Camillo di Christian RoccaIraq? No, Washington è preoccupata da Iran e Corea (e Cina) – Lo Stato dell'America/6

Le cronache politiche italiane hanno raccontato di un Francesco Rutelli perlomeno sorpreso quando, ospite qualche settimana fa del Dipartimento di Stato di Washington, si è trovato di fronte a diplomatici e politici americani che non gli chiedevano affatto della linea politica del centrosinistra riguardo all’Iraq. E non solo perché fosse troppo cervellotica per le pragmatiche menti yankee. Eppure la delegazione margheritica si era preparata per benino ad affrontare il tema della presenza delle truppe italiane a Nassiriyah e quindi del futuro democratico dell’Iraq. Gli americani, invece, hanno chiesto dell’Iran, con la enne finale.
E’ il regime degli ayatollah iraniani, infatti, l’argomento più discusso nei centri studi e nella comunità diplomatica di Washington. E con l’Iran, anche la Corea del Nord. Ovviamente senza mai perdere d’occhio l’impetuosa crescita economica e militare della Cina (nei giorni scorsi il Pentagono ha preparato un preoccupante rapporto sulla crescita militare cinese, seguito alle dichiarazioni del generale Zhu Chenghu di essere pronto a usare l’atomica, se gli Stati Uniti attaccasero la Cina per difendere Taiwan).
Questo non vuol dire che la questione irachena non desti più alcuna preoccupazione, tutt’altro. Significa solo che l’impero americano ha l’obbligo di valutare e affrontare per tempo le crisi prossime venture. Il punto è capire se ci riusciranno. Intanto va specificato che questa non è una fissazione dei Repubblicani. I Democratici, anzi, criticano l’Amministrazione per la tendenza a rimandare le decisioni strategiche. Non che l’Amministrazione Bush sottovaluti il problema, ma davvero non sa che cosa fare. Ciascuna delle strategie sul tavolo è pericolosa, pericolosissima, e aggravata dal fatto che più passa il tempo più diventa rischiosa.
La questione iraniana è simile a quella nordcoreana: gli Stati Uniti non vogliono e non possono accettare che questi due paesi ferocemente antiamericani si dotino di armi nucleari e di sistemi missilistici con cui minacciare Stati confinanti e no. E c’è, poi, anche il timore che queste tecnologie possano essere consegnate ai terroristi islamici. Come evitare questo scenario è esattamente l’incubo di questi mesi, un incubo che nel caso iraniano si è ulteriormente aggravato con il nuovo presidente estremista. L’elezione di Mahmoud Ahmadinejad non ha sconvolto particolarmente l’Amministrazione Bush. Lui o Hashemi Rafsanjani pari erano. A Washington la favola dei sedicenti riformisti non incanta più da tempo (e Rafsanjani fino a ieri era uno dei più conservatori).
Oggi la posizione ufficiale dell’Amministrazione Bush è quella di non escludere a priori nessuna opzione, nemmeno quella militare (ipotesi sostenuta anche dal campione della realpolitik Henry Kissinger), poi di far continuare agli europei le trattative per smantellare il nucleare, infine di ottenere una risoluzione del Consiglio di sicurezza  nel caso i colloqui fallissero. A Washington ne sono certi. Sanno benissimo che la strategia iraniana è: se fate i cattivi ci facciamo la bomba; se fate i bravi ce la facciamo lo stesso. Concedere l’opportunità agli europei serve solo a prendere tempo e a convincere gli alleati delle cattive intenzioni iraniane.
Resta un fatto: che farà l’occidente quando si accorgerà che gli ayatollah non hanno alcuna intenzione di rinunciare alla bomba? Gli esperti sostengono che sia molto difficile (ma non la escludono) l’ipotesi di colpire chirurgicamente le centrali nucleari con raid aerei mirati, simili a quello israeliano che nel 1981 rase al suolo lo stabilimento di Osirak di Saddam. Intanto perché l’intelligence americana non sa esattamente quante e quali siano le strutture iraniane. Poi perché molte di quelle conosciute (una quindicina) si trovano in zone altamente abitate o sotterranee, e colpirle provocherebbe molte vittime. Il dilemma sta nel fatto che il trascorrere del tempo non aiuta, anzi peggiora la situazione perché più gli iraniani si avvicinano al 2008, cioè alla data prevista per lo sviluppo delle proprie capacità nucleari, più si restringe la finestra diplomatica e più la soluzione militare avrebbe conseguenze catastrofiche.
Un’altra ipotesi è quella del “regime change”, di una politica che abbia come fine il cambio di regime a Teheran. Un Iran democratico non abbandonerebbe gli obiettivi nucleari, ma non sarebbe minaccioso per i vicini (lo slogan di chi sostiene questa tesi è: “A chi importa, infatti, della ‘force de frappe’ francese?”). Come riuscire a cambiare il regime è il grande problema. C’è l’ipotesi militare, con i piani costantemente aggiornati dal Pentagono, ma è improbabile. E c’è invece chi sostiene che basti pochissimo, perché gli ayatollah sono deboli e la società, gli studenti e i sindacati iraniani non ne possono più della corruzione e del pugno di ferro del regime. Secondo costoro, spalleggiati dalla diaspora persiana in America, il popolo iraniano sarebbe pronto a una seconda rivoluzione, se solo qualcuno lo aiutasse. La via maestra dovrebbe essere quella di sostenere finanziariamente i movimenti democratici interni e potenziare le armi di propaganda di massa, ovvero le radio e le televisioni che, via satellite dalla California, raggiungono l’Iran con programmazioni in lingua farsi. Tutto ciò richiede tempo e non è detto che riesca, anche perché si basa sulle analisi di un regime alle corde come l’Unione Sovietica pre 1989, cioè apparentemente solido, ma in realtà di pastafrolla. Altri analisti sostengono che non è affatto così e che, anzi, oggi Teheran è più forte che mai. La vittoria del rivoluzionario Ahmadinejad è interpretata a proprio favore da entrambe le scuole di pensiero. Chi crede che il regime sia debole legge lo scontro interno all’establishment iraniano come una prova della crisi. Chi pensa che gli ayatollah siano più forti che mai trova conferma nella battaglia vinta dal più rivoluzionario. A parole Bush si è speso per chi in Iran si batte per la democrazia, come suggerito dall’ex dissidente sovietico Nathan Sharansky. Ma niente di più. Non ha sostenuto con convinzione il referendum anti mullah organizzato dall’opposizione, ma perlomeno è stato l’unico leader a chiedere la libertà per il prigioniero politico Akbar Ganji, per il quale Kofi Annan si è rifiutato di spendere una parola.

