Camillo di Christian RoccaLo Stato dell'America /4

L’11 settembre 2001 erano cinque i regimi del mondo islamico che, più di altri, fomentavano l’odio antiamericano e antioccidentale sublimatosi nell’attacco a New York e a Washington: l’Afghanistan, l’Iraq, l’Iran, l’Arabia Saudita e la Siria. Oggi ce ne sono due in meno. L’America di destra di George Bush – insieme con la Gran Bretagna di sinistra di Tony Blair e con il contributo degli australiani, della maggioranza dei paesi europei e delle ex Repubbliche sovietiche, di un buon gruppo di nazioni asiatiche e di qualche paese centroamericano – ha deciso di usare la forza per ribaltare lo status quo mediorientale, compresa la scelta di abbandonare il rais Yasser Arafat e, alla sua morte, di sostenere il processo democratico palestinese. C’è da chiedersi se, quattro anni dopo e due regimi in meno, ci sia in corso un ripensamento di quella strategia o se, al contrario, si possa registrare un suo consolidamento.
Nonostante l’Europa e gran parte degli intellettuali liberal pronosticassero un frettoloso cambiamento, George Bush ha inaugurato i suoi secondi quattro anni alla Casa Bianca ponendosi un obiettivo ancora più ambizioso: aiutare la democrazia non soltanto in Iraq e in Afghanistan e in Palestina, ma ovunque. “La missione” dell’America è questa e c’è poco da sghignazzare visto che ha radici molto antiche: in un bella biografia appena uscita negli Stati Uniti, il saggista di sinistra Christopher Hitchens ha raccontato come l’esportazione della democrazia fosse l’aspirazione anche di Thomas Jefferson. L’autore della Dichiarazione di Indipendenza lo mise nero su bianco nella sua tenuta di Monticello, in Virginia, il 24 giugno 1826. Da lì a poco, il 4 luglio, si sarebbe festeggiato il 50° anniversario della Dichiarazione. Nella sua ultima lettera (morì proprio quel 4 luglio), Jefferson si rallegrò del fatto che dopo mezzo secolo “di esperienza e di progresso” i suoi concittadini continuassero ad approvare la scelta democratica compiuta cinquant’anni prima. E aggiunse: “Possa ciò essere per il mondo, e credo che lo sarà (in alcuni posti subito, in altri dopo, ma alla fine per tutti), il segnale di uomini che si ribellano per liberarsi dalle catene cui sono stati costretti dalla superstizione e dall’ottusa ignoranza, e per assumere la benedizione e la sicurezza dell’autogoverno”.
Ma se questa è l’aspirazione ideale, la grande strategia deve poi fare i conti con la realtà, con le priorità, con gli equilibri. La teoria del “male minore” non è una novità: per far fuori Hitler, l’America si è alleata con Stalin. Ma una volta sconfitto il nazifascismo, ha combattuto il totalitarismo comunista. E, ancora, per vincere la Guerra fredda ha fatto comunella con dittatori e giunte militari. Ma, di nuovo, una volta che il gigante sovietico s’è sgretolato, ha abbandonato quei regimi e, dalle Filippine al Cile, ha favorito e finanziato la transizione democratica. Oggi le priorità strategiche della Casa Bianca sono la Corea del Nord e in prospettiva la Cina. Mentre nel contesto mediorientale riguardano Libano, Siria e Iran. Restano alleati a cui riservare soltanto qualche rimbrotto Egitto e Arabia Saudita, con la consapevolezza che prima o poi bisognerà fare i conti anche con loro. Stessa cosa con il Pakistan.
Dopo la fine della Guerra fredda, in America si sono confrontati quattro filoni di politica estera: il realismo di Bush padre; l’internazionalismo liberale di Bill Clinton; il neoconservatorismo di Bush figlio e, infine, l’isolazionismo della sinistra radicale e della destra estrema. Quest’ultimo in realtà non ha mai avuto alcuna chance di diventare la politica ufficiale degli Stati Uniti, anche perché non si è mai più ripreso dallo shock di Pearl Harbor prima e dell’11 settembre oggi. Credere che non impicciarsi degli affari altrui possa garantire la sicurezza non è proponibile. La pericolosità di questo atteggiamento è stata magistralmente raccontata da Philip Roth nel suo ultimo romanzo, mentre oggi l’isolazionismo non va oltre Pat Buchanan e i libertarians a destra, e Noam Chomsky, Gore Vidal e Michael Moore a sinistra. Apparentemente i due estremi sembrano opposti, ma in realtà convergono. La destra dice “America first” cioè “Prima di tutto, l’America”, mentre la sinistra replica con “Blame America first” cioè “Prima di tutto, accusare l’America”, eppure le conclusioni sono simili: “It’s not our business”. Per entrambi le cose che accadono fuori dai confini non dovrebbero riguardare Washington, non importa se in Bosnia o in medio oriente.
Prima dell’11 settembre anche l’interventismo dei neoconservatori è stato a lungo niente più che un semplice filone intellettuale. La politica estera americana post 9 novembre, giorno della caduta del Muro di Berlino, è stata fondata sulla realpolitik, sulla dottrina che insegue un mondo ben regolato, governato da regimi saldi e che garantiscono un equilibrio stabile. Insomma, sul “kissingerismo senza Henry Kissinger”, come l’ha definito Charles Krauthammer nell’ultimo numero di Commentary. Bush padre, ricorda Krauthammer, può vantare due grandi risultati: l’espulsione di Saddam dal Kuwait e la riunificazione tedesca, ma ha accusato il più classico difetto della realpolitik: la mancanza d’immaginazione. L’America, infatti, ha favorito la stabilità post sovietica invece che 15 paesi diversi, indipendenti e liberi. Ma, cosa molto più grave, il difetto di immaginazione ha riguardato Saddam. Dopo averlo cacciato dal Kuwait, la Casa Bianca e il resto del mondo hanno preferito mantenere l’illusoria stabilità e così hanno lasciato il rais a Baghdad.

