Blow-UpUn gioco per la vita o la vita messa in gioco?

Ci si sdraia a pancia in giù, con le braccia distese e irrigidite lungo i fianchi, le dita dei piedi rivolte verso il basso, cercando di restare immobili anche per parecchio tempo. Più che una gara...

Ci si sdraia a pancia in giù, con le braccia distese e irrigidite lungo i fianchi, le dita dei piedi rivolte verso il basso, cercando di restare immobili anche per parecchio tempo. Più che una gara di abilità sembrerebbe un esercizio di disciplina budddista-zen, e invece si tratta dell’ultimo tormentone che nel giro di pochi anni ha conquistato il popolo di Facebook.

Stiamo parlando del planking, del “fare la panca”, o, come lo chiamano quelli che l’hanno ormai istituito come una specialità agonistica pseudo-sportiva, del lying down game. Il gioco consiste nel collocare il corpo paralizzato del partecipante in una posizione innaturale e inconsueta: a far da ponte fra due sedie, in bilico su di una ringhiera, sul bordo di un tetto, addirittura disteso in mezzo ai binari della ferrovia, o dentro al motore di un aereo e via dicendo, lasciando andare la fantasia a briglie sciolte. Anzi, più la scelta della sistemazione è originale e sorprendente, e, perché no, pericolosa per l’incolumità del performer, più la prova guadagna interesse, visibilità, credito, onore fra gli adepti della rete.
Stavolta però vorremmo evitare di cadere nella solita trappola moralistica di condanna dei presunti danni psichici prodotti dai social network e del meccanismo “perverso” dell’emulazione collettiva anche se la recente tragica scomparsa di un giovane australiano amante del planking ha rintuzzato la polemica. Secondo noi è comunque preferibile lasciare ai sociologi e agli psicologi l’onere della diagnosi e della terapia, a patto che ce ne fosse veramente bisogno.
Molto più interessanti sono le modalità con cui questo fenomeno viene veicolato.
Diciamo subito che queste micro-performances sono rese possibili dalla fotografia. Ogni plunker porta sempre con sè un assistente-complice con il compito di documentare l’accaduto. Certo non è esclusa la presenza in loco del pubblico (talvolta il planking coinvolge anche più persone) ma il vero momento della pubblicizzazione avviene su Facebook, l’arena internautica da cui si scatena la mania imitativa e prende il via la moda di massa.
La sua manifestazione mediale è un test perfetto per comprendere la doppia funzione della fotografia: il poter essere un’illusione e anche una rivelazione. Per un verso, infatti, con la fotografia si può mettere in scena l’enigma, l’equivoco, la sorpresa volti a provocare in chi guarda un’emozione imprevedibile e al tempo stesso irrinunciabile: in questi termini l’atto del planking sovverte lo stato normale della realtà, che la macchina necessariamente registra, sostituendolo con la proiezione altrettanto realistica del sogno o dell’immaginario.
Per un altro verso, invece, il medesimo sketch fotografico para-surreale può essere impiegato non per rivitalizzare la noia delle abitudini quotidiane, ma per certificare il decorso di un’esperienza significativa, per siglare con un segno inconfondibile il compimento di un’impresa insolita, difficile o forse eroica. In altre parole il medium fotografico consente ai planker di mostrare la loro volontà di insistere nel trasformare il mondo con il gioco e la finzione, ma parallelamente può offrire loro forse l’unica opportunità di dimostrare, sia pure con una caparbietà a volte esasperata, la volontà di resistere a quello stesso mondo che tenta di dimenticarlinell’anonimato di una vita qualunque.

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