Camillo di Christian RoccaI democratici indicano il limite massimo al piano di sicurezza in Iraq

New York. Alla vigilia della conferenza internazionale di Baghdad di domani, con la presenza di Iran e Siria, i generali americani di stanza in Iraq hanno suggerito ai politici di Washington di mantenere, fino a febbraio del 2008, il numero massimo di truppe deciso dalla nuova strategia irachena di Bush e, in più, si apprestano ad accogliere altri duemila e duecento uomini per gestire l’aumento di detenuti previsto una volta che cominceranno in piena scala le operazioni di sicurezza. A parlare è stato il generale Raymond T. Odierno, al comando delle operazioni militari in Iraq. La Casa Bianca non ha mai specificato i tempi della nuova strategia, riservandosi di decidere soltanto dopo aver ascoltato i consigli dei militari impegnati sul campo. Nelle scorse settimane però alcuni funzionari del Pentagono, compreso il segretario alla Difesa Robert Gates, avevano lasciato intendere che alla fine dell’estate si sarebbe tornati, più o meno, al numero di truppe precedente il build-up militare deciso a gennaio da Bush. Jack Keane – vice capo di stato maggiore che, con il generale David Petraeus, è considerato l’ideologo della nuova strategia militare per la sicurezza a Baghdad – aveva avvertito da tempo che il piano potrà funzionare solo con un impegno lungo un anno, un anno e mezzo. “C’è da proteggere la gente abbastanza a lungo per far arrivare l’assistenza economica, per cambiare il loro atteggiamento e il loro comportamento – ha detto Keane al New York Times – Tutto questo non può essere fatto nel giro di qualche settimana. Ci vogliono mesi. Il problema di aumentare le truppe per poco tempo è che il nemico può aspettare”.
Chi non può aspettare, invece, è Washington, dove i tempi politici sono ben diversi da quelli di Baghdad. Sullo sfondo c’è la campagna presidenziale del 2008, ma anche la necessità del nuovo Congresso democratico di dimostrare di essere capace di contenere, se non fermare, le iniziative di Bush. I repubblicani tengono, con qualche defezione, mentre i democratici sono spaccati a metà. Da una parte l’ala pacifista, convinta che le elezioni di mid-term gli abbiano fornito un chiaro mandato per porre fine alla guerra in Iraq, dall’altra quella moderata, che rifiuta di tagliare i finanziamenti alle truppe impegnate in battaglia. Nancy Pelosi, speaker della Camera, ieri ha presentato la risoluzione che sarà presentata al Congresso: i democratici voteranno sì al finanziamento della “surge”, ma entro l’autunno del 2008 le truppe combattenti dovranno rientrare. Al Senato la situazione è complicata, come si è visto nelle scorse settimane, e la Casa Bianca ha fdetto che si opporrà – anche con il veto – a una normativa che preveda questa data di ritiro.
A Baghdad, nel frattempo, sono arrivate da alcune settimane le prime due delle cinque nuove brigate inviate da Bush che da circa un mese sono impegnate nelle operazioni di sicurezza. Il dislocamento dei 21.500 soldati sarà completato a giugno, ma in realtà i nuovi militari saranno di più. Ci saranno, infatti, i 2.200 che aiuteranno a gestire l’emergenza carceraria, più altri 7 mila che forniranno supporti logistici alle truppe combattenti. Il generale Petraeus, ieri, ha tenuto la sua prima conferenza stampa da quando ha preso il comando in Iraq. Le truppe americane hanno riconquistato il controllo delle principali autostrade intorno alla capitale e i primi dati forniti dal governo iracheno, rilanciati mercoledì da George Bush, segnalano tiepidi progressi sul fronte della sicurezza. Il governo di Baghdad sembra sia riuscito a far deporre le armi alle milizie del Mahdi di Moqtada al Sadr, convincendoli che il nuovo esercito di Baghdad sarà in grado di proteggere dagli attacchi dei terroristi sunniti il milione di fedeli sciiti che si appresta al pellegrinaggio verso Karbala, a sud della capitale. Oggi, infatti, cominciano i riti religiosi della fine del lutto di quaranta giorni per Hussein, il nipote di Maometto la cui morte, avvenuta nel settimo secolo nei pressi di Karbala, segna lo scisma islamico tra sunniti e sciiti. La processione è un obiettivo dei terroristi sunniti e già questa settimana sono state uccise 170 persone. Gli americani, ha detto Petraeus, saranno pronti a intervenire, su richiesta dalle autorità irachene.

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