Vanilla LatteIl sex appeal nei ristoranti. Negli USA è la rivincita dei “breastaurant”

Si chiama “Twin Peaks”, ma con la serie capolavoro di David Lynch ha ben poco a che vedere. Anzi, proprio nulla: scordiamoci di Laura Palmer e dell'agente Cooper. Perché “Twin Peaks”, in questo par...

Si chiama “Twin Peaks”, ma con la serie capolavoro di David Lynch ha ben poco a che vedere. Anzi, proprio nulla: scordiamoci di Laura Palmer e dell’agente Cooper. Perché “Twin Peaks”, in questo particolare caso, è il nome di una catena di ristoranti a stelle e strisce, fondata nel 2005 dagli imprenditori Randy Dewitt e Scott Gordon in quel di Lewisville, in Texas, e nel corso degli anni cresciuta a dismisura, espandendosi nel sud e nel sud ovest degli Stati Uniti, fino a raggiungere e superare i sessanta locali, con una ascesa che ancora non accenna ad arrestarsi. Il motivo di questo successo? La qualità del cibo e l’atmosfera accogliente della ambientazione da “sports bar” americano, ovviamente. Ma non solo: perché la peculiarità del marchio – il cui slogan è “Eats. Drinks. Scenic views” (“Cibo. Bevande. Panorami”) è l’abbigliamento alquanto provocante del personale, rigorosamente femminile, che sfoggia vistose scollature e mini-short.

Nulla di nuovo sotto il sole, potrebbe affermare qualcuno. Perché “Twin Peaks” non ha inventato alcunché, dal momento che “Hooters”, basato su un concetto simile (ovvero: cameriere poco vestite), esiste sin dai primi anni ’80 e conta oggi oltre 400 location sparse per tutto il territorio Usa. Esiste persino una denominazione per questa singolare ma diffusa categoria di locali, non a caso chiamati “breastaurants”, azzeccato gioco di parole tra i termini “breast” (seno) e “restaurant”. Caratteristiche principali per i “brestaurants”, elencate anche da Wikipedia: prosperose e poco vestite cameriere, e nome del brand a doppio senso. Non proprio punti di riferimento per raffinati intellettuali, ça va sans dire. Ma un abbinamento che, al di là di qualsiasi giudizio in merito, sembra funzionare, e non poco.

Come nota Katie Little in un recente approfondimento su CNBC, i ristoranti che puntano sulle forme del proprio personale femminile, negli ultimi tempi, hanno registrato numeri in grande crescita, nettamente superiori al resto del settore, in un mercato che, in questi anni, non ha comunque goduto di salute e prosperità. Lo scorso anno, “Twin Peaks” ha visto i suoi introiti crescere del 45% fino a 165 milioni di dollari, una cifra impressionante che l’ha resa la catena cresciuta più velocemente in tutta l’America negli ultimi dodici mesi, come ha riportato Technomich nel suo report sui 500 migliori ristoranti statunitensi. E nella lista delle aziende cresciute nel più breve tempo, appare anche “Tilted Kilt” (come Hooters, ma in chiave scozzese), fondato nel 2003 a Las Vegas, all’interno del Rio Hotel and Casino.

Se Twin Peaks è cresciuto del 45%, Tilted Kilt ha seguito con il 19%. Tutto questo, mentre il resto dell’industria della ristorazione degli Stati Uniti ha ottenuto, in media, un miglioramento del solo 3%. Insomma, il “sex appeal” rappresenta il segreto del successo, se coniugato al business ella ristorazione. “Stiamo parlando di armi di distrazione di massa, come una delle nostre caratteristiche tipiche”, ha dichiarato il direttore marketing di Twin Peaks, Kristen J. Colby. Nemmeno a dirlo, la maggior parte dei clienti dei “brestaurant” sono uomini, e il rapporto tra utenza maschile e femminile nei Tilted Kilt è di 75 a 25. Ma i bikini, i kilt, le gonne corte e le misure da top model delle cameriere possono non bastare, da sole, per tenere alte le vendite di una catena di ristoranti: proprio Hooters, padre fondatore e capostipite di questo genere, lo scorso anno è cresciuto meno rispetto alla media del settore, con solo il 2,5% in più rispetto all’annata precedente. Un risultato che conferma che la bellezza del personale di sala può aiutare ad attirare clienti, ma la qualità dell’offerta e dei menù restano ancora l’elemento fondamentale per le sorti del locale. Anche nei “brestaurant”.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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