Camillo di Christian RoccaLibertà in rialzo

Milano. Il centro studi indipendente Freedom House, noto in Italia per aver espresso preoccupazione sullo stato della libertà di stampa nel nostro paese, lunedì ha presentato l’autorevole rapporto 2006 sulle libertà nel mondo. Il risultato è musica per le orecchie di George W. Bush e per la sua strategia di promozione della democrazia: “Il 2005 è stato uno degli anni migliori da quando Freedom House, nel 1972, ha cominciato a valutare la libertà nel mondo”. I paesi “non liberi” sono passati dai 49 del 2004 ai 45 di oggi, il numero più basso di società illiberali degli ultimi dieci anni. Otto Stati, più il territorio palestinese, hanno registrato miglioramenti di status. L’Ucraina, l’Indonesia e Trinidad ora sono paesi “liberi”, mentre Afghanistan, Repubblica Centro-africana, Kyrgyzstan, Libano, Mauritania e l’Autorità palestinese sono passati dallo status di “non liberi” a “parzialmente liberi”. Il trend generale è positivo ovunque: oggi sono 89 su 192 i paesi “liberi” dove c’è aperta competizione politica, solida vita civile, stampa indipendente e rispetto dei diritti umani. I “liberi” rappresentano il 46 per cento della popolazione mondiale, ovvero quasi 3 miliardi di persone. Le nazioni “parzialmente libere”, dove c’è un limitato rispetto dei diritti politici e delle libertà civili, sono 58 cioè il 18 per cento della popolazione mondiale. Nei 45 paesi “non liberi” vivono 2 miliardi e 300 milioni di persone (36 per cento), metà dei quali solo in Cina.
Il medio oriente è la regione del mondo più in movimento verso la libertà, e non è un caso visto che è al centro delle attenzioni della Casa Bianca. Nonostante la regione non possa ancora contare su nessun paese “libero”, i progressi degli ultimi cinque anni “indicano una traiettoria regionale positiva”. Il rapporto aggiunge che i punteggi assegnati al medio oriente “rappresentano la miglior performance nella storia dell’inchiesta”. Ciò è ancora più interessante perché il “progresso è avvenuto in un ambiente che molti non credono possa essere propizio per la diffusione delle libertà di base. Un ambiente che durante questo periodo ha visto una crescita del terrorismo, la continuazione del conflitto israelo-palestinese, la guerra in Iraq, alti indici di povertà e di disoccupazione e una crescente animosità verso gli Stati Uniti”. Eppure i miglioramenti sono evidenti e le strategie democratiche di Bush “stanno pagando i dividendi”.
Freedom House ricorda i progressi in Afghanistan e soprattutto in Libano. Segnala il miglioramento dei diritti delle donne in Kuwait e finanche una leggera apertura in Arabia Saudita, grazie alla possibilità di accedere all’informazione via satellite. I ricercatori fanno notare come l’Arabia Saudita ha sempre fatto parte del club dei “worst of the worst”, ovvero quel ristretto gruppo di paesi con il peggior punteggio possibile. Con l’Arabia Saudita leggermente più su, sono rimasti in otto: Cuba, Corea del Nord, Turkmenistan, Uzbekistan, Libia, Siria, Sudan e Birmania.
Passo avanti anche per l’Autorità palestinese, grazie alla morte di Yasser Arafat e alla fine dei suoi metodi autoritari. Le pressioni americane, e secondo Freedom House anche quelle europee, hanno contribuito alle timide riforme in Egitto, dove nonostante la repressione violenta si sono tenute le elezioni più aperte della sua storia recente. “Crescita moderata anche in Iraq, nonostante la violenza brutale degli insorgenti e dei terroristi”, ma va aggiunto che la ricerca di Freedom House è stata chiusa prima dello straordinario successo elettorale del 15 dicembre. Il cammino della democrazia non è privo di ostacoli, dicono gli esperti di Freedom House, ma “questi progressi rappresentano un argomento potente contro l’affermazione che l’islam sia incompatibile con la democrazia o che l’islam sia necessariamente un impedimento alla diffusione della libertà. Piuttosto l’ostacolo principale a un maggiore progresso resta la consolidata cultura di autoritarismo politico che domina i paesi chiave del mondo arabo”. Il rapporto conclude spiegando che gli sforzi per il regime change di Bush e delle altre società libere “devono essere rafforzati, non diminuiti”.

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