Camillo di Christian RoccaI quattro candidati ombra seduti sulla riva del fiume Potomac

Milano. Mancano oltre 600 giorni alle presidenziali americane del novembre 2008, ma in campo ci sono già i frontrunner, cioè i favoriti dei due partiti, gli outsider e i soliti candidati senza alcuna speranza di ottenere la nomination per la Casa Bianca. I giornali sono pieni di Hillary Clinton e di John McCain, di Barack Obama e di Rudy Giuliani, in testa a tutti i sondaggi, alla caccia delle migliori teste d’uovo di Washington e con le tasche già piene di milioni di dollari. Ma a questo giro, la novità è un’altra: ci sono anche i candidati ombra, quattro persone di altissimo profilo politico che stanno a guardare, che non partecipano formalmente alla gara, ma che aspettano di entrare in corsa nel caso uno dei big dovesse fare un passo falso e perdere ogni credibilità. Due di questi sono repubblicani, Jeb Bush e Newt Gingrich. Uno è democratico, Al Gore. L’ultimo è un repubblicano indipendente, ma anche un ex democratico, Mike Bloomberg.
La loro strategia potrebbe funzionare o meno, ma per varie ragioni personali e politiche al momento è l’unica a disposizione. Oggi ciascuno di loro sconta vari punti di debolezza nei confronti dei concorrenti più accreditati, ma se il vento politico dovesse cambiare o i favoriti incappassero in qualche guaio, i quattro candidati ombra potrebbero essere chiamati a gran voce dalla base per riscattare i rispettivi partiti da un disastro annunciato. La campagna presidenziale, plasmata anche dal recente voto di metà mandato, è partita in modo chiaro: i favoriti corrono tutti al centro e conducono una campagna moderata rispetto alla loro base. In un partito decisamente su posizioni pacifiste, Hillary si mostra falca sulle questioni di sicurezza nazionale e punta sull’esperienza politica sua e del marito. Obama scommette sull’eterno sogno kennedyano e si offre come paladino del progressismo religioso e compassionevole. Entrambi hanno problemi a sinistra, più Hillary di Obama in verità, ma al contrario di John Edwards sono convinti che la partita si vinca al centro.
I repubblicani sembrano messi peggio
I repubblicani sembrano messi peggio dei democratici, non solo per lo scarso gradimento popolare nei confronti di George W. Bush. Il punto è che i due favoriti non sono per niente amati dai conservatori, un fenomeno molto simile a quello con cui nel 2004 hanno dovuto convivere i democratici e John Kerry. McCain è un senatore indipendente, uno che fa sempre di testa sua, estraneo all’establishment e odiato dall’ala libertaria del movimento conservatore che lo accusa addirittura di aver limitato il diritto al free speech scrivendo la legge McCain-Feingold che pone limiti ai finanziamenti elettorali.
Rudy Giuliani ha altri problemi. Sui temi sociali come aborto, diritti dei gay e porto d’armi, è un liberal newyorchese lontano mille miglia dalla destra religiosa. Il dramma dei repubblicani è che gli altri candidati, quelli più tradizionalmente conservatori, sono sconosciuti, privi di esperienza internazionale o troppo estremisti per essere eletti. Ecco perché saranno costretti, turandosi il naso, a scegliere prevalentemente tra McCain e Giuliani.
Il caso repubblicano è aggravato dal fatto che sia McCain sia Giuliani sono teste calde, personaggi che agiscono d’istinto e capaci di colpi di scena imprevedibili. Su questo conta Newt Gingrich, ex capo della rivoluzione conservatrice che nel 1994 portò alla maggioranza repubblicana alla Camera per la prima volta in 40 anni. Oggi Gingrich gira il paese con il suo centro studi dedicato a fornire soluzioni innovative e rivoluzionarie nel settore del sistema sanitario. L’ex speaker apparentemente si occupa d’altro, ma la sua idea è di creare un’ondata di nuove proposte riformatrici capaci di cambiare la società americana. Gingrich ripete spesso che “McCain e Giuliani sono ottime persone”, ma sottolinea di non essere “nello stesso business” con i due candidati alla Casa Bianca: “Loro si candidano alla presidenza, io mi candido a cambiare il paese”. In realtà, Gingrich costruisce dal basso una base e un blocco elettorale, si ritaglia il ruolo di candidato restio-a-scendere-in-campo-ma-fondamentale-e-decisivo-per-i-tempi-in-cui-viviamo (definizione di Fortune) e aspetta che i front runner si facciano male a vicenda. A fine anno, pochi mesi prima delle primarie di gennaio 2008, Gingrich tirerà le somme. In una situazione simile si trova Jeb Bush, il più amato dai repubblicani. Governatore di successo nel fondamentale stato della Florida, sposato con un’ispanica, Jeb Bush sarebbe il candidato dei sogni se solo si chiamasse Jeb Smith. Per lui si parla di una possibile candidatura alla vicepresidenza, con McCain presidente. Jeb ha chiuso a gennaio il suo secondo mandato in Florida con un gradimento del 60 per cento e una reputazione di gran riformatore. E’ considerato capace di attirare voti di centro, malgrado sia un ideologo molto più conservatore del più centrista George W. Il problema non è soltanto la reputazione del presidente, è soprattutto il cognome Bush. La candidatura di Jeb sarebbe la terza di un Bush in pochi anni, un’ipotesi più monarchica che da Repubblica democratica, anche se mitigata dal fatto che l’avversario potrebbe essere un secondo Clinton.
Tra i democratici c’è Al Gore, fresco di candidatura all’Oscar per il suo documentario ambientalista e con un libro-manifesto politico in uscita tra poche settimane. Gore è pur sempre il candidato che nel 2000 prese più voti popolari di Bush, un ex centrista che nel corso degli anni è diventato il padre nobile, e arrabbiato, dell’opposizione a George W. Bush e alla guerra in Iraq. Se la situazione a Baghdad dovesse peggiorare e Hillary fosse costretta a scontare il suo sostegno all’intervento militare, per Gore si aprirebbe un’autostrada e magari sarebbe accolto con entusiasmo anche da chi non lo ha votato nel 2000. Il quarto candidato ombra, pronto a decidere all’ultimissimo minuto, è il miliardario sindaco di New York, Mike Bloomberg. In teoria potrebbe candidarsi sia con i repubblicani sia con i democratici, in pratica ha una chance in più rispetto agli altri candidati ombra. Bloomberg spera che alle primarie la destra religiosa sconfigga McCain e Giuliani e nomini uno come Sam Brownback oppure che una simile (e improbabile) scelta estremista si compia sul fronte democratico. A quel punto Bloomberg si candiderebbe da indipendente, magari con Joe Lieberman come vice, e senza bisogno di primarie. Gli mancherebbe un partito, ma certo non i soldi.