Camillo di Christian RoccaBarbara Spinelli, la nostra neocon preferita

I commenti di Barbara Spinelli sono tra i migliori pubblicati dai giornali italiani ed è per questo che il Foglio li prende in così grande considerazione. L’editorialista della Stampa ci piace perché non le manda a dire, non si rifugia in ipocriti equilibrismi quando vuole comunicare qualcosa e certamente Barbara Spinelli qualcosa da comunicare ce l’ha. Le sue opinioni sulla guerra al terrorismo e sulla strategia angloamericana per abbattere le dittature, promuovere la libertà e rimuovere gli ostacoli alla democrazia nel mondo arabo e islamico sono opposte a quelle che solitamente si leggono su queste colonne, ma non meno interessanti. Anzi.
Due settimane fa, agli editorialisti italiani che si erano mostrati scettici sulla possibilità che il piano mediorientale di Bush potesse funzionare, il Foglio aveva chiesto di rivedere le proprie analisi alla luce del risultato elettorale in Iraq. Alla provocazione fogliesca ha risposto soltanto Barbara Spinelli, che ringraziamo, con un lungo articolo pubblicato domenica scorsa sulla Stampa. L’editorialista ha ripercorso quanto successo in Medio Oriente e ha concluso che non c’è alcun segno di democrazia. Piuttosto, secondo la Spinelli, c’è un arretramento della democrazia in America. La giornalista ha sorvolato sulla caduta di due dittature, sminuito l’ondata democratizzatrice che d’improvviso ha rinvigorito i liberali del Medio Oriente e non ha tenuto conto dell’ultimo rapporto di Freedom House che ha fotografato la marcia delle libertà politiche soprattutto nel mondo arabo e islamico proprio grazie alle nuove politiche volte al cambio di regime e alla liberazione dei popoli mediorientali dai tiranni.
Ma per Spinelli è successo l’opposto: “L’Amministrazione Bush uno a uno ha abolito” un bel po’ di diritti fondamentali americani: “Il divieto di tortura, divieto di uccidere, torturare, umiliare i prigionieri di guerra, divieto di controllare le esistenze private dei cittadini con la scusa di garantirne la sicurezza, divieto di abolire quel che a ciascun uomo (amico o nemico) è dovuto da secoli: l’habeas corpus”. Una serie di violazioni “impressionanti” che Spinelli avrebbe appreso dal sito contropagina.com.
Quello che segue è un doveroso omaggio all’editorialista Spinelli che piace al Foglio. E’ una Spinelli vintage, annata 1999, dei tempi del Kosovo. Il sito contropagina.com non era ancora online e i nuovi neoconservatori non avevano varcato l’oceano, anche perché almeno in Italia non ce n’era bisogno. C’era già la Spinelli, come leggerete una via di mezzo tra Robert Kagan e Paul Wolfowitz, a sostenere le ragioni di interventi militari preventivi, geopolitici e senza l’Onu per fermare una dittatura ai confini dell’Europa.
Il 25 aprile 1999, sulla Stampa, Barbara Spinelli scriveva che i “pacifisti di sinistra e neutralisti conservatori accusano la Nato e l’America di condurre una guerra solamente etica, dettata da convinzioni astratte, idealistica. Ma il vero idealismo sconnesso dalla realtà e dalla responsabilità non è in chi ha deciso finalmente di arrestare le guerre razziali di Milosevic e Seselj. E’ annidato nelle uscite di Dini contro l’America gendarme del mondo: quest’America che continuiamo a invocare perché ci dia una mano, e che poi critichiamo per come si impegna. L’idealismo senza responsabilità è annidato in una sinistra che continua a esser patologicamente attratta da Serbia e Russia, e corre a Belgrado o a Mosca per corteggiare comunisti riconvertiti al nazismo”.
