Non aprite quelle porteLe mie mattine con il piccione morto

Dal 20 novembre – o per lo meno è stato il 20 novembre che mi sono accorta della cosa – aspetto il treno davanti a un piccione morto. Non posso giurare che sia sempre lo stesso, ma ritengo altament...

Dal 20 novembre – o per lo meno è stato il 20 novembre che mi sono accorta della cosa – aspetto il treno davanti a un piccione morto. Non posso giurare che sia sempre lo stesso, ma ritengo altamente improbabile che ogni mattina un pennuto decida di togliersi la vita in stazione nello stesso identico punto dei suoi consimili.

Il cadavere è lì sui binari, disteso, da circa tre settimane e nessuno lo toglie. Per fortuna c’è freddo e l’ambiente circostante fa da cella frigorifera, altrimenti ci sarebbe anche un bel viavai di vermi a fare provviste per l’inverno.

Perché nessuno lo sposta?

Perché a nessun addetto viene in mente di levarlo dalla traversina su cui giace?

Incuria? Memento mori? Studio scientifico sulla decomposizione? Riprese di CSI Piccioneland?

Chi lo sa. Fatto sta che il povero pennuto stamattina era ancora lì sui binari a farmi riflettere sulla caducità della vita e sul menefreghismo delle ferrovie. E sul mio, anche, che in tutte queste mattine non gli ho mai portato un fiore. Arriverà Santa Lucia e lui sarà lì, mummificato; arriverà Natale e forse qualche suo vecchio compagno di volate avrà pietà di lui e farà costruire una piramide per metterlo al riparo.

Impossibile che il personale della stazione non lo veda; impossibile che gli addetti non sappiano gestire un animale morto, calcolando che di topi ce ne saranno parecchi. Forse credono che dorma e non lo vogliono svegliare, tipo il bell’addormentato in stazione; forse il piccione si è davvero punto con un fuso e tra un po’ arriverà una principessa a salvarlo dal sonno eterno.

C’è qualcosa di affascinante in tutto questo: quel piccione è diventato come un fazzoletto di carta, una cicca di sigaretta, una bottiglia di whisky economico, una lattina di birra, un pezzo di plastica, uno dei tanti rifiuti che stanno lì sui binari in attesa della decomposizione o della rimozione, nei casi più fortunati. Ogni rifiuto è una storia; a volte questa storia è formata da un’unica parola – maleducazione –, ma altre volte no. La bottiglia è una lite finita male, il fazzoletto sono lacrime portate dal vento, la lattina di birra è una vita ai margini; ogni rifiuto sui binari è qualcosa che succede in stazione e di cui spesso non ci accorgiamo, perché siamo stanchi, distratti, perché è giusto così.

Quale sia la storia del piccione non lo so. So solo che è morto almeno diciannove giorni fa e che sopra di lui sono ormai passati tantissimi treni. Potrebbe non essere nemmeno un piccione, a dire la verità, perché alla mattina c’è sempre buio e io non sono un’ornitologa. Ma che sia un piccione o una cornacchia poco cambia e in ogni caso immagino di avere ancora parecchio tempo a disposizione per scoprirlo: qualcosa mi dice che a gennaio sarà ancora lì, pronto a darmi il benvenuto nel 2020.

Chi non viene rimosso a Capodanno, non viene rimosso tutto l’anno.

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