Darsi all’ippica? Meglio di no: 50.000 posti a rischio

Sono lontani gli anni di Febbre da Cavallo e dei fantini superstar, le prime pagine di Varenne e gli ippodromi pieni di famiglie e bambini. La crisi divorante di questi giorni ha mostrato appieno ...

Sono lontani gli anni di Febbre da Cavallo e dei fantini superstar, le prime pagine di Varenne e gli ippodromi pieni di famiglie e bambini. La crisi divorante di questi giorni ha mostrato appieno la sua tendenza onnivora e adesso si mangia pure il settore dell’ippica. Mentre in Cina ne riscoprono il business (ne parla Guido Teboldi su Linkiesta), da noi il quadro è desolante. Cala drasticamente il numero delle gare, spesso si corre senza pubblico, latitano gli scommettitori davanti ai botteghini e gli allibratori si lamentano. Proseguono senza sosta i licenziamenti negli ippodromi e altri ancora si stagliano all’orizzonte, mentre calano pure gli introiti.

Qualche giorno fa, alla corsa 4 dell’ippodromo di Milano, c’erano in palio appena 1.496 euro per il vincitore. I numeri del settore fanno paura in tutta la penisola: a rischio 50.000 posti di lavoro, senza contare gli oltre 15.000 cavalli che potrebbero andare al macello. In bilico pure un must del mondo ippico come il “Milano horse show 2012” (8-10 giugno), tre giorni di aste di cavalli, corse a ostacoli, convegni di ippoterapia ed eventi per bambini. Programma ricco e buone intenzioni, ma scarseggiano i finanziamenti e gli organizzatori denunciano: “siamo stati dimenticati dalle istituzioni”. Più o meno le stesso ritornello ascoltato a inizio 2012 quando gli operatori della categoria hanno scioperato per chiedere attenzione e protestare contro il taglio dei fondi statali.

Alcuni ippodromi cercano di resistere tramite comunicazione e cura degli impianti. Torino, Cesena, Montegiorgio e San Rossore attraggono ancora qualche migliaio di frequentatori alle corse domenicali. Altre strutture puntano invece a diversificare la propria attività, organizzando matrimoni e feste per aziende: tentativo disperato per allargare la fetta di avventori.

E’ impietoso il quadro tracciato da Vittorio Rossi, presidente della società modenese per Esposizioni Fiere e Corse di Cavalli. “Questo settore è malato, ci sono tanti medici che si affollano sul paziente, ma non hanno ancora trovato la medicina efficace”. Una cura palliativa, intanto, l’ha proposta il Parlamento con alcuni emendamenti al decreto semplificazioni fiscali. Al varo ci sono una serie di provvedimenti per razionalizzare e rilanciare il settore, favorire trasparenza e regolarità delle competizioni, nonché la promozione della salute del cavallo.

Sulla questione è intervenuto pure il ministro delle Politiche Agricole Mario Catania che ha parlato di “crisi grave e innegabile”. Anche perché “le corse dei cavalli hanno perso appeal e oggi il panorama delle scommesse è molto più ampio di un tempo, quando erano le uniche competizioni in cui era consentito puntare del denaro”. Abbondano le agenzie Snai e i siti internet in cui calcio e altri sport “emergenti” fanno la voce grossa, mentre l’ippica assorbe solo il 2% del gettito di scommesse in Italia.

Repubblica rivela inoltre che un nuovo soggetto composto da gestori di scommesse (Snai-Sisal-Lottomatica) e Hippogroup, già proprietario di alcuni ippodromi, ha pronto un piano industriale per prendersi cura del settore, imponendo una drastica cura dimagrante che ridurrebbe da 42 a 15 il numero degli ippodromi, mentre gli altri, dismessi, sarebbero rottamati o riconvertiti. Nel frattempo, un avvertimento: darsi all’ippica non conviene più, neanche per scherzo.

Twitter: @MarcoFattorini

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