neofitismiRequiem for journalism

Ieri sera, alle 23.40, il mio coinquilino rientra e mi annuncia che ha comprato il Corriere. La mia – mancanza di – reazione deve averlo deluso, quindi ha insistito: «Lo lascio qui, se lo vuoi legg...

Ieri sera, alle 23.40, il mio coinquilino rientra e mi annuncia che ha comprato il Corriere. La mia – mancanza di – reazione deve averlo deluso, quindi ha insistito: «Lo lascio qui, se lo vuoi leggere». E io: «Grazie, ma a quest’ora è un po’ tardi. Magari do un’occhiata domani se ci sono dei commenti». Non riesco a capire quali passaggi logici segua la sua mente per arrivare a rispondermi: «Ma sì, tanto ormai il giornalismo è morto. Le notizie sono tutte online».

Era tardi, ero in tutt’altre faccende affaccendata, ma non ce l’ho fatta a lasciar perdere: «E secondo te chi ce le mette, online?». Lui, più che ascoltarmi, continua a seguire il suo flusso di coscienza e conclude: «Eh sì, perché adesso le notizie sono tutte “Twitter ha detto” “Facebook ha fatto”». Vi risparmio il resto della conversazione ma non le considerazioni che ne sono emerse, in ordine cronologico:

1) i giornalisti non servono più, perché tutto quello che c’è da sapere si trova su Facebook e Twitter
2) quello che si trova su Facebook e Twitter non ha alcun valore, perché ognuno dice la sua senza che nessuno possa smentirlo
3) i giornali online sono una farsa, perché riportano solo quello che c’è scritto su Facebook e Twitter
4) i giornali cartacei sono inutili, perché tanto tutto quello che c’è scritto puoi leggerlo in rete il giorno prima
5) meno male che esistono Facebook e Twitter dove chiunque può scrivere davvero quello che vede, perché i giornalisti stanno solo davanti al computer e non vanno più a verificare dal vivo quello che è successo

Il buono è che le critiche mosse sono talmente ignoranti che si elidono da sole, senza bisogno di repliche. Il fatto più preoccupante, invece, è che a pensarci bene molte delle cose che ha detto si ritrovano più sfumate nella maggior parte dei discorsi che si fanno oggi sul giornalismo e su quello online in particolare.

Tra i rimproveri più frequenti c’è il fatto di arrivare sempre in ritardo rispetto ai social network: ma se prima di scrivere una cosa qualsiasi si fanno due telefonate per verificarla, per forza si è in ritardo di qualche minuto. E poi la contraddizione delle contraddizioni: da un lato, i giornalisti non sono considerati tali se utilizzano come fonti gli utenti dei social network; dall’altro, quegli utenti e più in generale i blogger sono considerati dei veri paladini dell’informazione solo perché scrivono immediatamente qualsiasi cosa vedano. Anche se in più di un’occasione quello che hanno scritto si è dimostrato non corrispondere alla verità, perché mancava un prologo o un epilogo che poteva cambiare completamente il significato di quella piccola frazione di realtà che avevano visto con i loro occhi. Perché lo stesso sacrosanto spirito critico che viene applicato alla lettura di un articolo di giornale non è utilizzato anche quando si legge un post?

Dopo tutta la discussione, comunque, sono andata a letto ridacchiando. Nonostante tutta la sua boria, l’entrata trionfale del mio coinquilino («Oggi ho comprato il Corriere») segna un punto a favore dei quotidiani. Quelli con le pagine di carta.

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