La Spinelli sosteneva, come il teorico neoconservatore Robert Kagan qualche anno dopo, che l’Europa vivesse nel mondo delle nuvole e non fosse capace di “pagare prezzi per la propria sicurezza”. L’editorialista della Stampa credeva (24 gennaio) che “le guerre di oggi tendono quasi tutte a essere guerre terroriste contro i civili (molto più del primo e secondo conflitto mondiale) e dunque al dilemma non si sfugge: o l’Europa si assume il compito di pacificare le proprie aree di interesse vitale – a Est e Sud Est, a Sud nell’Algeria insanguinata dall’integralismo islamico – o sarà continuamente e necessariamente sommersa da fuggitivi e da migranti per metà economici, per metà politici. O i capi dell’Unione cominciano a pensare simultaneamente la natura delle guerre presenti e future, la natura degli esodi presenti e futuri, la natura dei nuovi nemici d’Occidente – e su questo pensare edificano una comune politica estera, una comune strategia verso profughi e migranti – o le loro democrazie vacilleranno”. E “di profughi e migranti – si lamentava la Spinelli – si occupano i ministri degli interni, e troppo poco i ministri degli Esteri, della Difesa”.
L’accusa all’Europa inadempiente rispetto ai crimini commessi da un dittatore alle sue porte era spietata: “Oggi è l’Italia che si trova sola, con un fardello assai più leggero ma che inquieta i cittadini. E’ sola e il resto dell’Unione guarda, come se non esistesse per tutti gli Stati membri un’urgenza di pensare, di agire, di assistere economicamente i democratici, nelle zone conflittuali. Naturalmente si può sempre aspettare Washington: come in Bosnia, Medio Oriente, Iraq. Ma in Kosovo l’America è senza idee, e le idee che ha sono rischiose. L’uso esclusivo dell’aviazione, la paura di scendere dal rifugio dei cieli e di avventurarsi in costose missioni terrestri, non avranno necessariamente gli effetti calmanti che ebbero in Bosnia”.
Questo delle truppe di terra era il Leitmotiv dei lunghi scritti della Spinelli, convinta che i soli bombardamenti non sarebbero stati sufficienti a destituire il dittatore. L’editorialista criticava aspramente l’Europa e l’America per non essere intervenuti prima, di non averlo fatto attraverso gli aiuti e il sostegno all’opposizione democratica del Kosovo.
La seconda accusa, una volta che si sono decisi a intervenire, era di averlo fatto con i guanti bianchi, di non essere stati disposti a morire pur di affermare un principio e di pacificare il continente. Secondo la Spinelli era colpa della sinistra post sessantottina al potere a Washington come nelle capitali europee, troppo incline all’antiamericanismo di gioventù, succube dei propri alleati filo comunisti e incapace di dare un senso tragico alle proprie decisioni. Ma a un certo punto, per fortuna, Clinton si è svegliato (25 marzo): “Si accampa il ’38-’39, ed ecco Clinton che rammenta il colpevole ritardo dell’intervento americano nel combattimento contro Hitler, e la lungimiranza di Churchill che volle ostinatamente resistere alla minaccia nazista, per molto tempo cocciuto cavaliere solitario in un mare di rinunce, di ritardanti finezze diplomatiche, di pavidi collassi dell’intelletto. Tutte queste immagini riemergono, perché in cuor loro gli europei lo sanno, anche quando i politici tacciono: questa non è una guerra simile agli altri interventi degli Occidentali dopo la caduta del muro di Berlino. Qui non è neppure il conflitto del Golfo contro il finto potente Saddam. Qui l’Occidente si mobilita contro la nazione serba, direttamente e non più colpendo sicari di Milosevic in Bosnia e Croazia: due Paesi, questi ultimi, che non possono esser equiparati al Kosovo e che avevano sovranamente invocato l’aiuto bellico dell’Alleanza atlantica”.