Un ritiro americano dal sud-est asiatico?
Il caso della Corea del nord è per certi versi più pericoloso. L’ipotesi di cambio di regime attraverso la promozione della democrazia, e puntando sui dissidenti nordcoreani, non è sul tavolo e questo nonostante Bush abbia ricevuto alla Casa Bianca il dissidente Kang Chol-Hwan, l’autore di “The Aquariums of Pyongyang” ovvero uno straordinario racconto di dieci anni vissuti nel gulag nordcoreano. La differenza con l’Iran è che il regime comunista ha già in mano sei ordigni atomici in grado di distruggere Seul, la capitale della Corea del Sud. Che fare, dunque? Per una stranezza tipica della politica, in questo caso i multilateralisti sono i bushiani, mentre gli unilateralisti sono i liberal. Bush ha deciso di non sedersi al tavolo delle trattative con Kim Jong Il: “Con il male non si tratta, lo si sconfigge”, ha detto il vicepresidente Dick Cheney. Quando il New York Times chiese a John Bolton, oggi candidato a rappresentare Washington all’Onu, quale fosse la politica americana sulla Corea del nord, Bolton prese dalla libreria un libro di Nicholas Eberstadt dal titolo “La fine della Corea del nord” e disse: “Questa”. Le trattative, secondo Bush, vanno fatte a sei, e non a due come chiesto dai nordcoreani, cioè insieme con le altre quattro potenze regionali: Cina, Giappone, Corea del sud e Russia. L’idea è di coinvolgere e responsabilizzare soprattutto la Cina e la Russia e non lasciare che il mondo aspetti che gli americani risolvano la questione. Dopo mesi di stallo, qualche giorno fa la Corea del nord ha accettato di riprendere le trattative a sei. I Democratici, con John Kerry, sono più favorevoli ai colloqui a due, a un faccia a faccia serrato. E’ la vecchia politica clintoniana che un po’ ha ritardato i programmi nucleari nordcoreani, un po’ è fallita miseramente. Nel 1994 Washington e Pyongyang erano sull’orlo di una guerra. Clinton stava evacuando il personale americano dalla capitale, quando seppe che l’ex presidente Jimmy Carter, giunto da privato cittadino in Nord Corea, aveva concluso un accordo preliminare con il regime. Le due parti tornarono al tavolo delle trattative e, infine, raggiunsero un accordo: Pyongyang fermava la sua corsa nucleare e in cambio Usa, Giappone e Corea del sud fornivano materiale per il nucleare a uso civile. I nordcoreani però hanno segretamente contravvenuto all’accordo e, per quanto più lentamente, hanno ripreso a sviluppare il nucleare militare. Che fare, dunque? L’Amministrazione e i centri studi valutano le varie opzioni. Primo problema: l’intelligence ne sa ancora meno che sull’Iran. I liberal con esperienza di governo invitano a tentare fino in fondo la carta diplomatica e, come deterrente, a rafforzare la presenza militare nella regione in modo che, se la diplomazia fallisse, l’intervento armato possa essere il più rapido possibile. Tutti spiegano che più tempo si spreca, più un intervento militare sarebbe pericoloso per Seul, a un tiro di schioppo dal nord: perché per quanto veloce possa essere la campagna militare, Pyongyang avrebbe comunque il tempo di lanciare un missile nucleare sulla capitale del sud. Altri analisti più vicini alle posizioni dei neoconservatori, pur scettici sulle reali possibilità di risolvere la crisi con la diplomazia, sono meno propensi a un attacco, invece non escluso dai liberal clintoniani. Sostengono, piuttosto, che la chiave sia quella di avere un minore coinvolgimento nella regione, quasi un ritiro unilaterale dei 37.500 soldati e, di conseguenza, del deterrente nucleare Usa, al fine di responsabilizzare la Cina, cioè l’unico paese della regione con buoni argomenti per fermare Kim Jong Il. Come fare? Minacciando la Cina con la prospettiva di un Giappone, di una Corea del Sud, e magari anche di Taiwan, dotati di armi nucleari. Forse riuscirebbe a risolvere la crisi nordcoreana, ma ne aprirebbe un’altra certo più lontana e ancora più pericolosa.

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