve essere consentito sulle stesse basi anche il punto di vista religioso”. La tesi di Jefferson sulla “separazione” tra Stato e Chiesa è invocata dai laici liberal a riprova della laicità della Costituzione americana. Il problema è che Jefferson non scrisse la Costituzione, ma solo la Dichiarazione d’indipendenza, e nemmeno partecipò alle sedute della Convenzione costituzionale perché in quegli anni, dal 1786 al 1789, viveva a Parigi dove svolgeva l’incarico di ambasciatore americano. La frase “muro di separazione” non c’è nella Carta fondamentale, anzi il primo a coniarla fu il fondatore del Rhode Island circa 150 anni prima di Jefferson e, peraltro, con un significato opposto a quello che gli si dà oggi. Secondo Roger Williams, infatti, “il muro di separazione” era stato eretto per proteggere “il giardino” della religione dalla “boscaglia” del governo temporale, non al contrario. La storia costituzionale americana lo conferma. Il 25 settembre del 1789, nello stesso identico giorno in cui i padri fondatori degli Stati Uniti approvarono il primo emendamento sulla libertà religiosa, le stesse persone che regalarono all’America quel formidabile testo votarono anche una mozione per chiedere al presidente George Washington di proclamare una festa nazionale di Ringraziamento nientemeno che a Dio onnipotente. Qualche giorno dopo Washington si dichiarò a favore. Nove anni dopo, il presidente John Adams volle imporre un giorno di digiuno e di preghiera a Dio. Jefferson si oppose, ma il loro successore James Madison nel 1815 stabilì il Thanksgiving day che conosciamo oggi.

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