Camillo di Christian RoccaQualcuno spieghi al Nyt che il caso Amanda non è un’eccezione

New York. La notizia non è che le grandi organizzazioni giornalistiche americane, dalla Cbs al New York Times, sostengano con passione e convinzione la tesi dell’innocenza di Amanda Knox, la ventunenne di Seattle imputata a Perugia dell’omicidio della sua coinquilina inglese Meredith Kercher

New York. La notizia non è che le grandi organizzazioni giornalistiche americane, dalla Cbs al New York Times, sostengano con passione e convinzione la tesi dell’innocenza di Amanda Knox, la ventunenne di Seattle imputata a Perugia dell’omicidio della sua coinquilina inglese Meredith Kercher. Ma, piuttosto, che ci sia voluta la triste vicenda di una ragazzina yankee caduta nell’incubo giudiziario italiano per far capire, alle medesime “news organization” d’Oltreoceano, che la giustizia italiana è in mano a pubblici ministeri che fanno venir voglia, come ha detto senza giri di parole l’autore di un documentario della Cbs, di “inviare in Italia l’ottantaduesima divisione aerotrasportata per liberare la ragazza”.
Il New York Times, a firma dell’opinionista Timothy Egan, ha spiegato ai lettori l’improponibilità di certi magistrati italiani: incompetenti, inaffidabili, malati di protagonismo, interessati soltanto a demonizzare gli imputati, con curriculum imbarazzanti, insomma gente che in qualsiasi altro posto civile sarebbe tenuta lontana dal delicato compito di indagare e giudicare le persone.
Non fanno ancora due più due, gli americani. Non gli è ancora suonato un campanello d’allarme e non capiscono che questi del caso Amanda sono gli stessi uomini, metodi e sistemi delle inchieste giudiziarie che in questi anni hanno cercato di influenzare la politica e ribaltare i risultati elettorali di destra e di sinistra espressi democraticamente dal popolo sovrano. E’ un passo avanti, però.
Ieri Amanda ha deposto al processo di Perugia e ha svelato di essere stata picchiata e insultata dagli investigatori, la notte del primo interrogatorio, avvenuto peraltro in assenza di avvocato. La studentessa di Seattle ha detto di aver fatto il nome di Patrick Lumumba, poi risultato innocente, su suggerimento della polizia giudiziaria e del pubblico ministero. Anche i particolari piccanti, la notte di sesso e quant’altro, sarebbero stati suggeriti dagli investigatori. Ovviamente non sappiamo se sia vero o no, l’imputato in Italia non giura di dire la verità, ma tutte queste cose, e molti altri buchi investigativi emersi durante il processo, alcuni quasi comici, erano stati già raccontati nei dettagli dalle televisioni americane nei giorni scorsi. Amanda le ha dette alla Cbs.
In Italia, invece, niente. La stampa italiana si è concentrata sui sorrisi demoniaci della ragazza, sul suo taglio di capelli (coda di cavallo, ieri) e sulle magliette colorate che sfoggia in aula, più che sugli elementi dell’inchiesta. Le cose decisive, per la stampa italiana, sono state l’acquisto di un reggiseno il giorno successivo al delitto, gli sguardi amorosi che scambia col fidanzato coimputato, la vita debosciata degli studenti e l’immagine di ragazzina perversa che poi porta molti clic alle gallerie fotografiche pubblicate sui siti dei giornali.
Ieri, poche ore dopo la deposizione di Amanda, il New York Times ha scritto che “sulla stampa italiana” Amanda Knox, “è spesso ritratta come una ragazza cattiva assatanata di sesso e droga”. Ecco un altro due più due che i giornalisti stranieri non fanno: seguono il processo di Perugia e si accorgono, con stupore, che la nostra stampa non fa informazione, ma gossip; non pubblica notizie, ma veline dei magistrati; non fa inchieste, ma “character assassination”. Ecco, il caso Amanda non è un’eccezione.

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