Camillo di Christian RoccaNon c'era e non c'è alternativa

Ieri è arrivato l’Independent, una specie di Unità inglese, a spiegarci l’ovvio e cioè che le guerre non sono passeggiate. Il caos iracheno lo dimostra, ma lo dimostrava anche il più virulento trentennio guerrafondaio di Saddam, privo com’era, peraltro, del percorso di pacificazione politica avviato a Baghdad e legittimato dal voto popolare. Il giornale londinese, pensando di fare chissà quale scoop, ha sbattuto in prima pagina quattro conservatori americani e uno inglese favorevoli alla guerra in Iraq, ma oggi più o meno pentiti. La scelta dei personaggi non è delle più felici: William Buckley e George Will sono sempre stati scettici dell’idea di esportare la democrazia. Andrew Sullivan confessa la sua ingenuità e denuncia gli errori di Bush, ma non nega le ragioni della guerra e non crede che sia stato sbagliato abbattere Saddam e promuovere la democrazia. Richard Perle è uno di quei neocon che fin dal primo giorno ha criticato la gestione del dopoguerra. I lettori del Foglio sanno molto bene che sono stati i neoconservatori a chiedere, da subito, le dimissioni di Rumsfeld, giudicato colpevole di aver inviato poche truppe e di aver condotto le operazioni postbelliche in modo non coerente con la dottrina democratizzatrice della Casa Bianca. (A chi si entusiasmerà per l’Independent è consigliabile piuttosto la lettura, nella rivista laburista Progress, del saggio sui “combattenti per la libertà” che hanno destituito Saddam, scritto dall’intellettuale di sinistra Oliver Kamm). L’unico dei cinque davvero pentito è Francis Fukuyama, sebbene nel suo libro espiatorio non abbia fornito un’alternativa alla cacciata manu militari di Saddam. Se davvero si vuole essere onesti sull’intera vicenda irachena, il punto è esattamente questo: qual era l’alternativa? Non è una domanda autoassolutoria di un giornale che ha sostenuto le ragioni dell’intervento. E’, alla lettera, il cruccio che anche un politico contrario alla guerra in Iraq come Piero Fassino si è posto al Congresso del suo partito. Qual era l’alternativa, al di là di slogan vuoti come ci vuole “una politica preventiva”? In Iraq c’era la guerra da ben prima che sbarcassero i marines. Dopo 13 anni di risoluzioni Onu, un lustro di sanzioni, i quotidiani scontri aerei sui cieli del Kurdistan e un paio di bombardamenti clintoniani, come si sarebbe potuto fermare, se non con le armi, un regime golpista e fascista, torturatore delle maggioranze etniche interne, sterminatore degli arabi delle paludi, invasore di due paesi confinanti, alleato con l’islam radicale, finanziatore del terrorismo musulmano, reo di aver aperto fosse comuni, massacrato col gas e sospettato di volersi dotare di armi di sterminio per conquistare il mondo arabo e distruggere Israele? Di nuovo: qual era l’alternativa, a parte girarsi dall’altra parte? Nonostante gli errori e malgrado le difficoltà, la strategia di diffusione della democrazia garantita dai carri armati è l’unica in campo. Come alternativa non c’era la pace, ma la guerra con i carri armati guidati da Saddam.

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