Camillo di Christian RoccaPetraeus scuote il Congresso, che però non lo ascolta e gli vota contro

New York. Il generale David Petraeus, il capo delle operazioni militari in medio oriente nonché il teorico della nuova strategia di sicurezza dell’Iraq, è tornato a Washington per raccontare ai leader del Congresso americano come sta andando il “surge”, l’aumento improvviso del numero dei soldati deciso da Bush a fine gennaio. Petraeus ha ribadito che il compito è molto difficile, che sarà ancora più difficile nelle prossime settimane prima di arrivare alla fase in cui diventerà più facile, che si notano già i primi progressi “breathtaking”, da lasciare senza fiato, che in alcuni casi le cose stanno andando meglio del previsto, che il completamento del “surge” avverrà a metà giugno e che, di conseguenza, prima di settembre non si potrà fare nessuna ipotesi seria sull’esito della nuova strategia.
La mossa di portare Petraeus a Washington era stata studiata dalla Casa Bianca per consentire ai democratici, ovvero alla maggioranza sia alla Camera sia al Senato, di valutare bene la situazione sul campo, prima di votare un testo di legge che, oltre a finanziare l’aumento delle truppe, fissa dei paletti e impone un calendario di ritiro. L’operazione politico-mediatica non è riuscita in pieno, perché i democratici non avevano alcuna intenzione di ascoltare cosa avesse da dire Petraeus – il generale che loro stessi, all’unanimità, soltanto un paio di mesi fa avevano confermato al comando delle operazioni militari in Iraq. I grandi giornali e le grandi televisioni si sono accodati. Nessuno ha criticato il generale, nemmeno in modo indiretto, ma prima ancora che Petraeus mettesse piede a Washington, il leader al Senato Harry Reid – definito ieri da David Broder del Washington Post “un continuo imbarazzo per il suo partito” e un “dilettante” – aveva già detto che la guerra era “persa”. La speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha fatto di più: nel giorno in cui si votava la legge di finanziamento e ritiro dall’Iraq ha scelto di non andare all’incontro a porte chiuse con Petraeus, limitandosi a far sapere alla stampa che gli aveva già parlato al telefono. L’atteggiamento dei democratici era chiaro fin dall’inizio, sostenuto – secondo la sua leadership – dal mandato fornito dal popolo americano alle scorse elezioni di midterm. Il Congresso, in realtà, ha soltanto un modo per fermare la guerra: tagliare i fondi. Ma i democratici non se la sono sentita (in realtà non hanno i numeri) di mettere a rischio la vita dei connazionali in divisa, così hanno trovato uno stratagemma per finanziare l’aumento delle truppe, addirittura autorizzando la spesa di venti miliardi di dollari in più rispetto alla richiesta del Pentagono, ma imponendo una serie di condizioni al governo iracheno e fissando il calendario preciso per il rientro delle truppe americane. L’inizio del ritiro è previsto il primo ottobre, la fine delle operazioni militari entro il marzo 2008, ma con un’accelerazione nel caso il governo iracheno non rispettasse alcuni impegni. Petraeus si è spinto fino a dire ai deputati e ai senatori che “il primo ministro Maliki non è il primo ministro Blair”, “nel suo governo sono rappresentati tutti i partiti, ma non è un governo di unità nazionale, piuttosto è la rappresentazione di vari interessi etnici e settari”. Bush ha già annunciato il veto alla legge – passata ieri – che “fissa la data di resa, mette le manette ai generali e contiene una serie di spese clientelari che non hanno niente a che fare con l’Iraq”. Ma almeno un senatore democratico, Joe Lieberman, si è battuto in tutti i modi, ieri anche con un editoriale sul Washington Post, per evitare che il suo partito approvasse quella che John McCain ha definito la “legge per la resa sicura”.
L’incontro tra Petraeus e i leader del Congresso è stato a porte chiuse, ma subito dopo il generale si è fermato sotto la cripta di Capitol Hill per rispondere alle domande dei giornalisti. Petraeus non è entrato nel merito delle questioni politiche e partitiche, “sono un soldato”, non ha voluto fare polemiche e ha cercato di fare un quadro equilibrato della situazione in Iraq, “il fronte centrale della campagna mondiale di al Qaida”, annunciando la cattura di uno dei capi binladenisti e dettagliando il coinvolgimento iraniano nella costruzione delle bombe usate dai terroristi. Non ha nascosto le difficoltà dell’impresa, ma ai leader politici ha ricordato “il meraviglioso processo democratico che va avanti”. Petraeus, soprattutto, ha dato risalto a “una delle aree in cui ci sono stati progressi decisivi”, ovvero alla “riduzione degli omicidi settari a Baghdad, oggi scesi a un terzo rispetto a gennaio”. Detto questo, ha aggiunto, “la capacità di al Qaida di condurre attacchi orribili e sensazionali ovviamente è un passo indietro” e ora iracheni e americani stanno provando a bloccare con dei muri gli accessi ai quartieri di Baghdad più esposti alle autobombe. Il nuovo piano americano è “all’inizio, sono passati soltanto due mesi e non avremo tutte le forze in campo prima di metà giugno”. Petraeus ai leader del Congresso ha ripetuto questo concetto più volte, spiegando che lui e Ryan Crocker, l’ambasciatore che a Baghdad ha preso il posto di Zalman Khalilzad, faranno una prima valutazione all’inizio di settembre. Il generale ha segnalato progressi decisivi anche nella provincia di Anbar, fino a due mesi fa sotto il controllo di al Qaida. La svolta, ha spiegato il generale, è stata la decisione di un bel numero di tribù sunnite di unirsi ad americani ed esercito iracheno, sicché una alla volta sono state riconquistate tutte le città e i paesi nella valle del fiume Eufrate, da al Qaim a Haditha fino a Ramadi. Nonostante ciò, e malgrado la tendenza sia quella giusta, Petraeus ha ricordato che nella provincia di Anbar c’è ancora moltissimo da fare: “I due battaglioni aggiuntivi dei marine sono lì solo da un paio di settimane, più in là saranno affiancati da altri soldati”.
Petraeus non ha risposto a domande sulla fine delle operazioni e sulla data di rientro, ma ha definito chiaramente qual è la sua missione: “Un governo rappresentativo e responsabile di fronte a tutto il popolo iracheno, capace di difendersi, in pace e, idealmente, nostro alleato nella guerra globale al terrorismo”.

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