Quasi uno scontro di civiltà, quello invocato da Spinelli. Tanto più che l’editorialista della Stampa invitava l’opinione pubblica a non credere alle mitologie e al ruolo del Kosovo nella memoria storica e psicologica della Serbia. Quando c’è da intervenire, bisogna farlo e basta: “Inavvertitamente tendiamo a divenire prigionieri delle memorie serbe, se continuiamo a imitare il loro politicizzato rosario sacro di date dannate o gloriose. Questa lunga prigionia nelle apocalissi serbe spiega l’esiziale ritardo, con cui gli Occidentali hanno capito la Slovenia e Croazia, poi la Bosnia e adesso l’epurazione etnica in Kosovo. Eppure non sarebbe stato tanto difficile comprendere, sin da quando cadde il Muro nell’89. Non sarebbe così confusa l’idea che ci si fa oggi del Kosovo, e dei pericoli della guerra Nato. Bastava mettersi più attentamente in ascolto di quel che dicono gli ex dissidenti anticomunisti; o gli intellettuali, i cineasti, i romanzieri che hanno forgiato il pensiero epico della guerra nella nomenclatura serba. Qualsiasi dirigente dell’area postcomunista sa perfettamente la natura della minaccia, e la sua ubicazione. Lo dice da anni Havel, lo ha rammentato ieri alla radio francese il Presidente dell’Estonia. Per costoro è assolutamente ovvio, quel che accade in Kosovo: in Serbia regna l’ultimo segretario generale del comunismo europeo, e lì il Muro non cade pacificamente ma occorre farlo cadere sfoderando le armi, perché Milosevic pur di non perdere il potere ha dato vita a un ibrido efficace, postcomunista-neonazista, come il suo emulo e alleato Lukashenko in Bielorussia. Per gli europei orientali Milosevic non è Hitler, non vuol conquistare l’Europa, ma può divenire un modello per futuri dittatori rosso-bruni, a cominciare dalla potenza atomica che è la Russia”.
La guerra era geopolitica, avvertiva la Spinelli, non solo umanitaria. E via una serie di improperi contro la Realpolitik invocata oggi sull’Iraq e contro i “cliché” del diritto internazionale violato da una guerra contro uno Stato sovrano. Il 28 marzo del 1999, la Spinelli individuava in “Kissinger, Brzezinski, Andreotti” coloro che, come accadrà alcuni anni dopo sull’Iraq, “tenevano i piedi radicati nel dizionario neo-seicentesco degli interessi concreti”. Personalità politiche che, nel gergo della Spinelli, “non indulgevano a passioni giudicate astratte, o come avrebbe detto Eraclito: umide”.
Ed ecco, dunque, che “forse è questo il motivo che spinge molti politici di ieri – Kissinger in prima linea ma anche uomini come Andreotti, Brzezinski – a considerare troppo rischioso, avventato, un intervento Nato in Kosovo: soprattutto un intervento di truppe di terra, come ha obiettato Kissinger. Per costoro le regole della convivenza internazionale non sono sostanzialmente mutate dopo l’89, e grande è la nostalgia dei Muri perduti e del perduto condominio russo-americano. Per Kissinger è probabilmente un’eresia, la volontà di intervenire per valori da lui giudicati astratti come l’umanitario, il dovere d’ingerenza o di assistenza a popoli in pericolo. L’ex ministro degli Esteri di Nixon lavora con concetti diplomatici classici, appresi nelle guerre mondiali, verificati sui testi di Metternich: concetti come il ‘concerto delle nazioni’, il rispetto delle sovranità statuali, i soggetti giudici che sono le nazioni dentro la costellazione Onu. Paradossalmente questo forte atteggiamento conservatore è condiviso, a sinistra, da politici come Ingrao o Cossutta che pure propugnarono per tanto tempo le ingerenze dell’internazionalismo sovietico. (…) Molte cose sembrano loro estranee, e appunto astratte: il diritto umanitario internazionale discusso all’Onu nei primi anni Novanta, il diritto d’ingerenza umanitaria che per la prima volta la Nato si è arrogata contro uno Stato sovrano, e in parallelo anche la passione proserba e slavofila di Mosca, così contraria agli interessi concreti della Russia”. Lette oggi queste parole sembrano un trattato di politica estera neocon.
Nasceva dunque l’idea dell’ingerenza umanitaria, un’idea che “ha acquisito carattere di estrema urgenza, ed è sulla scia di organizzazioni non governative – in particolare i French Doctors – che si è cominciato a parlare di interventi umanitari, intesi a proteggere non già uno Stato ma la persona umana in quanto tale”. E per la Spinelli non era soltanto un diritto, ma anche un dovere: “Questo significa che progressivamente, l’etica umanitaria tende a divenire un diritto-dovere giuridico e un interesse concreto di stabilità, soprattutto nella sempiterna polveriera d’Europa che sono i Balcani. Molto lentamente, comincia a farsi strada l’idea di un diritto internazionale: che limiti le assolute sovranità, che superi le angustie di un’organizzazione – le Nazioni Unite – non solo paralizzata da veti russi e cinesi ma profondamente incanutita per la preferenza data agli Stati piuttosto che agli individui”. Certo oggi è difficile sostenere che il medio oriente sia meno “polveriera” dei Balcani o che le Nazioni Unite dell’Oil for Food siano state efficaci contro Saddam o che nell’Iraq del rais ci siano state meno emergenze umanitarie, meno stragi, meno guerre, meno torture, meno morti, meno deportazioni che nei Balcani.
