Buona e mala politicaIo non posso tacere ( recensione del libro del magistrato Piero Tony con Claudio Cerasa)

  Prendendo in mano il libro scritto da Piero Tony – 73 anni, già presidente del Tribunale dei minorenni della Toscana e da ultimo procuratore capo a Prato, dimessosi con due anni di anticipo sulla...

Prendendo in mano il libro scritto da Piero Tony – 73 anni, già presidente del Tribunale dei minorenni della Toscana e da ultimo procuratore capo a Prato, dimessosi con due anni di anticipo sulla data di pensionamento, per consentirsi il diritto di “non tacere” contro la “gogna giudiziaria” – si prova l’istintiva diffidenza del libro-trappola, cioè del pamphlet scavato dall’ansia di “far colpo” e “far notizia” che ormai ha tracimato dal mondo dei media di informazione anche nel mondo dell’editoria libraria.

Tutto complotta. Il titolo a caratteri cubitali con il “non” di NON TACERE in rosso. Il sottotitolo “Confessioni di un giudice di sinistra”. La collana – così poco einaudiana – di Einaudi (ormai casa periferica di Mondadori)  che ospita il libro che si chiama “Stile libero EXTRA” (Pavese, la Ginzburg  e lo stesso Giulio Einaudi  hanno chiesto di essere legati nella tomba per non incorrere in rischi di conoscenza postuma di questo genere di “adattamenti” della loro casa editrice).

Aggiungiamoci che il libro è “a cura” del neodirettore del Foglio, Claudio Cerasa, sottintendendo magari un altro “vero” autore.

Dopo di che il ricercatore che sta lavorando per altre ragioni sulla materia non si ferma al giudizio delle apparenze e legge.

Arrivati a pagina 20, la materia di riflessione pare in evidenza. In forma sciolta e senza fare un nome, sono elencati tutti i magistrati che la politica ha tirato in ballo per “posizionamento” interno alla sue logiche di battaglia. Sindaci, deputati, ministri, presidenti, consiglieri di amministrazione, garanti, eccetera. Un elenco condito con spirito del tipo: “Ho sentito magistrati autodefinirsi – senza ironia – sentinelle della democrazia”.

In buona sostanza l’introduzione dice il contrario dell’opinione corrente secondo cui magistratura e politica sono ai ferri corti. Il pamphlet infatti individua piuttosto la complicità e l’uso profittatatorio l’una dell’altra.

Arrivati a pagina 41, la materia di allarga. Prese di mira ora le “correnti” della Magistratura. La partenza non rivela segreti: “Tutti sanno che l’apoliticità della Magistratura è una pretesa e basta”. Lui è iscritto a Magistratura Democratica dal 1964, l’anno della fondazione della corrente, dice perché garantiva il garantismo. Il capitolo illustra le degenerazioni. Sostenendo, quanto a MD, che il garantismo è uscito dal DNA della associazione perché esso riguarda le persone mentre lì vi è interesse solo per i “fenomeni”. Il testo passa in rassegna vividamente tutti gli anni di piombo. E arriva a questo lapidario giudizio: “E’ questo che ha portato la giustizia, non solo MD, a ritenere di avere una singolare missione socioequitativa realizzabile non con la difesa dei più deboli, ma con l’attacco ai più forti”. L’autore non risparmia naturalmente il pool di Tangentopoli: “inchieste condotte a furor di popolo”.  E – lui di sinistra – sposa la tesi secondo cui se Berlusconi non fosse entrato in politica, non avrebbe ricevuto tutte le attenzioni giudiziarie che ha ricevuto. Dietro alla trama dei fatti,vi è l’idea che il CSM abbia coperto queste degenerazioni.

Arrivati a pagina 59 la materia sembrerebbe arenata dentro una analisi tecnica: la grande lentezza. Ma la prosa è faconda e parrebbe “toscana” (anche se l’autore è nato a Zara e il curatore è palermitano). Innanzi tutto una verità ovvia che viene spesso trascurata: “la lentezza della giustizia appartiene alla diffusa e immutabile lentezza italiana”. Però lo specifico dell’analisi non si limita al brodo di coltura: di quella lentezza i magistrati hanno fatto un potere. Nel capitolo sono trattati i vizi più noti della professione, soprattutto sotto il profilo procedurale. Sintesi non praticabile.

Arrivati a pagina 99 si capisce che il libro non è uno sbotto di rabbia. Ma una riflessione covata a lungo. Il titolo del capitolo è La discrezionalità. Tema cruciale che tiene in sospeso il nostro ottimismo costituzionale e le attese ingenue dei cittadini. Qui c’è dentro – fra l’altro – la bomba atomica della sponda mediatica nel trattamento della giustizia. Sommata all’altra bomba che riguarda “le misure cautelari”. Sommata alla terza bomba rappresentata dalle intercettazioni. Sommata alla quarta bomba costituita dall’uso del pentitismo. La conclusione è grave, appunto da dimissioni: manca ormai completamente la terzietà. Fragile ma insinuante la critica dell’uso della sensazione come tecnica di giudizio: “sintesi istintiva di indizi evanescenti”.

Naturalmente arrivati a pagina 125 ci si imbatte nell’atteso tema della “riforma che non c’è”. Nel trattamento finale ci sono rimandi a storie note: dal caso Pacciani al caso Sofri. Fino a una critica dell’interrogatorio del presidente Napolitano in carica per urgenze e necessità che l’autore non giudica tali.  Il giudizio sulla irriformabilità riguarda quello che nelle pagine finali viene chiamato “un sonnacchioso pachiderma pressoché immobile”. L’elenco dei temi che costituirebbero una riforma è fatto in una paginetta. Ma il dubbio che il sistema non si avvii verso tali obiettivi è tenacemente  presente. Perché? Perché secondo l’autore resta valido il ragionamento di chi lui giudica un grande magistrato italiano, Dante Troisi, che diceva: “Nella nostra giustizia si sospetta più che si prova. Si minaccia più che si punisce. Si incrimina più che si giudica”.

Eccoci così alla quarta di copertina: “Supplenza politica, processo mediatico, protagonismo I mali della giustizia italiana raccontati dall’interno”.

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