Clinton ha cambiato radicalmente il quadro
L’internazionalismo liberale di Clinton, vale a dire l’idea che per l’America sia un dovere morale intervenire quando i diritti umani sono in pericolo, ha cambiato radicalmente il quadro, nonostante i primi tentennamenti in Ruanda e in Bosnia e un’eccessiva fiducia nelle istituzioni multilaterali e nei tribunali. I clintoniani hanno elaborato la dottrina del “diritto di ingerenza umanitario” e l’hanno applicata nei Balcani ma, ironia della sorte, senza la conditio sine qua dettata dalla loro dottrina. Ovvero senza la legittimazione dell’Onu.
Sul fronte interno le campagne balcaniche di Clinton hanno potuto contare sul sostegno dei neoconservatori. E non è un caso se oggi una fetta consistente degli intellettuali liberal e di sinistra non ha paura di condividere la dottrina antitotalitaria di Bush. Lo dimostra un libro appena pubblicato negli Stati Uniti e curato dal direttore del Journal of Human Rights, Thomas Cushman. Si intitola “A matter of principle – Humanitarian arguments for war in Iraq” e raccoglie le motivazioni di sinistra in favore della guerra in Iraq, attraverso scritti di Hitchens, di Paul Berman, di Ian Buruma, del filosofo conservatore Roger Scruton, di Tony Blair, dell’ex dissidente polacco Adam Michnik e del premio Nobel per la Pace nonché leader di Timor Est, Jose Ramos-Horta.
Il discorso pronunciato da Bush il giorno dell’inaugurazione del suo secondo mandato, lo scorso 20 gennaio, è uno spartiacque. Il neoconservatorismo è diventato dottrina di governo ufficiale degli Stati Uniti. Con una differenza: i portavoce non sono più i suoi pochi seguaci, ma i suoi ex avversari: i realisti. La squadra di Bush, da Cheney a Rice a Rumsfeld a Bush medesimo, è composta da persone cresciute a pane e realpolitik. Eppure oggi sono loro, i realisti “assaliti dalla realtà”, a sostenere e attuare l’idea che per prevenire le minacce, ancor prima che emergano, deve essere dispiegata la potenza americana. E, se è il caso, anche unilateralmente. Il tutto è racchiuso nella formula bushiana secondo cui “la difesa della libertà richiede l’avanzamento della libertà”.
Con Colin Powell lasciato a casa, i realisti di destra praticamente non esistono più (l’eccezione è il senatore Chuck Hagel). Il campo è stato occupato da una parte del partito democratico, quella guidata da John Kerry. E con una giravolta imprevedibile, i kissingeriani senza Kissinger sono diventati i liberal. Ma dopo il disastro elettorale, il realismo vecchio stampo non si porta più nemmeno a sinistra. Si fa strada, invece, la corrente clintoniana del partito, il Democratic Leadership Council. Due anni fa presentò una Strategia sulla Sicurezza nazionale che accusava la dottrina Bush di non essere sufficientemente “ambiziosa”. Oggi magari contesta la gestione bushiana della guerra in Iraq, ma non mette in dubbio quella scelta: “Gli attacchi di Londra ci sarebbero stati anche se non avessimo invaso l’Iraq”, hanno dichiarato i clintoniani dopo la strage. E poi: “Non ci attaccano per il male che ogni tanto facciamo, ma per il bene che generalmente cerchiamo di fare. Se il mondo non capisce la caratteristica fondamentale del nemico terrorista, sarà molto difficile riuscire a vincere e a conservare la nostra civiltà”.

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