Cazza la randaLe mie mutande “made in China”, ma “designed in Italy”

Premetto che non sono uno che va cercando lingerie maschile trendy o stravagante. Come quei prodotti intimi all’ultimo grido di Dolce e Gabbana o i mini slip, i tanga e roba simile, la cui pubblici...

Premetto che non sono uno che va cercando lingerie maschile trendy o stravagante. Come quei prodotti intimi all’ultimo grido di Dolce e Gabbana o i mini slip, i tanga e roba simile, la cui pubblicità mi giunge ogni tanto via mail. Anche perché ho sempre pensato che le mutande dal modello classico che utilizzo da sempre dovessero semplicemente assolvere ad una funzione: quella di coprire e proteggere le parti intime. Inoltre, nel loro acquisto, che ho sempre fatto o al mercato di quartiere o in anonime mercerie, non mi sono mai curato della griffe. Ho solo e sempre badato al fatto che il prodotto fosse in cotone 100 per cento e fabbricato in Italia.

Ebbene l’altro giorno mia moglie mi porta a casa 4 mutande firmate. Avevano il medesimo aspetto e la stessa identica forma di quelle conservate nel cassetto. Ma da quelle differivano per il fatto di essere di marca. Una marca prestigiosa nel panorama delle griffes italiane.

Questa mattina decido di inaugurarne un paio. Prima di indossarlo, tolgo il talloncino che riproduce il logo della famosa griffe italiana e controllo che il tessuto utilizzato sia il solo cotone. Poi mi soffermo sull’etichetta che normalmente indica il paese di produzione e con somma sorpresa leggo, in luogo della dicitura “made in Italy” a cui sono abituato ed affezionato, quella “designed in Italy”.

Penserete tutti: ecco un altro caso di azienda che delocalizza e che, non avendo il coraggio di scrivere “made in China”, si trincera dietro un furbesco “designed in Italy”.

La cosa in realtà non mi tange più di tanto. Ogni volta che vedo la scritta “made in China” o “made in Taiwan” o “made in Vietnam” e così via sui vestiti dei miei figli, mi dico che in fondo è meglio che siano le mutande, le t-shirt ed altri prodotti “poveri” e facilmente imitabili ad essere fatti all’estero. Sarebbe molto più preoccupante che la nostra meccanica di precisione o altre produzioni industriali ad alto valore aggiunto non fossero più made in Italy.

Ciò che invece mi meraviglia è che il famoso produttore della mia mutanda abbia deciso di utilizzare la scritta “designed in Italy”, come valore aggiunto dell’indumento. Quasi a voler suggerire l’idea che anche le mutande hanno una linea e dunque una propria dignità estetica, da far apprezzare agli altri. Al pari di una giacca, di un completo, di un cappotto o di un trench.

Sarà, ma a me le mutande griffate e “designed in Italy” continuano a sembrare uguali a quelle non di marca, ma “made in Italy”. E poi che senso ha indicare come plus il design italiano? Non sono mica un maniaco sessuale che gira con addosso solo le mutande per mostrarne il design ai passanti! Così come stento proprio a credere che una donna possa eccitarsi per l’italian design delle mutande del suo amante…

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