Non aprite quelle porteIl disagio in treno dalla A alla Z: D di disagio (ovviamente)

Milano, una sera di febbraio, un giorno uguale a tanti altri. Aspetto il treno per tornare a casa dal lavoro e il treno, come al solito, non arriva. Cinque minuti, dieci minuti, un quarto d’ora di ...

Milano, una sera di febbraio, un giorno uguale a tanti altri. Aspetto il treno per tornare a casa dal lavoro e il treno, come al solito, non arriva. Cinque minuti, dieci minuti, un quarto d’ora di ritardo. Mentre la muffa comincia a ricoprire il mio corpo, una voce metallica annuncia un convoglio in arrivo. Non è il mio.

Per un attimo accarezzo l’idea di mettermi a piangere – sono stanca, c’è buio, vengo da una giornata difficile cominciata con soppressioni varie per un guasto agli impianti nella stazione di Sailcavolo e, per citare uno dei film più amati della storia del cinema, in Europa la gente muore di fame –, ma un rigurgito di dignità mi impone di tenere duro e mi suggerisce che, se proprio devo sfogarmi, è meglio battere con violenza sui tasti di un computer che inondare la banchina di lacrime.

Nasce così questa raccolta di istantanee, una sorta di dizionario semiserio dalla A alla Z (qui la A, la B e la C) delle mie disavventure in treno: sono le gioie (poche) e i dolori (tanti) dei miei spostamenti quotidiani, le delusioni e le insidie, le astuzie per non soccombere di fronte ai disagi. Perché anche se partire è un po’ morire, sopravvivere – per fortuna – si può.

D di disagio

Mi scusi, ma questo non è il treno delle 18:52? Perché sono le 18:53 e non è ancora partito, mi ha detto un giorno con candore una signora seduta accanto a me, non avvezza alle bizze delle ferrovie. Mi ha fatto quasi commuovere per la sua ingenuità. Ho sentito due lacrime riempirmi gli occhi e la voce che mi si rompeva in gola. Signora mia, benvenuta nel magico mondo del pendolare: ritardi, soppressioni, ricchi premi, cotillon e disagio. Tanto disagio. Disagio per cui si scusano – questo per onestà va detto –, ma pur sempre disagio.

Ogni mattina prendo un treno che dovrebbe partire alle 7:02. Non lo fa mai. O al massimo lo fa una volta al mese. Per il resto i minuti di ritardo sono almeno cinque, quando non dieci. E non sto parlando di eventi eccezionali, di incidenti che possono capitare, ma di routine. Mi chiedo perché allora non cambiare l’orario di partenza, mettere – che so – 7:07 per stare un po’ più vicini al vero, ma forse cambiando l’orario il ritardo rimarrebbe comunque invariato.

Ci sono poi giorni in cui il ritardo è più consistente; cresce, cresce, cresce fino a diventare più grande della durata del viaggio. Quaranta minuti, un’ora. Un giorno per fare un tragitto di quattro minuti ne ho impiegati ventuno. Certo, ho potuto rimirare fin nel più piccolo dettaglio gli scheletri industriali fuori Milano, e in un certo senso possiamo considerarlo turismo, ma come è possibile accumulare così tanto ritardo? Dove è che si inceppa il meccanismo?

Per non parlare delle soppressioni. L’irritazione che provoca la cancellazione del treno è qualcosa che non conosce eguali. Ci scusiamo per il disagio, recita la voce metallica dell’altoparlante, ma questa frase, quanto ti sopprimono il treno, diventa una miccia che fa esplodere anche il più calmo dei viaggiatori. Ci scusiamo un cazzo, vorresti urlare, perché la rabbia non conosce mezze parole, CI SCUSIAMO UN CAZZO!, ma non lo fai perché quel tempo lo devi impiegare per avvertire il lavoro, la baby-sitter, il dentista, il divano. Soppresso, maledette ferrovie, è un termine che non comporta solo il disagio della soppressione, comporta anche un treno successivo pieno come una scatola di sardine e un viaggio al 99% in piedi se non si ha la fortuna di partire dal capolinea.

Io ho un sogno. Un sogno inutile e sciocco, che però mi accompagna da anni. Sogno che ogni volta che dall’altoparlante si sente un We apologize, perché le scuse vengono fatte sia in italiano che in inglese, parta a tutto volume il ritornello It’s too late to apologize, possibilmente nella versione remix di Timbaland. Ma le ferrovie non capirebbero. Capirebbero solo late e si scuserebbero di nuovo e si entrerebbe così in un loop senza fine. Così come senza fine è il disagio che provocano nei poveri viaggiatori. Quando credi che si sia toccato l’apice, loro ti stupiscono e giocano al rialzo.

Disagio e più disagio, uno spettacolo su rotaia che non tramonta mai.