Il 4 aprile 1999, Spinelli bacchettava così la Chiesa e i pacifisti che non volevano un intervento in Kosovo: “E’ proprio vero quel che scriveva Simone Weil nell’aprile ’39, poco prima della Seconda guerra mondiale: ci sono, nella vita dei popoli, momenti tragici in cui le intelligenze rischiano di paralizzarsi, e di preferire il disastro della pace ai dolori della guerra. E’ così grande il fatalistico stupore, e così vasto lo stregamento suscitato dai despoti avversari, che perfino la comprensione degli eventi non è più di aiuto. Si comprendono i pericoli, ma si dà per scontata la propria impotenza a fronteggiarli. Si comprendono le mutanti figure del Male, ma il pensiero raziocinante resta come indietro: incespicante, affaticato nella rincorsa dei fatti, smarrito nei meandri quasi sempre stanchi, pigri, di sorpassate cogitazioni diplomatiche. Si ha appetito di grandi virtù pacifiche, affratellanti, e si dimentica che ‘la virtù pur essendo di per sé una cosa atemporale, deve pur sempre esser esercitata nel corso del tempo, della storia’. Così molti europei impauriti dai bombardamenti Nato contro le forze militari serbe e gli edifici governativi a Belgrado, e dall’intenzione alleata di inviare infine truppe terrestri in Kosovo: di fronte a sé, i paralizzati mentali vedono sfilare immani cortei di kosovari derubati di case, di terre, di averi, e capiscono il male che è stato loro inferto, e conoscono la mano serba che li ha cacciati”. Spinelli definiva “paralizzati mentali” gli appartenenti all’incespicante intellighenzia europea che non capiva dov’era il “Male” e non si impegnava a invadere con le truppe di terra la Serbia del dittatore Milosevic. Non era soltanto giusto o conveniente. No, per la Spinelli, era “eticamente necessario intervenire militarmente in Kosovo”, era “eticamente necessario passare a una guerra condotta sul terreno, visto che l’aviazione è insufficiente a frenare un dittatore come Milosevic. E’ infine necessario che l’Europa crei in questa regione un proprio protettorato”.
In assenza di un Europa che, come dirà anni più tardi Kagan, vive su Venere c’era l’America di Marte: “E’ per forza di cose Clinton a divenire l’Asburgo pacificatore dei Balcani. Ed è una fortuna che ci sia di nuovo l’America, a battagliare contro i nostri mostri”. L’America è accusata, di “deficienze gravi”, intanto perché “la cultura statunitense non ha nel sangue le guerre di religione, e i vaccini laici escogitati per liberarsene”, ma soprattutto perché “le sue stesse mosse militari sacralizzano la guerra a zero morti; perché l’unico obiettivo sembra essere il ritorno dei piloti incolumi” e “perché Washington preferisce rifugiarsi nei cieli piuttosto che sporcarsi le mani di terra e di sangue”.
La Spinelli proponeva di “contrastare queste deficienze” con “un’alternativa egualmente forte, un’alternativa egualmente imperiale, capace di esercitare efficaci protettorati in zone turbolente”. Alle democrazie, scriveva la Spinelli il 18 aprile 1999, “manca l’ideologia definitiva, finalistica, che permette di cominciare le guerre senza soffermarsi infinitamente sui mezzi, sui costi umani, sul consenso delle popolazioni”. Fare la guerra col freno a mano tirato, significa perderla, spiegava la Spinelli: “Poco prima dei bombardamenti Nato, il capo serbo disse al ministro degli Esteri Joschka Fischer: ‘Io sono pronto a camminare sui cadaveri, mentre l’Occidente no. Ecco perché alla fine vincerò’”. Un proclama, invero, molto simile a quello celeberrimo di Al Qaida, secondo cui i terroristi di Allah amano la morte, più di quanto noi occidentali amiamo la vita.
