Camillo di Christian RoccaLa partenza fiacca del piano Bush

Milano. A seconda dei punti di vista, in questi giorni George W. Bush somiglia a un Franklin Delano Roosevelt impegnato a trascinare un’infastidita nazione a combattere una guerra giusta oppure a un Lyndon Johnson, o a un Richard Nixon, cieco di fronte alle diffuse proteste contro una guerra impopolare. In ogni caso, il risultato evidente è una gran fatica nel portare avanti il nuovo piano per la vittoria in Iraq, presentato dieci giorni fa e non ancora avviato. A Baghdad, almeno a parole, il premier Nouri al Maliki fa di tutto per distanziarsi dal piano Bush, anche se poi, ieri, ha annunciato l’arresto di dozzine di miliziani sciiti legati al ribelle, e alleato, Moqtada al Sadr. Quando Bush ha presentato la sua strategia irachena ha detto di averla concordata con Baghdad, ma diverse fonti sostengono che Maliki, al contrario, volesse meno truppe americane in città. Bush avrebbe imposto a Maliki la sua visione, ma da allora le diffidenze sull’effettiva volontà del premier iracheno di superare le divisioni etniche si sono moltiplicate.
Sul fronte interno, l’opposizione dei democratici al piano Bush era scontata, come la defezione di alcuni esponenti del Partito repubblicano. Probabilmente la Casa Bianca si aspettava che il fronte favorevole alla guerra in Iraq tenesse di più, a cominciare da Hillary Clinton, ora invece impegnata in quella che il New York Times di ieri ha definito gentilmente una “costante evoluzione dall’essere una delle più ferme sostenitrici della guerra a una delle principali critiche dell’Amministrazione”. Non è l’unica, Hillary. Altri, come il leader al Senato Harry Reid e il presidente della Commissione sull’Intelligence Silvestre Reyes, fino a poche settimane fa proponevano l’aumento di 20 o 30 mila truppe per rendere sicura Baghdad. Un’ipotesi del resto suggerita, a patto che fosse temporanea, anche dalla Commissione Baker. L’idea di affidare agli iracheni le operazioni militari e poi quella di imporgli, con la minaccia del disimpegno, obiettivi precisi erano da parecchio tempo il cuore della proposta democratica, almeno fino a quando Bush ha deciso di farla propria. Il fronte di resistenza al piano non è soltanto quello politico, anche perché, in verità, nel breve periodo resta abbastanza innocuo, visto che il Congresso non ha l’autorità di intervenire nella gestione della guerra. Bush ha incassato l’irrituale aiuto dei sauditi, intervenuti per criticare le risoluzioni ritiriste del Congresso. L’ipotesi più estrema, ma ancora minoritaria, quella cioè di bloccare i finanziamenti per le nuove truppe, è anch’essa spuntata perché il Pentagono dispone di fondi sufficienti, già assegnati dal Congresso, per sostenere l’invio dei 21.500 soldati.
Le mozioni più pericolose per la Casa Bianca
La situazione è ancora fluida. Le mozioni più pericolose per la presidenza, quelle del senatore Dodd e del senatore Kennedy, in quanto aprirebbero un conflitto istituzionale tra Congresso e Casa Bianca, ricevono ancora scarso consenso, sebbene ieri Hillary abbia lasciato intendere di voler prendere in considerazione l’ipotesi di porre un tetto al numero dei soldati impegnati in Iraq e di vincolare gli aiuti americani al raggiungimento, da parte irachena, degli obiettivi fissati. La mozione maggioritaria, al momento, è quella bipartisan di Joe Biden e di Chuck Hagel, una risoluzione non vincolante che si limita a esprimere “il senso del Senato”. La Biden-Hagel avrebbe i voti democratici più, forse, una decina di senatori repubblicani, sui quali stanno lavorando i boss di entrambi gli schieramenti. La contromossa è affidata a due testi, uno di bandiera, cioè a sostegno del piano Bush preparato dal senatore Lindsey Graham, e un altro di John Warner che, pur non sposando il piano Bush, riprende quella raccomandazione della Commissione Baker che suggerisce di non inviare più truppe “a meno di un’esplicita richiesta dei comandanti militari”.
