L'ambulanteDai Migliori Anni al peggior Festival di Sanremo della nostra vita

Alla vigilia dell'apertura del 67° Festival di Sanremo, il terzo del regno di Carlo Conti, ci siamo chiesti se l'Italia avesse bisogno ancora della baraccopoli festivaliera. Con il senno di poi sia...

Alla vigilia dell’apertura del 67° Festival di Sanremo, il terzo del regno di Carlo Conti, ci siamo chiesti se l’Italia avesse bisogno ancora della baraccopoli festivaliera. Con il senno di poi siamo molto sconfortati: da una parte l’appiattimento delle canzoni con la delusione di aver riposto vane speranze nella Nuove Proposte (preferisco la stecca di liquirizia di Maldestro allo zucchero (s)filato di Lele); dall’altra l’impoverimento dello show con gag afflitte dall’assenza di un temperamento autoriale.

Chi voleva vedere la Maria Nazionale nel perimetro di C’è posta per te ha avuto pane per i suoi denti: il nonno eroe, il dipendente comunale esemplare, l’ostetrica dei settemila neonati e passa. Crozza ha risolto il rebus in una battuta: “Carlo e Maria ci fate venir voglia di pagare il canone, ma di darlo a Mediaset”.
Lo share televisivo ha fatto il botto nella serata finale, il buzzing sui social network è schizzato in alto tra piccole gang social che difendevano i propri beniamini, segno che per essere BIG non basta più l’appartenenza alla vecchia guardia – gli Albano, i Ron, i D’Alessio sono stati rottamati prima del gran finale – ma basta lanciarsi dalla finestra dei talent della cricca degli“Amici”.

Se non fosse stato per il peperoncino su Twitter – lo sdegno per la seduta di Greta Menchi nella giuria degli esperti o il battibecco a quattro zampe tra la Balivo e la Leotta – ci saremmo annoiati maledettamente.
Se non fosse stata per l’intensa cover di Ermal Meta di una perla di Modugno, avremmo sbagliato il tiro della memoria: osceno l’omaggio a Luigi Tenco stonato da Tiziano Ferro (i musicisti dell’ultimo premio Tenco sarebbero dovuti tornare all’Ariston) e il ricordo appena accenato del reuccio Claudio Villa, il battagliero che sculacciò il palyback per far tornare l’orchestra dal vivo sul palco sanremese.

Fischia il treno delle canzoni: lo avete sentito? In quanto tempo le dimenticheremo? Ci restreranno tra le dita soltanto l’inno alla vita della vincitrice morale del Festival Fiorella Mannoia, costruito su parole indelebili come quelle d’amore del professor Vecchioni di qualche edizione fa, e la grinta sovversiva di Francesco Gabbani, per certi versi fatta della stessa pasta dei Rino Gaetano, al quale avrei mollato il Premio della Critica per la compessità e sfumature del testo più che il podio.

L’anno prossimo candidiamo alla canduzione del Festival Mika che, grazie al suo savoir-faire da padrone di casa, riportererebbe all’Ariston quell’aria di internazionalità che oggi manca, in un baraccone per giunta povero di buone canzoni e show. A chi non sono rimaste indigeste le lasagne musicali di Albano e Gigi D’Alessio affogate in polemiche patetiche?