Milosevic però non ha vinto, nonostante l’Occidente – secondo la Spinelli del 25 aprile ’99 – fosse impegnato a spaccare il capello in quattro: “Lo si è visto nei giorni scorsi quando la Nato ha bombardato la sede della Tv serba. Tutte le corporazioni giornalistiche in Europa si sono indignate, quasi avessero completamente dimenticato il mestiere bellicoso di propaganda nei regimi totalitari, e l’uso militare che i despoti ne fanno”. Secondo l’editorialista della Stampa, “le democrazie tendono a compiere regolarmente” sempre lo stesso errore “di fronte alle dittature o agli integralismi, e non è semplice sottovalutazione dell’avversario. E’ pregiudizio positivo. E’ svista, e auto-obnubilamento”. I dittatori, scriveva la Spinelli, vengono guardati come politici dotati “di una razionalità paragonabile a quella delle democrazie” e Milosevic “continua a esser visto come un politico che ha cura del consenso popolare, come ne hanno cura i democratici. Che preferisce la condizione di pace, alla costosa guerra. Che non compie esplicitamente azioni masochiste, tali da distruggere alla lunga se stesso e le basi del proprio potere”. Ma non è così. Con i dittatori non si tratta, sosteneva una Spinelli bushiana d’antan: “Con questo avversario gli occidentali hanno negoziato più volte. (…) Ma non avevano studiato chi avevano di fronte, la natura della sua forza, le sue eventuali debolezze. (…) Milosevic ha studiato l’Occidente con cura ben più metodica di come noi abbiamo studiato lui. Egli sa che le democrazie non aggrediscono deliberatamente i civili, per principio, e ne profitta per vincere la battaglia – essenziale – della propaganda. La maggior parte dei serbi d’altronde conosce l’idea democratica delle guerre: se Clinton fosse Hitler, non organizzerebbero meeting di sfida quotidiana a Belgrado, con bersagli dipinti su nastri e magliette. Solo le democrazie occidentali son lente a capire, a studiare la lunga storia che ha potuto secernere queste speciali imbecillità e guerre razziali, nel cuore d’Europa. Forse capirebbero meglio, se non avessero la memoria tanto emiplegica: se non si limitassero a ricordare Auschwitz, che non è precisamente quel che accade adesso in Kosovo. Se avessero in mente anche i crimini contro l’umanità compiuti dal comunismo, e avessero cominciato a fare i conti con questa seconda memoria del secolo: mai guardata in faccia, mai fonte di rimorsi, vergogna. Forse intuirebbero meglio quel che accade, se pensassero i due totalitarismi con analoga intensità”.
Il 25 aprile 1999 la giornalista della Stampa ribadiva “una grande differenza” tra l’Europa e Washington: “Molto presto Clinton dovette ricredersi, di fronte alle nuove minacce mondiali, mentre gli europei hanno continuato a sognare un mondo ormai unicamente proteso al benessere del mercato, della mondializzazione post-nazionale. Questa è la cruda realtà, con cui si trovano a fare i conti i Figli del Sessantotto: il XX secolo sta per concludersi, e ancora una volta sono gli americani a fare lo sporco lavoro di riportare ordine e civiltà in Europa. Sono ancora loro a combattere le nostre battaglie, e a dover terminare – nel 1999 – il lavoro antitotalitario intrapreso con l’Inghilterra nel ’45”.
Ma quando alcuni leader europei di sinistra si decisero a fermare militarmente il dittatore, lo fecero quasi con imbarazzo e subito attenti a definire “umanitaria”, “etica” e “giusta” una guerra che invece secondo la Spinelli era soltanto necessaria e tardiva: “Il richiamo esclusivo all’etica può rivelarsi una trappola micidiale, e non solo perché ogni guerra ha necessariamente lati sanguinosi, grossolanità sporche se non immorali. L’etica può divenire una trappola temibile perché sotto il suo manto svaniscono le motivazioni geostrategiche e i precisi interessi, che l’Unione europea difende tramite la propria azione militare accanto agli americani. E’ nell’interesse dell’Unione europeizzare i Balcani e dunque democratizzarli, come ha detto lo scrittore albanese Ismail Kadarè: evitando in tal modo che altri dittatori post-comunisti imitino il modello Milosevic”.
