Camillo di Christian RoccaContro i neocon

Milano. Francis Fukuyama ha pubblicato “America at Crossroads”, una lunga, meditata e contraddittoria critica al neoconservatorismo scritta da un ex membro del movimento. Fukuyama è noto per aver predetto sedici anni fa “la fine della Storia” e quindi la vittoria della modernizzazione e della democrazia liberale. E’ stato allievo di Allan Bloom, collega di Bill Kristol, stagista e poi collaboratore di Paul Wolfowitz. Per anni si è ritrovato a pieno nella definizione di “neocon”, ora non più. E’ stato l’intervento in Iraq a fargli cambiare idea. Secondo Fukuyama è stata una guerra non necessaria e dannosa, tanto che alle scorse elezioni ha votato per John Kerry. Eppure in passato Fukuyama è stato favorevole all’intervento per cambiare il regime di Saddam, come dimostra la sua firma alla famosa lettera datata 1998 del Project for a New American Century che chiedeva a Bill Clinton di rimuovere la dittatura baathista. Nei mesi scorsi ha animato una virulenta discussione (pubblicata sul Foglio) con un altro neocon, Charles Krauthammer, a proposito della politica estera americana, culminata nella sua rumorosa uscita dalla rivista The National Interest e nella fondazione, a fine 2005, delquadrimestrale The American Interest.
Fukuyama oggi sostiene che difficilmente la storia giudicherà positivamente l’intervento in Iraq e le idee che lo hanno animato. Invadendo l’Iraq, spiega Fukuyama nel suo libro anticipato sul magazine del New York Times, Bush è riuscito a creare una profezia che si è autoavverata: ora l’Iraq è diventato davvero un magnete per i terroristi islamici, i quali si trovano davanti parecchi obiettivi americani a cui sparare. Gli Stati Uniti hanno ancora qualche possibilità di creare un Iraq democratico, ma il saggista non crede che l’esito giustifichi il sangue sparso e il denaro impiegato. Fukuyama contesta l’idea di diffondere la democrazia in giro per il mondo e segnala come gli errori di programmazione di Bush abbiano provocato parecchi danni e siano dovuti a incompetenza, a eccessivo ottimismo e a incapacità di capire come il mondo avrebbe reagito a questa “egemonia benigna” che l’America si apprestava a esercitare. Ora il pericolo, secondo Fukuyama, è che l’America si ritragga, torni isolazionista. Circostanza che per Fukuyama sarebbe una guaio, anzi una “enorme tragedia”, perché “il potere e l’influenza americana sono stati fondamentali per il mantenimento dell’ordine democratico nel mondo”.
Qui c’è un’altra delle tante contraddizioni del libro di Fukuyama: dopo aver scritto che “promuovere la democrazia e la modernizzazzione in medio oriente non è una soluzione al problema del jihadismo terrorista”, spiega che “il problema del programma dei neoconservatori non risiede nei suoi obiettivi, che sono americani quanto è americana la torta di mele, piuttosto negli sproporzionati mezzi militari con cui hanno cercato di raggiungerli”. Fukuyama, infatti, aggiunge che “ciò che la politica estera americana necessita non è un ritorno a un cinico realismo, piuttosto la formulazione di un wilsonianismo realistico che faccia meglio coincidere mezzi e fini”. Propone di rafforzare le istituzioni che promuovono la democrazia, come la National Endowment for Democracy, ma dimentica che la Ned è l’istituto creato dai neocon negli anni di Reagan.

La minaccia islamica è sovrastimata?
L’autore di “America at Crossroads” ricorda come i neoconservatori delle origini fossero diffidenti di ogni ipotesi di ingegneria sociale, cioè ad adottare grandiosi progetti per combattere la povertà, eliminare le differenze e ridurre il crimine, perché ben consapevoli che queste iniziative spesso producono conseguenze indesiderate. Com’è possibile, dunque, che una tradizione politica così attenta a spiegare che la società non può essere manipolata a tavolino sia finita a propagandare l’idea che la democrazia in medio oriente avrebbe sconfitto il terrorismo? La risposta la dà lo stesso Fukuyama: Ronald Reagan. I realisti e i liberal di allora prendevano in giro il presidente che parlava di Impero del male. Sostenevano che una politica aggressiva con i sovietici avrebbe portato al disastro. Sappiamo chi ebbe ragione.
Fukuyama conclude scrivendo che “abbiamo bisogno di nuove idee, né neocon né realiste, idee che mantengano la fede neocon nell’universalità dei diritti umani, ma senza l’illusione dell’efficacia del potere e dell’egemonia americana per raggiungere questi obiettivi”. Quali siano queste idee, non si sa. Ma alla base del suo ragionamento c’è una frase che spiega tutto: Fukuyama considera “sovrastimata la minaccia islamica”.

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