Camillo di Christian RoccaStoria della democrazia in Iraq

New York. La democrazia in Iraq non è nata ieri e non è nata per caso, ma in seguito alle scelte di George W. Bush e di Tony Blair nei giorni successivi all’11 settembre 2001. Poche ore dopo l’attacco a Manhattan e al Pentagono, il presidente americano stabilì un principio che è alla base del successo politico ottenuto ieri in tutto l’Iraq. Con le Torri ancora fumanti, Bush disse che non avrebbe fatto distinzione tra i terroristi e gli Stati che li sostengono, li finanziano e li ospitano. Compilò una lista di paesi, l’asse del male”. Era il nucleo del documento sulla strategia di sicurezza nazionale presentato nel settembre 2002 e anticipato a giugno in un discorso all’Accademia di Westpoint.
Bush capì di aver bisogno di un’idea, di una strategia complessiva, efficace e di lungo termine. La sua Casa Bianca poteva contare su una formidabile squadra di consiglieri di politica estera, veterani della prima guerra del Golfo come Dick Cheney e Colin Powell, esperti del mondo sovietico come Condoleezza Rice, sostenitori di riforme democratiche in medio oriente come Paul Wolfowitz, reaganiani di sinistra come Richard Perle, realisti di ferro come gli uomini di suo padre, e nazionalisti tutto d’un pezzo come Donald Rumsfeld. A loro Bush chiese due cose: chi fossero questi che avevano buttato giù le Torri e che cosa bisognasse fare per sconfiggerli. La risposta arrivò dal più grande esperto d’islam, Bernard Lewis, e dai neoconservatori: i terroristi sono militanti fondamentalisti aiutati da alcuni regimi totalitari del medio oriente che ci vogliono uccidere non per ciò che facciamo ma per ciò che siamo. Con loro non si può trattare e non ci si può girare dall’altra parte, l’unica via possibile è liberare il medio oriente da quei tiranni che non soltanto sviluppano armi di distruzione di massa, sostengono il terrorismo e minacciano il mondo libero, ma torturano i loro popoli e li consegnano nelle mani dei fondamentalisti islamici. Un’altra risposta, più cauta, arrivò da Bush senior e dai suoi ex consiglieri, Brent Scowcroft e Lawrence S. Eagleburger. Anche Henry Kissinger aveva molti dubbi sul cambiamento dello status quo in medio oriente, così come l’ex segretario di Stato, James Baker. Molti altri conservatori come il senatore Chuck Hagel e il polemista Pat Buchanan avrebbero preferito che l’America non inseguisse ambiziosi progetti oltreoceano. Powell ricordò che quando si rompe un paese si eredita la responsabilità di ricostruirlo e alla destra americana non è mai piaciuto impegnarsi nel “nation building”.
Sull’attacco ai Talebani dell’Afghanistan tutti erano d’accordo, sull’Iraq no. Insieme con una buona parte dei liberal e degli europei, i realisti di destra si lanciarono in previsioni catastrofiche, in scenari da guerra civile, in preoccupazioni sui sentimenti delle piazze arabe che si sono dimostrate sbagliate e tutto tranne che realistiche. Una certa ingenuità c’è stata anche tra i seguaci della dottrina Bush, specie tra chi sosteneva che in Iraq sarebbe stata una passeggiata e che gli americani sarebbero stati salutati come liberatori. In parte è stato così, perlomeno all’inizio, ma la Casa Bianca e il Pentagono hanno sottovalutato l’organizzazione dei nostalgici di Saddam e hanno perseguito un progetto minimalista, con poche truppe pronte a lasciare l’Iraq subito dopo la caduta del dittatore. Quel progetto è stato corretto in corso d’opera, a volte con soluzioni sensate, altre con scelte infelici. Il risultato, comunque, è quello del voto di ieri.
La dottrina Bush ha stabilito il diritto al primo colpo (first strike) non soltanto per evitare che i nemici attacchino per primi, ipotesi contemplata da qualsiasi Stato del mondo, ma per prevenire (preemption) questa possibilità, cioè per intervenire prima che il nemico sia pronto ad attaccare. L’altro pilastro della dottrina Bush, il più importante, ha portato al voto di ieri in Iraq: la politica del cambio di regime (regime change), il sostegno allo sviluppo della libertà e della democrazia e la fine del mantemimento dello status quo. Harry Truman, l’uomo che convinse gli americani a sborsare i soldi per esportare la democrazia in Europa e in Giappone, diceva che “il mondo non è statico e lo status quo non è sacro”. Secondo Bush e Blair, dopo l’11 settembre lo status quo del medio oriente non era più stabile né difendibile né giustificabile. Se gli alleati non saranno d’accordo, si leggeva nel documento presentato da Bush, l’America agirà unilateralmente, con l’aiuto di chi ci starà, perché la sicurezza degli Stati Uniti è più importante delle alleanze e delle istituzioni multilaterali. Lo stesso principio espresso all’Onu, nel 1994, da Madeleine Albright, segretario di Stato di Bill Clinton: “Agiremo multilateralmente quando possiamo, unilateralmente quando dobbiamo”.
La politica degli Stati Uniti, ha ripetuto Bush, è quella “di cercare e di ottenere la crescita di movimenti e di istituzioni democratiche in ogni nazione e in ogni cultura, con l’obiettivo di porre fine alla tirannia nel nostro mondo”. In Afghanistan e in Iraq l’obiettivo è stato raggiunto, nonostante la strada per il mantenimento del nuovo status quo democratico sia ancora lunga e violenta. In un tempo inferiore a quello impiegato dall’Italia tra il 25 aprile 1945 e il 18 aprile 1948, quei due paesi sono stati liberati, si sono dotati di una Costituzione e hanno cominciato il cammino verso la democrazia. Un terzo, la Libia, ha consegnato volontariamente le armi chimiche, rinunciando ai suoi programmi atomici. La Siria è stata costretta a ritirare le truppe dal Libano, i palestinesi amministrano Gaza e, per la prima volta, possono sperare in un futuro autonomo e democratico.

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