Camillo di Christian RoccaLa Corte Suprema e l'aborto tardivo

Milano. La Corte suprema americana ha deciso che si occuperà di aborto, non del diritto assoluto a interrompere la gravidanza stabilito dalla sentenza Roe contro Wade del 1973, ma del recentissimo divieto di abortire dopo la ventesima settimana di gravidanza, cioè dal sesto mese in poi. Si tratta dell’unica limitazione esistente nella legislazione federale, decisa dal Congresso nel 2003 con il Partial Birth Abortion Ban, il divieto di abortire con il metodo della nascita parziale o aborto tardivo. Questa legge impedisce ciò che in Italia è già vietato dalla legge 194, cioè di interrompere la gravidanza nelle ultimissime settimane con la tecnica dell’aspirazione del cervello del bambino partorito soltanto a metà, sennò sarebbe omicidio. Il medico afferra con una pinza i piedi del feto e porta fuori dall’utero prima le gambe poi il corpo, tranne la testa. A quel punto esegue un’incisione alla base del cranio per aspirare il cervello, poi completa il parto. Non si conosce il numero di aborti di questo tipo in America. C’è chi dice siano centinaia l’anno, chi migliaia, su un totale di un milione e trecentomila interruzioni di gravidanza ogni 12 mesi.
Il divieto di aborto tardivo è stato approvato nel 2003 da una larga maggioranza, 64 senatori favorevoli contro 33 contrari, più tre astenuti (i democratici John Kerry, John Edwards e Joe Biden). Ma da allora la legge non è mai stata applicata, perché almeno sei Corti federali in tre diversi stati dell’Unione l’hanno giudicata incostituzionale sulla base di una sentenza della Corte suprema del 2000 che aveva cancellato un’analoga legge del Nebraska. Allora la Corte suprema si era espressa con 5 voti a favore dell’incostituzionalità della legge, e 4 contrari. I contrari erano l’allora presidente William Rehnquist, morto nel 2005, i due conservatori, Antonin Scalia e Clarence Thomas, e il giudice pro choice Anthony M. Kennedy. Tra i favorevoli il voto decisivo è stato quello di Sandra O’Connor, dimessasi pochi mesi fa e sostituita da Samuel Alito.
Il nuovo presidente, John Roberts, dovrebbe votare come Rehnquist, sebbene su questi temi sia considerato più moderato del giudice scomparso, mentre Samuel Alito probabilmente voterà diversamente dalla O’Connor, con il risultato di far diventare maggioranza i giudici favorevoli a vietare il partial birth, sempre che il filo abortista Kennedy mantenga la posizione del 2000. Alito, in verità, ha un precedente che fa sperare la lobby abortista. Negli scorsi anni, da giudice federale in New Jersey, ha giudicato incostituzionale una legge statale che vietava il partial birth, proprio sulla base della sentenza della Corte suprema del 2000. Ma in quel caso è stato obbligato a votare in così, perché i giudici federali hanno il dovere di applicare le sentenze della Corte suprema, mentre i nove giudici dell’alta Corte in teoria possono anche non tenere conto dei precedenti giurisprudenziali. La sentenza della Corte arriverà nel prossimo autunno, pochi giorni prima delle elezioni di metà mandato di novembre. I Democratici sperano in un buon risultato elettorale, se non tale da riprendere il controllo del Congresso almeno per limitare lo strapotere repubblicano. Questa sentenza sul partial birth potrebbe però complicare i piani, perché se i Repubblicani ne facessero argomento di campagna elettorale, costringendo i Democratici a una difesa automatica dell’aborto tardivo, potrebbero aver trovato la chiave per rilanciare il Grand Old Party oggi in difficoltà. L’ultimo sondaggio sul partial birth, citato dal Washington Post, svela infatti che il 75 per cento degli americani è favorevole al divieto, eccetto quando è a rischio la vita della donna. L’eccezione della “salute della donna” è il punto su cui la Corte dovrà decidere, perché la legge del 2003 non vi fa alcun riferimento, a fronte della dottrina Roe del 1973 che nei primi 5 mesi e mezzo di gravidanza prevede la facoltà di abortire “per qualsiasi ragione”, mentre riguardo agli ultimi tre lo consente quando si presentano non meglio specificate ragioni di “salute”.
Il diritto costituzionale all’aborto garantito dalla Roe contro Wade non pare in pericolo. Negli ultimi anni la maggioranza favorevole alla scelta della donna si è ampliata dentro alla Corte, dal 5 a 4 del 1973 al recente 6 a 3. Oggi è propabile che sia di nuovo di 5 a 4, senza dimenticare che, secondo il principio dello “stare decisis” e in mancanza di ragioni particolarmente importanti, la Corte suprema è tradizionalmente contraria a ribaltare le decisioni prese dai predecessori, specie nel caso di una sentenza, come questa, in vigore da 27 anni.

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