Camillo di Christian RoccaBush chiede soldi per la guerra e la pace (e per i tagli fiscali)

Milano. Con un librone beige e verde più voluminoso di un elenco del telefono di una grande città, George W. Bush ha chiesto al Congresso di Washington la bazzecola di 2.770 miliardi di dollari per il bilancio annuale del 2007 che comincia il prossimo primo ottobre. Il totale farà aumentare la spesa pubblica federale del 2,3 per cento rispetto al budget 2006 e non comprende le spese per le guerre in Afghanistan e in Iraq né per la ricostruzione di New Orleans, rispettivamente ulteriori 120 miliardi e altri 18 miliardi di dollari.
Il succo del piano economico di Bush è questo: più soldi al Pentagono (da 411 a 481 miliardi di dollari, + 6,9 per cento rispetto all’anno scorso), alla Sicurezza nazionale (+3,3 per cento) ma anche alla diplomazia (35 miliardi di dollari per Condi Rice, + 13,1 per cento). A questi soldi, necessari per la sua nota politica estera e di sicurezza, Bush ha aggiunto fondi per la ricerca sulle energie alternative al petrolio (+ 22 per cento) e poi tagli per 65 miliardi in cinque anni ai programmi federali (agricoltura, istruzione, trasporti) che non riguardano i diritti primari come le pensioni e l’assistenza sanitaria. Infine la cancellazione o un forte ridimensionamento di 141 programmi federali.
La crescita della spesa federale Medicare, ampliata a dismisura da Bush con la prescrizione gratuita delle medicine agli anziani, sarà tagliata di 36 miliardi. Bush ha inoltre chiesto che i tagli fiscali in scadenza nel 2010 diventino permanenti. La riduzione delle tasse, secondo l’Amministrazione, è alla base del buon andamento dell’economia degli ultimi anni (media del 3,2 per cento dal 2000 a oggi) e dell’incredibile risultato nell’occupazione: a gennaio altri 193 mila nuovi posti di lavoro, per un totale di due milioni di nuovi impieghi soltanto nel 2005, per un tasso di disoccupazione al 4,7 per cento, il più basso dal 2001.
Questa enorme spesa pubblica, accompagnata dall’ingente taglio delle tasse, ha portato il bilancio federale a un deficit alto in termini assoluti, anche se in proporzione al Pil resta inferiore a quello dei tempi di Ronald Reagan. L’ufficio del budget della Casa Bianca ha annunciato che il deficit 2006 sarà di 423 miliardi di dollari, mentre secondo le proiezioni dovrebbe scendere a 354 miliardi nel 2007 fino a dimezzarsi nel 2010 (183 miliardi).
Il piano economico di Bush non piace all’opposizione democratica per i tagli fiscali giudicati un regalo per i ricchissimi, ma non piace soprattutto ai grandi centri studi conservatori per l’eccessiva presenza dello stato federale nella vita pubblica. Governare col deficit è stata la linea guida dell’Amministrazione Bush in questi anni, ben più di quanto abbia fatto Reagan che tra le altre cose è noto per aver detto che il deficit è abbastanza grande da poter badare a se stesso. Ma negli ultimi anni di presidenza, Reagan ha alzato le tasse e ridotto il peso del governo per far quadrare i conti. Bush, al contrario, non ha mai posto il veto su nessun provvedimento di spesa varato dal Congresso. Questa cosa non piace all’establishment repubblicano.
Ogni giorno compaiono articoli, saggi e libri di autori conservatori che criticano aspramente il presidente, anzi lo accusano di aver tradito uno dei punti centrali della politica economica repubblicana: tagliare la presenza dello stato federale. Gli iper liberisti del Cato Institute ricordano che Bush è il presidente che ha ampliato l’intervento dello stato più di ogni altro suo predecessore, più ancora di Lyndon B. Johnson che creò la “Great society”.
Secondo Fred Barnes, fresco autore della biografia di Bush intitolata “Rebel in Chief”, i conservatori tradizionali sbagliano a considerare Bush come un liberal, come uno spendaccione di sinistra: Bush usa un metodo di sinistra, cioè la spesa federale, per far avanzare le politiche che gli stanno a cuore, che restano conservatrici.

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