Camillo di Christian RoccaAltri problemi per Bush, sul fronte interno alla lotta al terrorismo

New York. La Casa Bianca non ha fatto in tempo a festeggiare il successo della sua politica in Iraq che in casa, a Washington, sono scoppiate altre grane legate alle strategie di difesa interna contro il terrorismo. La giornata era cominciata bene, con la notizia dell’accordo tra Bush e il senatore repubblicano John McCain sul divieto di utilizzare una specifica tecnica di interrogatorio dei terroristi che secondo la Casa Bianca non costituiva tortura, ma per McCain sì. Poi è scoppiato il caso Patriot Act, la legge che concede al governo maggiori poteri investigativi, che fu approvata con la quasi unanimità dal Congresso subito dopo l’11 settembre e che nel corso degli anni ha ricevuto aspre critiche sia da sinistra sia da destra. La Camera, nei giorni scorsi, aveva raggiunto un accordo sul rinnovo del Patriot Act. Ieri, però, al Senato l’accordo non è stato trovato per la minaccia di ostruzionismo avanzata da un gruppo di senatori democratici guidati da Russ Feingold, l’unico senatore che nel 2001 votò contro la legge. Contemporaneamente il New York Times ha pubblicato un lungo articolo in prima pagina svelando che, nel 2002, George W. Bush autorizzò la National Security Agency a intercettare “centinaia, forse migliaia” di telefonate sul territorio americano senza prima cercare un mandato formale di un giudice. Soltanto in un secondo momento, quando è stato necessario usare queste intercettazioni per proseguire le indagini, l’Amministrazione si sarebbe rivolta al giudice. I democratici hanno chiesto di sentire i responsabili al Senato, ma la Casa Bianca sostiene che le misure erano necessarie per consentire all’agenzia di monitorare in fretta comunicazioni che avrebbero potuto riguardare minacce agli Stati Uniti. Lo staff presidenziale sostiene che l’ordine di Bush è stato uno strumento cruciale per fermare piani terroristici nel territorio americano e che le protezioni esistenti sono sufficienti a proteggere la privacy e le libertà civili degli americani.
Il New York Times ha aggiunto che la Casa Bianca ha chiesto al giornale di non pubblicare l’articolo, perché avrebbe messo in pericolo alcune inchieste in corso e avrebbe allertato i possibili terroristi. Per un anno il Times non l’ha pubblicato, poi, nel giorno del successo politico in Iraq, ha deciso di farlo. Il sito Drudge Report ha aggiunto una cosa non riportata dal Times, cioè che il contenuto dell’articolo di James Risen fa parte di un libro consegnato tre mesi fa dallo stesso autore e pronto a uscire a giorni per la casa editrice Free Press, il cui editor è Richard Clarke, ovvero l’ex capo dell’antiterrorismo diventato acerrimo nemico di Bush.
L’opposizione al rinnovo del Patriot Act è politica. Sedici misure investigative contenute nella legge sono a scadenza e, se non rinnovate, terminano il 31 dicembre. La Casa Bianca e il ministero della Giustizia vorrebbero farle diventare permanenti, ipotesi che non trova d’accordo i democratici e l’ala libertaria dei repubblicani. Il ministro della Giustizia, Alberto Gonzales, ha offerto un compromesso: rendere permanenti le 14 questioni meno controverse e porre una scadenza temporale ai due provvedimenti giudicati più oltraggiosi dai difensori dei diritti civili (in realtà ridicoli se paragonati a ciò che è consentito agli investigatori italiani), ovvero le intercettazioni e i mandati giudiziari senza notifica all’indagato per controllare documenti, cartelle e informazioni contenute negli archivi di lavoro, di ospedali o di altre istituzioni come, per esempio, le librerie. I democratici guidati da Feingold hanno detto di no e hanno chiesto di rinnovare la legge così com’è, in modo tale da poter continuare a battagliare per aggiungere maggiori tutele alle libertà civili. La maggioranza non ha accettato la controproposta, così si è andati a un voto che è stato vinto dai repubblicani 52 a 47, ma che non ha raggiunto i 60 voti necessari a bloccare l’ostruzionismo dell’opposizione. Quattro repubblicani hanno votato con i democratici e due democratici hanno votato con la maggioranza. Il leader repubblicano, Bill Frist, appena ha capito che la sua parte non avrebbe raggiunto la soglia del 60, ha votato con i democratici. Una mossa parlamentare per poter chiedere quanto prima un altro voto.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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