La guerra del Kosovo era geopolitica, per ridisegnare i confini dell’Europa ed esportatrice della democrazia, ammetteva la stessa Spinelli nel suo editoriale del 9 maggio 2005: “Si tratta di riportare ordine nei Balcani e di far capire che solo una democratizzazione dei singoli stati e staterelli può permetter loro di entrare in Europa, e un giorno nell’Unione. E’ questo il senso dei Piani Marshall per i Balcani, che evocano l’europeizzazione- democratizzazione della Germania o dell’Italia dopo il ’45. (…) La stabilità pacifica della Jugoslavia è essenziale per motivi morali e anche per nostri interessi materiali: perché è urgente che regni un ordine senza aggressioni al fianco Sud-Est”. Quella guerra, secondo la Spinelli, aveva cambiato il mondo delle relazioni internazionali “poiché fu Clinton stesso a dire che il Kosovo non sarebbe stato un caso isolato, che avrebbe fondato condotte assolutamente nuove di politica estera. Fu Clinton a suscitare in Africa come in Asia, in Tibet come a Taiwan o a Timor Est quest’atmosfera di promessa, di speranza, di debito”. Eppure, denunciava la Spinelli il 12 settembre 1999, “sono ormai molti giorni che l’Amministrazione americana e non poche diplomazie europee ripetono, con voce flebile eppur ossessiva, la stessa identica frase: «Timor Est non è il Kosovo». Le due situazioni non sono comparabili – così lasciano intendere – e dunque anche le responsabilità sono diverse”. E invece no, sosteneva Spinelli, “perché l’intervento anti-serbo ha creato un precedente giuridico che suscita non pochi imbarazzi, sia legali sia politici. Perché la guerra contro Milosevic ha ingenerato un’aspettativa immane nei popoli che aspirano alla libertà o all’indipendenza, e non è stata vissuta come una peripezia fortuita ma come una promessa di innovazione radicale: promessa di un diritto internazionale che limiti drasticamente le sovranità degli Stati-nazione; promessa di interventi congiunti delle democrazie quando un despota viola i diritti della persona e perseguita i concittadini in nome di differenze etniche o religiose, nascondendosi dietro l’intangibilità delle frontiere”.
Infine la ricostruzione, la pace dopo la guerra. La Spinelli di oggi dice che in Iraq è fallita, la Spinelli del 16 aprile 1999 diceva che “non sarà cosa semplice, ricostruire la pace dopo dieci anni di aggressioni panserbe perpetrate da Belgrado, dopo otto anni di guerre razziali condotte dalle truppe di Milosevic, e dopo undici settimane di bombardamenti Nato sul territorio della Repubblica jugoslava. Si tratta per la popolazione serba di guardare in faccia la disfatta che ha subito, e di fecondarla senza risentimenti e rancori, come seppe fare la Germania dopo il ’45”. Allora la Spinelli invocava, come Bush per l’Iraq 2003, un nuovo Piano Marshall per costruire una nuova Europa democratica. E scriveva: “Il segretario di Stato, generale Marshall, fu molto chiaro: vincolò gli aiuti alla democratizzazione radicale del continente, pose come condizione la cooperazione tra ex belligeranti e la nascita degli Stati Uniti d’Europa, annunciò ‘l’opposizione americana a governi, partiti, gruppi, che cercano di perpetuare la miseria umana con l’obiettivo di profittarne politicamente o in altro modo’. (…) Il Piano aiutò l’Europa, perché fu esigente. Ebbe come premessa scelte nette, allora indispensabili: la rottura delle unità resistenziali, l’uscita dei comunisti dai governi europei occidentali, l’opzione per la democrazia, contro i totalitarismi”. E all’Europa, la Spinelli consigliava di prendere esempio dall’America e di impegnarsi a sua volta nella democratizzazione dei Balcani, perché “un’Europa non cinica aiuta le regioni colpite dalle guerre, ma chiede in cambio democratizzazione e senso liberale del limite. Aiuta le nazioni, capisce i baratri di divisione, e suscita unità regionali pur ricordando sempre chi è stato il primo aggressore: come fece appunto Marshall”. Appunto.
Che cosa sia cambiato tra il 1999 e il 2003, a parte l’11 settembre 2001 e il colore dei governi di Washington e di Roma, non è dato sapere.

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