La schiena di GinoL’ironia di Obama e il realismo di Papa Francesco

In The Irony of American History (1952), Reinhold Niebuhr afferma che «se la virtù diviene vizio attraverso qualche difetto nascosto nella virtù; se la forza diviene debolezza per la vanità a cui ...

In The Irony of American History (1952), Reinhold Niebuhr afferma che «se la virtù diviene vizio attraverso qualche difetto nascosto nella virtù; se la forza diviene debolezza per la vanità a cui la forza può condurre l’uomo o la nazione potente; se la sicurezza viene tramutata nell’insicurezza perché vi si fa troppo affidamento; se la saggezza diviene follia perché non conosce i propri limiti» l’uomo non può che trovarsi di fronte a una situazione «ironica». L’ironia consiste nell’affacciarsi nella vita di incongruenze apparentemente fortuite che, a una analisi più attenta, non si rivelano affatto tali, proprio perché gli uomini e le nazioni sono pienamente artefici, se non complici, del loro affermarsi. Essa, in altri termini, scaturisce dal tramutarsi di desideri personali e aspettative collettive nel loro (quasi) esatto contrario.

A Barack Obama, Nobel per la Pace 2009 (un premio alle ‘intenzioni’ «per i suoi sforzi straordinari volti a rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli»), piace la guerra. Il Presidente ama la guerra ‘silenziosa’ dei droni e quella ‘umanitaria’ in Siria, assai meno invece quelle in Afghanistan e in Iraq. Per questo, come osserva Daniele Raineri su Il Foglio, chiede ai rappresentanti del popolo americano ‘poteri speciali’, che nulla hanno a che fare con un intervento limitato e circoscritto. In sostanza, esige ‘mani libere’ come quelle che aveva avuto George W. Bush.

Non è difficile cogliere l’ironia della contingenza attuale. Dopo più di 2 anni di conflitto, 100.000 vittime e 2 milioni di profughi, Obama è pronto – ma aspetta in maniera tanto democratica, quanto ipocrita il voto del Congresso – ad attaccare il regime di Assad, oltre che alcuni gruppi di jihadisti che ormai sembrano sormontare il numero dei semplici ribelli. In mancanza di una chiara strategia, non vengono prese in alcuna considerazione le possibili ripercussioni che uno strike franco-americano potrebbe produrre sugli instabili e precari equilibri del (dis)ordine mediorientale. Un eventuale attacco non cambierà le sorti del conflitto. Al massimo potrà soltanto aumentarne la ferocia. In sostanza, come osservava Niebuhr (a cui anche Obama affermava di rifarsi), la virtù potrebbe diventare vizio e la forza tramutarsi in debolezza.

Domenica, invece, Papa Francesco ha mostrato tutto il suo realismo. Un realismo cristiano. Affacciandosi su Piazza San Pietro per la recita dell’Angelus, il Pontefice ha esortato sia le fazioni in lotta, sia la comunità internazionale a guardare all’incontro e al negoziato. In un certo senso, a far prevalere la politica. Al tempo stesso, il Santo Padre ha invitato tutti a un giorno di digiuno e di preghiera per sabato 7 settembre. C’è soltanto da sperare che l’ironia si dissolva e prevalga il realismo.

Twitter: @LucaG_Castellin

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