Camillo di Christian RoccaIl Ciagate è "uno scandalo inutile", scrive il giornale del Watergate

New York. La condanna dell’ex capo dello staff del vicepresidente Dick Cheney, Lewis “Scooter” Libby – per quanto estranea alla guerra in Iraq – ha ulteriormente messo nei guai la Casa Bianca, ma anche in imbarazzo i leader democratici al Congresso. Pochi minuti prima della sentenza, il presidente Bush aveva tenuto un discorso sulla guerra al terrore, rilanciando la sfida ad al Qaida, criticando chi non vuole finanziare la missione in Iraq e mostrando i progressi a Baghdad dopo l’invio delle prime truppe del generale David Petraeus. Il verdetto Libby ha oscurato la strategia offensiva della Casa Bianca e, inoltre, ha costretto i democratici ad accelerare i tempi per trovare un accordo interno sull’Iraq. I democratici sono spaccati tra chi vorrebbe tagliare i fondi alle truppe e chi crede che una mossa del genere sarà pagata molto cara alle elezioni del 2008. La condanna di Libby ha rinvigorito il caucus pacifista, mentre i più moderati leader di partito hanno offerto un compromesso: una mozione che imponga una scadenza della missione alla fine del 2008, in cambio del voto favorevole al finanziamento delle truppe. Al Senato questa ipotesi resta impossibile, essendo già fallito due volte il più tenue tentativo di approvare una mozione non vincolante.
Il verdetto Libby ha rilanciato la campagna contro Dick Cheney. C’è chi chiede espressamente le sue dimissioni, mentre da fonti inglesi si dice che potrebbe lasciare a causa della trombosi alla gamba che lo ha colpito un paio di giorni fa di ritorno da un lungo viaggio in Asia. Il procuratore federale Patrick Fitzgerald ha escluso che il cosiddetto Ciagate possa avere ulteriori sviluppi giudiziari, anche perché ormai è dimostrato che non c’è stato alcun complotto dell’Amministrazione per punire l’ambasciatore Joseph Wilson e sua moglie Valerie Plame, due critici della guerra in Iraq che avevano accusato la Casa Bianca di aver volontariamente ignorato un rapporto che poneva dubbi sull’acquisto iracheno di uranio nigerino. Eppure, come ebbe a dire Fitzgerald, “le nuvole sopra la Casa Bianca restano” e sono state confermate da uno dei giurati del processo, un ex giornalista del Washington Post, il quale è già pronto a scrivere un libro sulla vicenda. I giudici popolari – ha raccontato Denis Collins alla fine del processo – si chiedevano “che cosa stessero facendo con questo Libby e dove fossero, piuttosto, Karl Rove e gli altri”.
Il Wall Street Journal e il New York Post hanno chiesto al presidente di graziare subito Libby, in quanto colpevole di un reato processuale che non ci sarebbe stato se il procuratore federale avesse chiuso la vicenda tre anni fa, ovvero quando ha scoperto che la persona che aveva fatto il nome di Valerie Plame al giornalista che poi l’ha scritto sul Washington Post non era un sodale di Bush né un entusiasta dell’intervento in Iraq, ma il vice di Colin Powell, quel Richard Armitage noto per i suoi furiosi scontri con l’ufficio di Cheney. Le pagine degli editoriali del Journal e del Post di New York sono note per la loro solida tendenza conservatrice, ma la stessa cosa non si può dire per la “op-ed page” del Washington Post, ieri probabilmente la più dura su quello che, fin dal titolo, ha definito “uno scandalo inutile”. Il Washington Post, piuttosto, ha accusato l’ambasciatore Joseph Wilson (“uno spaccone”) di aver ripetutamente mentito, e anche in modo sensazionale, ogni volta che ha preso di mira l’Amministrazione a proposito del suo viaggio in Niger, provocando la fisiologica reazione di Cheney e dei suoi. Il Post ha criticato anche il procuratore federale perché “il processo ha fornito convincente prova che non c’è stato nessun complotto per punire Wilson fornendo alla stampa l’identità di sua moglie Valerie Plame e, inoltre, nessuna prova che la sua identità fosse segreta”. Il giornale liberal della capitale ha concluso ribadendo che “il caso Wilson-Plame e la condanna di Libby non svelano nulla sulla guerra in Iraq”.

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