L’aspetto militare è uno dei più preoccupanti e sono già partite le prime critiche dei sostenitori del piano, come l’ex generale Jack Keane. L’accusa è alla burocrazia del Pentagono che, ancora una volta, mostra la forte distonia tra le parole del presidente e l’attuazione della sua politica. Il nuovo Segretario, Bob Gates, ha annunciato che le truppe saranno impiegate per pochi mesi e che tre brigate su cinque potrebbero non essere utilizzate, provocando l’immediata reazione di Fred Kagan, autore con Keane del piano che ha ispirato Bush: “Questa idea è antitetica al nostro piano”. C’è, poi, il caso di David Petraeus, il generale incaricato di eseguire la nuova strategia, ma che non ha ancora assunto il comando. Sicché la prima fase sarà guidata da George Casey, il generale contrario all’aumento delle truppe.La partenza fiacca del piano Bush
IL FOGLIO, 19 gennaio 2007    Milano. A seconda dei punti di vista, in questi giorni George W. Bush somiglia a un Franklin Delano Roosevelt impegnato a trascinare un’infastidita nazione a combattere una guerra giusta oppure a un Lyndon Johnson, o a un Richard Nixon, cieco di fronte alle diffuse proteste contro una guerra impopolare. In ogni caso, il risultato evidente è una gran fatica nel portare avanti il nuovo piano per la vittoria in Iraq, presentato dieci giorni fa e non ancora avviato. A Baghdad, almeno a parole, il premier Nouri al Maliki fa di tutto per distanziarsi dal piano Bush, anche se poi, ieri, ha annunciato l’arresto di dozzine di miliziani sciiti legati al ribelle, e alleato, Moqtada al Sadr. Quando Bush ha presentato la sua strategia irachena ha detto di averla concordata con Baghdad, ma diverse fonti sostengono che Maliki, al contrario, volesse meno truppe americane in città. Bush avrebbe imposto a Maliki la sua visione, ma da allora le diffidenze sull’effettiva volontà del premier iracheno di superare le divisioni etniche si sono moltiplicate.
Sul fronte interno, l’opposizione dei democratici al piano Bush era scontata, come la defezione di alcuni esponenti del Partito repubblicano. Probabilmente la Casa Bianca si aspettava che il fronte favorevole alla guerra in Iraq tenesse di più, a cominciare da Hillary Clinton, ora invece impegnata in quella che il New York Times di ieri ha definito gentilmente una “costante evoluzione dall’essere una delle più ferme sostenitrici della guerra a una delle principali critiche dell’Amministrazione”. Non è l’unica, Hillary. Altri, come il leader al Senato Harry Reid e il presidente della Commissione sull’Intelligence Silvestre Reyes, fino a poche settimane fa proponevano l’aumento di 20 o 30 mila truppe per rendere sicura Baghdad. Un’ipotesi del resto suggerita, a patto che fosse temporanea, anche dalla Commissione Baker. L’idea di affidare agli iracheni le operazioni militari e poi quella di imporgli, con la minaccia del disimpegno, obiettivi precisi erano da parecchio tempo il cuore della proposta democratica, almeno fino a quando Bush ha deciso di farla propria. Il fronte di resistenza al piano non è soltanto quello politico, anche perché, in verità, nel breve periodo resta abbastanza innocuo, visto che il Congresso non ha l’autorità di intervenire nella gestione della guerra. Bush ha incassato l’irrituale aiuto dei sauditi, intervenuti per criticare le risoluzioni ritiriste del Congresso. L’ipotesi più estrema, ma ancora minoritaria, quella cioè di bloccare i finanziamenti per le nuove truppe, è anch’essa spuntata perché il Pentagono dispone di fondi sufficienti, già assegnati dal Congresso, per sostenere l’invio dei 21.500 soldati.
Le mozioni più pericolose per la Casa Bianca
La situazione è ancora fluida. Le mozioni più pericolose per la presidenza, quelle del senatore Dodd e del senatore Kennedy, in quanto aprirebbero un conflitto istituzionale tra Congresso e Casa Bianca, ricevono ancora scarso consenso, sebbene ieri Hillary abbia lasciato intendere di voler prendere in considerazione l’ipotesi di porre un tetto al numero dei soldati impegnati in Iraq e di vincolare gli aiuti americani al raggiungimento, da parte irachena, degli obiettivi fissati. La mozione maggioritaria, al momento, è quella bipartisan di Joe Biden e di Chuck Hagel, una risoluzione non vincolante che si limita a esprimere “il senso del Senato”. La Biden-Hagel avrebbe i voti democratici più, forse, una decina di senatori repubblicani, sui quali stanno lavorando i boss di entrambi gli schieramenti. La contromossa è affidata a due testi, uno di bandiera, cioè a sostegno del piano Bush preparato dal senatore Lindsey Graham, e un altro di John Warner che, pur non sposando il piano Bush, riprende quella raccomandazione della Commissione Baker che suggerisce di non inviare più truppe “a meno di un’esplicita richiesta dei comandanti militari”.
L’aspetto militare è uno dei più preoccupanti e sono già partite le prime critiche dei sostenitori del piano, come l’ex generale Jack Keane. L’accusa è alla burocrazia del Pentagono che, ancora una volta, mostra la forte distonia tra le parole del presidente e l’attuazione della sua politica. Il nuovo Segretario, Bob Gates, ha annunciato che le truppe saranno impiegate per pochi mesi e che tre brigate su cinque potrebbero non essere utilizzate, provocando l’immediata reazione di Fred Kagan, autore con Keane del piano che ha ispirato Bush: “Questa idea è antitetica al nostro piano”. C’è, poi, il caso di David Petraeus, il generale incaricato di eseguire la nuova strategia, ma che non ha ancora assunto il comando. Sicché la prima fase sarà guidata da George Casey, il generale contrario all’aumento delle truppe.

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